Nero su bianco: in ospedale mai?

di Daniela Pia

«Sei nero, non toccarmi». E ancora: «mi attacchi le malattie». E infine: «preferivo due costole rotte piuttosto che un negro di merda». Sono gli insulti razzisti che il medico, Andi Nganso, ha ricevuto da una “paziente” mentre prestava le sue cure al Primo Intervento di Lignano (Udine).

Alla signora in questione auguro non abbia mai bisogno di un trapianto di organi, perché sarebbe curioso sapere di quale colore gradirebbe un cuore, un rene, il fegato, o la cornea di cui necessiterebbe per sopravvivere o per vedere, finalmente, senza bende sugli occhi.

Fagnano Olona è un piccolo paese che lamentava il problema della carenza dei medici di base eppure quando a risolvere questa penuria è arrivato il dottor Enock Rodrigue Emvolo, 48enne originario del Camerun, in tanti lo hanno fatto bersaglio di insulti razzisti sui social.

Come sempre “Italiani brava gente”: soprattutto quando si cimentano da dietro una tastiera per allenarsi nell’arte del razzismo. Un’occupazione che non consente loro di riconoscere neppure il valore del lavoro altrui.

«Quando si parla di doveri siamo tutti di serie A. Quando si parla di diritti, i nostri retrocedono»: lo dice il professor Foad Aodi, presidente dell’ Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi). Secondo i dati dell’AMSI ci sono in Italia «77.500 professionisti della sanità di origine straniera»: 22mila circa sono medici e 38mila infermieri. 

Il colore della pelle e i tratti somatici rappresentano un problema per molti italiani che accedono alle cure. Negli ultimi cinque anni sono stati più di 300 i professionisti della sanità stranieri (o magari italiani ma di pelle “diversa”) che hanno preferito abbandonare il nostro Paese per i pregiudizi… ma oltre gli insulti c’è stata anche qualche aggressione  (come a Lignano). Si tende a sottovalutare il tema – salvo occasionali titoli a scandalo – ma è un problema sociale. Razzismo, paura dell’uomo nero, afrofobia, ignoranza… 

Kossi Komla-Ebri, medico pediatra e scrittore originario del Togo (*) confidava a Tonio dell’Olio (**) che un giorno nel suo ambulatorio capitò una donna che raccontava di minacciare il figlio dicendo: «Se non la smetti ti porto dal medico» e se il bambino non obbediva aggiungeva: «allora chiamo l’uomo nero». Per tranquillizzare il bimbo il dottor Kossi gli disse: «Sei fortunato, per oggi ho già mangiato». E’ il farmaco antico dell’ironia.

Ironia amara anche nella risposta del dottor Nganso alla paziente che rifiutava di farsi visitare da lui perché nero: «Ti ringrazio. Ho un quarto d’ora per bere un caffè».

Se c’è la necessità di dare vita a un’«Associazione dei medici stranieri in Italia» vuol dire che l’Italia è sempre più un brutto Paese.

(*) Qui in “bottega” di Kossi Komla-Ebri abbiamo parlato più volte. Se cliccate su Due pezzi natalizi (o anti-natalizi?) potete leggere il suo racconto «Rap hip-hop». Ma davvero quando potete fatevi-fate un regalo (o un prestito bibliotecario) e leggete il suo «Imbarazzismi» – storie di vita quotidiana – che dopo tanti anni resta un piccolo capolavoro… d’ironia e di serietà.

(**) www.mosaicodipace.it/index.php/rubriche-e-iniziative/rubriche/mosaico-dei-giorni/3327-l-afrofobia-in-corsia

 

 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

Un commento

  • Mariano Rampini

    «Rancore socializzato e deviato» così Annamaria Rivera (https://comune-info.net/gli-italiani-vogliono-il-razzismo/) definisce un fenomeno che dovrebbe, nella mente di tutti, essere retaggio di un passato di cui non andare mai orgogliosi. Eppure si continua, senza tregua, a guardare con diffidenza il diverso da noi. Di qualsiasi tipo sia la diversità. Perché la diversità disturba, impone una faticosa riflessione sui nostri timori ma anche sulle nostre pulsioni. Insomma, il pensiero è impegnativo, ruba tempo a chi non ne ha (e nemmeno cerca di averlo) impegnato com’è nel condurre una vita resa difficile con coscienza di causa. Gli italiani sono una Nazione giovane, nata da mille divisioni – le lotte di “campanile” non sono mai passate di moda – e da vent’anni di pensiero unico spinto nella testa della gente a colpi di manganello (per i più fortunati). Abbiamo una storia lunghissima e speciale rispetto a ogni altro Paese, una storia nella quale trovano posto addirittura imperatori asiatici o africani. Eppure c’è sempre questo timore diffuso, la paura che regnava sovrana quando – nel periodo più oscuro del Medioevo – l’unica economia possibile era quella di sopravvivenza (ognuno col proprio orticello nel quale coltivare il necessario per mangiare giorno per giorno). Paure quindi che vengono da lontano, che non ci hanno mai abbandonato. E quando il potere esercitava il suo controllo, per dirottare la rabbia di chi aveva poco o addririttura niente, si indicava un colpevole. Nessuno meglio degli ebrei – gli uccisori di Cristo anche se la croce l’aveva eretta i soldati romani – colpevoli di esercitare l’usura, di dicarsi a riti incomprensibili ai più, tutti raccolti insieme e, quindi, pericolosi. Una realtà che si è fatta strada nei secoli a colpi di pogrom, sopraffazioni, torture, leggi (ma lo erano? Qual è la differenza sostanziale tra giustizia e diritto?) inumane. Fino alla catastrofe della ragione, il nazismo, la ricerca affannosa e malata di una razza superiore la cui esistenza avrebbe giustificato ogni abominio. Noi non siamo rimasti estranei: le nostre leggi razziali gridano ancora allo scandalo. E in tutto questo non ho citato il ruolo di una religione che faceva dogma di fede, la lotta a morte contro chi professasse un credo diverso dal nostro. Fino allo scontro epocale con l’Islam, diverso eppure uguale nella ferocia contro il libero pensiero (la storia è assai intricata in questo caso e passa attraverso la conquista del potere da parte di coloro che avevano una lettura rigidamente ortodossa del Corano e chi, al contrario, ne interpretava il dettato). Questo in sintesi estrema il mondo (occidentale? Non solo…). E l’Italia, terra di conquista nella quale nazionalità le più disparate hanno dominato per poi cedere a nuovi venuti lo scettro? Avremmo dovuto imparare qualcosa. Ma siamo un popolo di memoria corta, di visioni limitate. Esistono, sì, figure illuminate dalla luce della ragioni. Ma siamo sempre nel campo delle spinte individuali, non in quello di una diffusa cultura dell’accoglienza. Che un tempo, forse, esisteva ma non poteva essere tollerata da un potere accentratore. Al punto che l’indice, una volta puntato sugli ebrei (e sui popoli Rom che hanno avuto sempre il ruolo di capri espiatori) si è spostato sull’esercito (già, un esercito di poche migliaia di combattenti. Nemmeno sufficienti a costituire l’avanguardia di quella “invasione” di cui la destra cerca di instillare il timore) di chi fugge da una vita miserrima accettando il rischio di una morte prematura solo e soltanto per condizioni di vita migliori. E finisce in zone fatiscenti (appositamente volute: le periferie delle città sono “la” periferia del mondo) dove domina una malavita spietata contro la quale da anni si tenta di lottare senza risultati definitivi (perché invece di pensare al “problema” migranti, non si pensa a rafforzare la lotta contro le organizzazioni criminali che infestano tutto il Continente?). Già, la malavita serve a rendere ancora più precarie le condizioni di vita degli “italiani”, se poi ci aggiungi anche i migranti, cosa accade? Che torna l’uomo nero. Ci sarebbe da dire molto sulla presenza sul nostro territorio di fasce di popolazione “esterne”: gli uomini e le donne venuti dall’Est si sono poco alla volta integrati, hanno accettato il ruolo marginale che veniva loro lasciato dal potere e ora sono loro stessi i primi a ribellarsi contro chi, nella realtà dei fatti, cerca nel nostro Paese una forma di riscatto. La “guerra tra poveri”? Ma in questa guerra c’è un aggressore? C’è un aggredito? Oppure c’è solo umanità manovrata da chi trae beneficio dal disordine sociale? Sono domande che dovremmo porci ogni giorno. E la risposta è difficile, dura, impossibile da ascoltare per chi non abbia tempo per pensare, per i “buonisti” (categoria creata dalla mente di un folle assetato di potere). Per una sinistra che ancora sembra non aver capito da che parte schierarsi. Perché la paura è di tutti. E per la paura, al momento, non esiste vaccino…

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