Oggi 12 dichiarazioni d’amore…

…ai libri: 5 – Susan Abulhawa
di Daniela Pia (*)
C’è un libro che non riesco ad abbandonare. L’ho letto e riletto; l’ho usato, didatticamente, in parallelo ad altri libri che raccontavano la shoah. E’ un libro che pone domande, infinite. Quella pressante è: Quanto dolore possono sopportare un uomo, una donna, un popolo? E poi: possono il dolore, la rabbia, il desiderio di vendetta trasformarsi in perdono e persino in amore? Questo è quanto si scopre, di pagina in pagina, leggendo il bellissimo e straziante «Ogni mattina a Jenin» di Susan Abulhawa (in italiano da Feltrinelli).
«Nel dolore di una storia sepolta viva, in Palestina, l’anno 1948 andò in esilio dal calendario, smise di tenere il conto di giorni mesi e anni per diventare solo foschia infinita di un preciso momento storico (…). Gli anziani di ‘Ain Hod sarebbero morti profughi nel campo, lasciando ai loro eredi le grosse chiavi di ferro delle dimore avite, i friabili atti catastali compilati dagli ottomani, i certificati erariali del mandato britannico, i propri ricordi e l’amore per la terra e l’impavida volontà di non permettere che lo spirito di quaranta generazioni restasse intrappolato in quel complotto da ladri». Così ci si addentra in una fetta di storia basata su una bugia enorme, quella che ha raccontato al mondo di «una terra senza popolo per un popolo senza terra», dalla quale è scaturita l’infinita serie di lutti e tragedie di cui questo libro costituisce una importante testimonianza. La protagonista del romanzo è Amal, che ci racconta la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la loro terra e confinati nei due km quadrati di Jenin assieme a una moltitudine di persone prigioniere, dentro confini da cortina di ferro, e accatastate le une sulle altre. Sessant’anni si dipanano in queste pagine, facendoci scoprire una storia che nessuno potrebbe raccontare efficacemente se non l’avesse vissuta, toccata con mano e sentito l’odore ferroso del sangue dei propri familiari bagnare la terra. Dice Fatima: «Le radici del nostro dolore affondano a tal punto nella perdita che la morte ha finito per vivere con noi, come se fosse una componente della famiglia che saremmo ben contenti di evitare, ma che comunque fa parte della famiglia. La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre. E il nostro modo di amare non è diverso, Amal. Un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che di notte ti rode il corpo. Un amore che puoi conoscere solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe e di proiettili che volevano attraversarti il corpo. E’ un amore che si tuffa nudo verso l’infinito. Verso il luogo dove vive Dio». Quando Amal tornerà a Jenin dopo l’esilio negli Usa lo farà con sua figlia Sara, in uno degli ennesimi momenti di tragedia per il suo popolo. Lì ritrova, seppur con fatica, la giusta dimensione delle relazioni più complesse: quelle con chi ha amato di più. Così quando Sara, vedendo per la prima volta Gerusalemme, esclama «E’ bellissima» lei pensa «E’ solo pietra» e si chiede «Perché la dignità e l’onore dipendono dalla pietra e dal terreno?». Una domanda aperta che gronda sofferenza perché la perdita della terra ha determinato anche la perdita degli affetti. Tuttavia quello che colpisce in questa raffigurazione di una tragedia infinita sono la pietà e la mancanza di rancore; anzi direi la presenza della speranza che gli uomini possano incontrarsi nel loro essere semplicemente uomini e donne aldilà dell’essere israeliani o palestinesi. La lettura di questo libro è stata per me un’esperienza forte, un doveroso richiamo storico, una fonte di ricchezza umana: se dovessi dirlo in tre parole: da non perdere.
(*) La Giornata mondiale del libro è un evento nato spontaneamente in diversi luoghi (tradizionalmente in Catalogna) e dal 1996 patrocinato dall’Unesco: la data scelta è il 23 aprile ma in qualche caso con manifestazioni che durano per un mese, cioè fino al 23 maggio. Noi abbiamo deciso di ricordarlo in blog – con una pioggerellina di post, uno ogni due ore – proprio oggi per suggerire che un giorno va bene, un mese è meglio ma se «continua» tutto l’anno è “meglissimo”. Fra gli impegni credibili che ognuna/o potrebbe prendersi c’è l’organizzare ogni tanto presentazioni di libri e/o letture collettive oppure calendarizzare (una volta al mese?) di prestare o regalare un “vecchio” libro amato non a qualche persona che abitualmente legge ma a chi di solito non frequenta librerie e biblioteche. Se ci sono altre idee fatevi sentire. (db)

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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