Pacifismo: strumenti, strategie e orizzonti

articoli di Franco Astengo e di Raffaele Barbiero

Pacifismo e «socialismo della finitudine»

di Franco Astengo

I bilanci ancora provvisori di questa torrida estate 2026 parlano di disastri economici, ambientali, sociali che riguardano tutta l’Europa. In aggiunta ovviamente il peso delle guerre che stanno circolando per il mondo: non soltanto quelle oggetto dell’attenzione quotidiana dei media ma tante altre sparse per ogni angolo del pianeta. Guerre che si accompagnano in molti casi a fenomeni di vero e proprio genocidio come sta avvenendo al popolo palestinese, purtroppo non isolato nella tragedia.

Tutto ciò avviene nella più completa indifferenza con le masse impegnate nelle distruttive vacanze “overtourism” , le forze politiche con occhi e orecchie attenti soltanto ai sondaggi pre-elettorali, i Governi impegnati a riaffermare reciproci nazionalismi che paiono rievocare il periodo precedente la Prima Guerra Mondiale.

Per questi motivi appare il caso di rilanciare l’idea del “socialismo della finitudine” accompagnando a questa definizione anche quella di “pacifista” : aggiunta ravvisabile come di estrema urgenza e attualità.

Un rilancio che si accompagna a una richiesta rivolta alle forze politiche italiane: è necessario che alcuni concetti contenuti nell’idea – appunto – del “socialismo della finitudine” facciano parte del bagaglio teorico ed anche direttamente programmatico della coalizione progressista che dovrà affrontare la scadenza elettorale prevista per il 2027 e che dovrebbe basarsi quale suo primo elemento di coesione sulla costruzione di un fronte costituzionale antifascista.

Entrando brevemente nel merito.

Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa.

Ci troviamo di fronte a fenomeni di allargamento delle logiche e delle pratiche di sfruttamento. Uno sfruttamento che è insieme di quantità e di qualità al punto tale da farci riflettere sulla necessità di un rovesciamento di alcuni dei nostri tradizionali fondamenti d’analisi.

Oggi il ritorno della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l’emergere di tensioni “dittatoriali” sconvolgono l’assetto consolidato in un momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come «globalizzazione».

I temi di fondo possono essere riassunti in tre punti:

1) La democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi estremamente chiari nelle nostre espressioni. Nel caso di elaborazione di una proposta politica socialista che contenga la consapevolezza della finitudine nelle possibilità umane appare prioritario affermare il principio dell’esercizio di una democrazia fondata sulla rappresentanza sociale. Una democrazia ancora basata sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità delle assemblee elettive, sulla libertà della comunicazione . Occorrerà esprimere con una forte tensione a costruire livelli di riferimento sovranazionali utilizzando l’antica tensione internazionalista e la vocazione pacifista.

2) Il rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano (l’elaborazione di un modello che potrebbe essere definito di una «società sobria»).

3) La necessità di una capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.

La coscienza della propria appartenenza e la volontà politica di determinare il cambiamento rimangono fattori insuperabili e necessari come motore di qualsivoglia iniziativa della trasformazione dello stato presente delle cose.

Attenzione però: lo stato presente delle cose va cambiato sia nel senso della condizione oggettiva della nostra esistenza sia in quello dell’assunzione di una consapevolezza soggettiva del vivere con gli altri.

La coscienza della propria appartenenza deve così sfociare nella coscienza di un’umanità che richiede uguali diritti per tutte e per tutti.

La volontà politica del”soggetto” va impegnata nella ricerca di un socialismo possibile nella forma di un nuovo umanesimo.

Un umanesimo socialista posto “contro” il modello di quello realizzato e fallito ma anche oltre forme di socialdemocrazia incapaci di porsi anche soltanto nella semplice prospettiva del riformismo.

Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante: spostamento di risorse indispensabile per la costruzione di una “società della salvezza umana” socialista e pacifista.

 

La formazione alla nonviolenza

di Raffaele Barbiero del «Centro Pace di Forlì»

Introduzione

Perché la nonviolenza è percepita come “utopica” ed è conosciuta da così poche persone? Perché non è una pratica comune? Il focus di questo articolo è l’educazione e la formazione: l’attenzione alla nonviolenza è cresciuta negli ultimi decenni, ma senza un parallelo aumento della sua attuazione pratica, restando percepita come obiettivo positivo ma di fatto irraggiungibile. Si può parlare di una “metodologia educativa attiva” per la formazione alla nonviolenza, e come implementarla? Quali sono le sfide principali?

1. Cosa significa “educare alla pace”?

L’idea che la pace si raggiunga anche con strumenti educativi è implicita in ogni teoria sociale che consideri pace e guerra come esito di azioni umane. L’UNESCO afferma di fornire “indicazioni concrete e fondate sui diritti umani su come l’istruzione possa promuovere una pace duratura e affrontare le cause dei conflitti e della violenza”1.

L’educazione alla pace è il processo con cui un gruppo diventa consapevole delle proprie capacità e impara a identificare i mezzi per risolvere i problemi; richiede uno sguardo orientato alla complessità e mira a rendere le persone capaci di riformare strutture e processi sociali per ridurre la violenza e aumentare la giustizia. Relazioni pacifiche non significano assenza di conflitti, ma conflitti risolti senza violenza. Occorre coerenza tra contenuto e metodo, secondo il principio gandhiano che “i mezzi non si distinguono dai fini”2: non basta parlare di pace se le strutture in cui agiamo la contraddicono. Per sua natura è olistica, non può essere confinata ad una sola disciplina e richiede tempo, diligenza e radicamento.

1.1 Risoluzione nonviolenta dei conflitti nell’educazione alla pace

L’educazione alla pace forma personalità critiche e creative, capaci di discussione anziché di accettazione passiva, e costruisce un percorso dinamico legato al modo in cui si affronta il conflitto. Passare dalla risoluzione violenta a quella nonviolenta significa riequilibrare una relazione sbilanciata tra due posizioni di potere: in un conflitto tra punti di vista apparentemente inconciliabili, ciascuna parte tende ad attribuirsi ragione, proiettando sull’altra gli aspetti negativi, mentre ogni posizione ha in realtà aspetti sia positivi sia negativi. Questo squilibrio favorisce il ricorso alla violenza, poiché ciascuna parte cerca di neutralizzare l’avversario.

1.2 Un modello alternativo?

Come sostenuto da Pat Patfort, tutte le parti dovrebbero porsi sullo stesso livello3: equivalenza non significa uguaglianza, e le differenze vanno considerate una risorsa. Risolvere una controversia significa muovere da due posizioni, A e B, verso una soluzione comune pienamente soddisfacente per entrambe. Non un compromesso parziale, ma uno sviluppo nuovo, attraverso tecniche che modificano la situazione conflittuale4 con un processo orientato a un obiettivo comune. Il ricorso alla violenza è segno di codardia; evitarla è segno di coraggio, nei piccoli conflitti quotidiani come nelle grandi dispute internazionali.

2. Cosa significa “formazione alla nonviolenza” e come implementarla?

Scriveva George Lakey negli anni sessanta: la formazione è “il processo attraverso il quale si acquisiscono nuove competenze […] e porta a comportamenti cambiati in situazioni di azione”5. Si apprende attraverso parole, immagini, corpo ed emozioni, ma l’esperienza (agire, fare) resta la forma più efficace, anche tramite giochi di ruolo, simulazioni ed esercizi.

La formazione nonviolenta mira alla crescita della nonviolenza nel rispetto dell’individualità e di valori universali (vita, dignità, diritti umani), utilizzando anche il gioco, poiché si impara meglio divertendosi. Il metodo porta i partecipanti: dal tema al problema, dal razionale all’emotivo; dal verbale all’espressivo, coinvolgendo corpo e mente; dal prodotto individuale a quello di gruppo, inteso come un tutto organico e non come somma di singoli contributi.

2.2 Metodologia passiva e attiva

Il processo formativo si articola in quattro fasi: identificazione dei bisogni, pianificazione, attuazione e valutazione dei risultati6. Le metodologie didattiche si dividono in passiva e attiva7. Nella prima la formazione trasmette conoscenze tramite la “lezione”, con partecipanti in ruolo passivo: efficace per contenuti codificati. Nella metodologia attiva, invece, l’apprendimento coinvolge anche la sfera affettivo-emotiva, l’esperienza diretta e le capacità di mediazione tra conoscenze nuove ed esistenti, tramite laboratori, casi di studio, role-playing e simulazioni: è la più efficace per promuovere cambiamento e nuovi comportamenti.

Le tecniche didattiche seguono due strategie: l’ascolto passivo, con esposizione predefinita di contenuti, e la scoperta, che promuove il cambiamento dei modelli cognitivi attraverso l’analisi delle esperienze personali dei partecipanti.

2.4 Alcuni elementi in un modello nonviolento

Il metodo più attento alla persona resta quello attivo; tuttavia anche il miglior metodo resterebbe una cornice vuota senza i contenuti della teoria e pratica nonviolenta, il cui obiettivo è ridurre al minimo la violenza nell’umanità. I teorici occidentali sottolineano il legame tra nonviolenza e potere8, contro l’idea diffusa che la nonviolenza equivalga a sottomissione: il “potere” dipende sempre dall’obbedienza attiva o passiva di una moltitudine9, e la nonviolenza serve a “scardinare” tale obbedienza, attraverso due principi cardine: non-obbedienza e non-collaborazione, declinati in disobbedienza civile, boicottaggi, sabotaggi e programmi costruttivi alternativi10, secondo regole precise11.

2.5 Metodi di decisione

Se la formazione mira a creare gruppi (15-20 persone) per il cambiamento sociale, occorre consapevolezza delle dinamiche di gruppo, dei ruoli e delle leadership. Esistono diversi metodi decisionali, nessuno perfetto: inerzia, autorità, minoranza/manipolazione, maggioranza, consenso, unanimità12. Il consenso, preferito nei gruppi nonviolenti, non equivale all’unanimità: il gruppo non decide se qualcuno non acconsente, ma tutti devono potersi esprimere e sentirsi ascoltati. Centrale è l’obiezione, “bloccante” (blocca e apre la discussione) o “non bloccante” (con atteggiamento collaborativo o meno di chi dissente). Nei casi di estrema urgenza può intervenire, per fiducia interna al gruppo, il meccanismo dei “decisori rapidi”.

3. Implementare la formazione alla nonviolenza

Non è necessario inventare nulla di nuovo: esistono già numerosi contributi13 e manuali predisposti da ONG e organismi internazionali. La nonviolenza richiede cambiamenti profondi nelle relazioni di potere e nelle istituzioni economiche, religiose ed educative, che incidono sulla capacità delle persone di crescere e cambiare la propria condizione. È un percorso di cambiamento continuo, che richiede pazienza: le persone hanno bisogno di tempo per assimilare le lezioni. Non è un’attività individuale: condividere con altri arricchisce l’esperienza, e ogni azione diretta nonviolenta richiede la partecipazione di molte persone. E’ possibile non raggiungere pienamente gli obiettivi.

Conclusione: sfide “interne” ed “esterne”

Le sfide della formazione sono sia interne al processo sia esterne, legate al contesto generale. Le sfide interne sono undici14: speranza, formazione interdisciplinare, gruppo, differenza interculturale, tempo, cambiare se stessi per cambiare il sociale, percorso formativo da attuare, capacità organizzativa, ricerca-azione, consapevolezza del possibile fallimento, gestione dei propri istinti. Le sfide esterne sono cinque15: interessi politici ed economici del complesso militare-industriale; l’idea che la guerra sia la continuazione della politica con altri mezzi; la convinzione che aggressione e violenza siano istinti umani; le armi considerate come “merce”; la formazione-educazione alla guerra.

Per concludere con una metafora: la formazione alla nonviolenza non è un “fungo che spunta nel deserto”, ma ha bisogno di un bosco — humus, pioggia e sole — per emergere e crescere. Fuori di metafora, l’impegno nella formazione consiste nel diffondere questo sentimento e far crescere alberi e foreste in ogni area possibile.

NOTE

1 UNESCO, Raccomandazione dell’Unesco sull’educazione alla pace, ai diritti umani e allo sviluppo sostenibile, Unesco Publishing, Parigi, 2024, p. 8.

2 Diana Francis, People, Peace and Power. Conflict Transformation in Action, Pluto Press, London, 2002, in part. p. 43.

3 Pat Patfort, Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 1992.

4 Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Edizioni dell’Asino, Roma, 2009.

5 George Lakey, Why Training for Nonviolent Action?, in “International Journal of Nonviolence”, II (1).

6 Raffaele Barbiero, The Training Process. Course for International Peace Mediators, module M06 ISS, Unpublished essay, Coventry University, Coventry, 2011.

7 Vedi tabelle: https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/

8 Gene Sharp, Waging Nonviolent Struggle: 20th Century Practice and 21th Century Potential, Porter Sargent Publishers, Boston, 2005, p. 37.

9 Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli, Milano, 2014.

10 Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, vol. II, Le tecniche, EGA-ed.Gruppo Abele, Torino, 1986.

11 Thomas Weber, Gandhian Philosophy, Conflict Resolution Theory and Practical Approaches to Negotiation, in “Journal of Peace Research”, vol. 38 (4), 2001, pp. 493-513.

12 https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/

13 Vedi bibliografia e contributi: https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/

14 https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/

15 Ibidem.

L’IMMAGINE (rubata a VAURO) è STATA SCELTA DALLA “BOTTEGA”

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Un commento

  • Secondo me un qualsiasi programma o pratica che cerchi di cambiare la deriva autoritaria e guerrafondaia che domina il nostro presente, dovrebbe identificare non solo valori e strutture, ma anche gli ostacoli con cui occorre fare i conti e un ostacolo rilevante è l’accresciuta potenza di manipolazione sociale dovuta alla pervasività degli strumenti comunicativi che funziona da censura positiva (si impongono gli argomenti di cui si deve parlare). Oggi la comunicazione è dominata da chi dispone di ingenti risorse finanziarie e fa in modo che potere, apparati militari e capitali siano sempre più connessi, rendendo le masse indifese, manipolabili, spaventate, ottuse, marginali… In questa situazione democrazia, violenza, non violenza, educazione, formazione sono parole, teorie, e non si vede come possano incidere sulla situazione.

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