Parola mia – di Mark Adin

Se ciò che un tempo si chiamava “soldato di ventura”, e poi “mercenario”, infine “contractor”; se una “etera” diventa una “cortigiana” e oggi una “escort”; se una “guerra coloniale” diventa “escalation imperialistica” e in seguito “missione di pace”; se uno “storpio” diventa un “handicappato” e poi un “disabile” e attualmente un “diversamente abile”; se le parole cambiano è per dare l’impressione che la parte di realtà che non vuole saperne di cambiare abbia un sussulto di vanità. Perché spesso c’è bisogno autentico e indifferibile di cambiamento, e ci illudiamo che utilizzare un eufemismo sia sufficiente per esorcizzare l’immobilità, l’incapacità di mutare l’immutabile.

Ci sono sempre rimedi possibili, in natura, ma ciò che contraddistingue l’uomo dalle altre specie che abitano il mondo è il potere di intervenire sulla realtà, semplicemente cambiandone il nome, adattandolo, torcendolo, forgiandolo, levigandolo fino ad assumere il significato desiderato. E’ un portato dell’intelligenza. Chiamare l’impotenza “disfunzione erettile” non risolve certo i problemi di relazione, ma restituisce un briciolo di dignità; per lo stesso motivo, dire “flessibilità” per intendere “precariato” è un modo come un altro per rendere più presentabile un concetto che si potrebbe ben descrivere diversamente.

La lingua è, dunque, un fattore di correzione se non di contraffazione della realtà? Certamente, anche. Al contrario, il suo coerente utilizzo può invece definirla in modo appropriato, contribuendo a delineare una verità. Come sempre, lo strumento può essere considerato neutro, è il suo uso che fa la differenza. Resta da chiedersi, quando non la si conosce a sufficienza, se non si può fare a meno di subirla, piuttosto che essere protagonisti, ma intervenire sulla lingua non è alla portata di tutti.

La lingua non è qualcosa di fermo, di statico, bensì una materia particolarmente viva e duttile, in continua evoluzione. Nella sua Scuola di Barbiana, don Milani era perfettamente conscio, nel percorso di riscatto degli umili attraverso la sua conoscenza, del suo effettivo valore. La conquista della parola era vista come il preliminare indispensabile per il riscatto sociale. Parolieri e parolai non necessariamente diventano uomini di parola. In parlamento dare o togliere la parola ha persino un senso di sacralità istituzionale, proprio perché le parole non sono “soltanto parole”, come sentenziò un noto… paroliere. Sparlare, ad esempio, è una attività disonorevole e non certo commendevole.

Non credo ci sia periodo più proficuo, per misurare il potere della parola, della campagna elettorale, nella quale la lingua esorbita dalla quotidianità, per giungere alla sua piena funzionalità di elemento in grado di suggestionare il percettore, sino al punto di cambiare la realtà davanti ai suoi occhi e sovvertire l’evidenza, quando si è armati di spregiudicatezza e caricati di intenti manipolatori. E’ stupefacente e allarmante notare che i candidati accettino di cimentarsi in una gara a chi è più bravo nel ricostruire a proprio piacimento una oggettività fittizia, chiamando le cose con nomi diversi, sino a proporre mostruosità di ogni tipo, vendendo balle per verità assolute.

Il mito racconta che, nel ghetto di Praga, il rabbino animò una creatura di terra, modellata a forma antropomorfa, scrivendo sulla fronte della stessa la parola “Golem”: divenne il suo servo. Non sfuggirà che, anche nella creazione del mondo secondo il mito biblico, vi è la presenza del Verbo. Nelle pratiche magiche si pretende di mutare la realtà attraverso la pronuncia di formule costruite unendo parole il cui profondo significato è destinato a compiere il miracolo. I cosiddetti mantra, nella cultura induista, sono prescritti e pronunciati allo scopo di raggiungere la perfezione ascetica. Così si può dire della preghiera, in senso lato.

Persino per aiutarci nella esecuzione delle nostre abituali faccende di corpo, un vecchio slogan pubblicitario – utilizzato nella promozione di un confetto purgativo – recitava: “Basta la parola!”. Posso dire, pensando a certi leader di partito, che riassumeva bene il concetto.

Mark Adin

 

 

Redazione
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3 commenti

  • «Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile». Philip Roth
    Ma come ha spiegato bene Mark le parole possono nascondere molte insidie, possono diventare armi offensive e delle peggiori. Proprio per questo e’ necessario conoscerle a fondo, possederle, per saperle riconoscere come prostitute e menzognere quando sono mascherate. Il dramma odierno e’ proprio la privazione della parola che si sta verificando nell’ assoluta indifferenza.

  • hai introdotto, direi magistralmente, un problema che dovrebbe essere al centro dell’analisi di chi non si rassegna.

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