Participio passato

Romano Mazzon

Se sino a qualche tempo fa mi sentivo confuso ora, devo ammettere, quel sentimento è passato lasciando il posto alla perplessità.

Non mi riferisco alla stato di stupor provocato dai risultati elettorali delle amministrative di Milano e Napoli. Non ne voglio diminuire l’importanza, basti ricordare che il presidente Obama, sentito del risultato di Pisapia, ha annunciato che Israele deve accettare i confini del 1967!

La perplessità compare man mano che cresce la consapevolezza che in Italia lo Stato si è quasi definitivamente trasformato in un participio passato, così come sta accadendo per i Partiti. Cosa rimane se lo Stato è stato e il Partito è partito? Abbiamo vinto?

Venditori di sogni continuano nella loro sceneggiata senza accorgersi che la scenografia è scomparsa. Che strano quando i ragazzi tunisini arrivati a Padova ci dicono che vogliono lavorare, ingenui. Li si guarda come si guarda il bambino che vuole la luna, ingenuo, non basta vederla nel pozzo per prenderla con il secchio. Loro il lavoro in Italia lo hanno visto alla tv, guardandola non avevano capito bene la situazione. Uno di loro, dopo che avevamo spiegato che anche alcuni dei volontari che li stavano aiutando erano disoccupati e gli altri, per lo più, precari, ci dice “Ma allora Berlusconi?”. Un altro, ingenuamente, mi sussurra che loro Ben Alì lo hanno cacciato proprio perché si mangiava tutto e non c’era lavoro per nessuno, nemmeno per diplomati e laureati.

Ingeui questi ragazzi che stanno vagando per l’Italia, scoprendo che qui è tutto un participio passato mentre loro parlano al futuro.

Rom Vunner

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