Perchè la vita deve essere bella

un documentario di  Marco Riva e Luca Berardi su Danilo Casadei detto Baciola

 

“Perché la vita deve essere bella” è un documentario che racconta l’esperienza e il pensiero di Danilo Casadei, detto Baciola, poeta di strada, vagamondo (mitico il viaggio in India in autostop, nel ’73, sulle orme dei maestri della Beat Generation). Abbiamo scelto Baciola in quanto rappresenta l’antitesi di un mondo dove la gente lavora, lavora per spendere e spandere (crisi permettendo) ed è insoddisfatta.
Baciola è il contrario di tutto ciò: vive alla giornata, ricerca relazioni umane profonde girando per colline ed osterie, descrive le sue emozioni in taccuini stropicciati… lo si può incontrare la notte all‘Intifada di Cesena mentre annota i suoi pensieri su una vecchia lavagna oppure al circolo di Monteleone dove, seduto sulla sua poltrona preferita, chiacchiera con qualche ragazza di cui è “follemente” innamorato dedicandole versi scritti su carta per alimenti, o a gustarsi la spianata con la mortadella da Alvaro a Sorrivoli.
Quindi noi vogliamo raccontare che si può vivere diversamente dall’ottica totalizzante di produzione, consumo e infelicità: la vita è una e “deve essere bella” e per ciò bisogna lottare ogni attimo. Questo insegna Baciola, a vivere sobriamente senza l’ossessione del denaro… “gli altri accumulino pure…Baciola esprime!”
GIU’, gruppo inutili uniti, vuole: ricercare cosa sta succedendo nelle persone, oggi, in un angolo remoto del ricco occidente; analizzare le conseguenze, le ricadute personali di un mondo “a testa in giù” (Eduardo Galeano) basato sull’ingiustizia, lo sfruttamento dei paesi poveri e sull’insoddisfazione esistenziale di massa in quelli ricchi; e lottare per una presa di consapevolezza allo scopo di cambiare la percezione del mondo e magari, nel tempo, insieme a tanti altri, provare a rivoltarlo un po’. Perciò andiamo fieri della nostra inutilità in una società dove l’utile è solo quello economico-commerciale.
Infine, tra gli intenti del gruppo, oltre a quello fondamentale di produrre documentari, c’è quello di fondare una scuola popolare di libera informazione (gratuita), per formare persone capaci di agire nel mondo della comunicazione (tramite Carta, Teatro, Video, Web…) sempre più in mano a pochissimi e potentissimi soggetti.
da qui

Penso a Baciola come a un poeta non della scrittura ma dell’esprimersi, come afferma lui stesso in un momento toccante del documentario. La scrittura era per lui uno sfogo, un ponte di comunicazione con gli altri, un ingenuo mezzo di sostentamento. Poetici sono invece i gesti eclatanti, lo scoppio della risata, il furore del suo sguardo fermo, il girovagare nudo di notte. Baciola esprimeva la vita in modo poetico perchè era un puro. Di solito si dice dei bambini, invece lui lo era perché adulto senza cattiveria, indifeso nel mondo. Danilo aveva davvero il cuore privo di cattiveria. L’ho sentito imprecare con accanimento o contro quel qualcosa di insondabile che gli procurava il male dentro o contro l’ingiustizia causata dalle persone. Nel primo caso subentrava la rassegnazione, nel senso dell’accettazione nobile della propria condizione umana, il non potere essere diversi da come si è, non poter essere altro da questo. Nel secondo caso l’astio ad invocare vendetta imboccava alla fine la via della comprensione: se una persona è malvagia probabilmente ha subito dei torti nell’infanzia o non ha ricevuto amore. La purezza naturalmente si scontra con la vita e si sconta con la vita, nel suo caso. Al di là della diagnosi medica, credo che la malattia che lo ha riportato ad essere energia nell’universo, come diceva lui, sia stata la radicalità del suo pensiero. Il rifiuto del lavoro cos’altro è se non la ricerca di una purezza dei gesti? Poi a viver di solo pensiero ci si inviluppa, la vita scorre di fianco reclamando le sue necessità materiali e Baciola non si è accorto di questo sgancio o non ce l’ha fatta a rispondere alle esigenze di questa società, perdendo via via la capacità di autonomia. Mi ricordo un periodo non molto successivo alla realizzazione del documentario in cui Danilo aveva acquisito una certa autostima, aveva smesso di fumare, vestiva bene, curato, forse corteggiava seriamente una donna, addirittura lavorò credo per tre mesi a fila! E tutti a dire bravo Baciola, non ti riconosco, continua così e forse è stato un bluff con sé stesso, un tentativo di essere normale, e perciò una forzatura alla propria diversità. Baciola è stato l’esempio più calzante della filosofia di GIU, gruppo inutili uniti, questo manipolo di persone che rivendicano ironicamente il diritto a restare giù, per scelta o perché esclusi, o perché vogliamo vedere il mondo da un’altra prospettiva o perché sono proprio i valori del mondo ad essere sballati ed è la realtà che va alla rovescia, giu per raddrizzarci. Giu è un gruppo finto, Baciola era giù nella sua vita reale, spesso soggiogato dalla propria tristezza come il cane depresso all’inizio del film. A distanza di ben sette anni dalla realizzazione del documentario ho deciso di riproporlo a diversi festival di cinema, (naturalmente essendo un prodotto g.i.u. non verrà selezionato da nessuna parte!) perché credo che la storia narrata sia fortemente attuale: è il tentativo di ritagliarsi spazi di libertà in questa società. Spesso si tratta di spazi ristretti, marginali e Baciola ha sempre abitato queste zone di confine, saltando qua e là tra la normalità e il disagio psichico. Personalmente sono molto toccato da questi tentativi di vivere poeticamente. Io cerco di farlo con l’arte, che è la chiave di lettura con cui guardo al mondo e a quello che mi accade, il filtro principale dei pensieri con i quali maneggio la vita, forse un paravento a difesa delle incessanti richieste che la vita ci impone. Come amico di Danilo, sono contento che la sua vitalità sia stata impressa in queste immagini, credo sia un bel ricordo e un ritratto abbastanza autentico.

Luca Berardi

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