Philip Dick, ESEGESI 4

Avere accesso alla verità

di Giuliano Spagnul (*)  

Scrivere per la verità è il compito che Philip K. Dick sembra essersi dato tramite la sua ricerca esegetica che coinvolge assieme alle esperienze liminari come quella del 2.3.74 (e altre date posteriori a quella ma di pari importanza) anche il proprio lavoro narrativo nel suo complesso: «È nel mio lavoro che esiste il mio asse della crescita e io ne sono ben consapevole; sono da tempo a disposizione del mio lavoro, vedendo me stesso come suo strumento, e non esso come mio»(1076). E cioè se la vita di Dick come sembra lui voglia e come sembra in effetti diventare sempre di più indissolubilmente legata alla verità è inevitabile che ciò comporti «un esercizio di incessante ‘alterazione’ dell’esperienza individuale, in un continuo diventare altro e mirare a una vita diversa o ‘altra’» ma, con in più, il rischio duplice «di non aver mai una rete di protezione, cioè di non sapere dove davvero ci conduce l’alterazione di noi stessi, e un rischio paradossalmente opposto e assai più temibile, quello di mirare comunque alla realizzazione rassicurante di un’’altra vita’»1. L’essere riuscito, da parte di Dick, a far fronte a questo doppio grande rischio è forse il risultato più grande e anche il meno riconosciuto. L’aneddotica di un Dick in preda alle droghe e ormai completamente ‘fuori’, al di là delle concessioni che comunemente si permettono agli artisti e poeti maudits, sono tanto condivise quanto quella di un Dick convertito a una fede trascendentale. Ma proprio leggendo e rileggendo la sua ultima opera, la più privata e la più pubblica (nel suo essere priva di protezioni e maschere) non si può non vedere come la sua figura più intima e personale sia quella di «non farsi mai trovare là dove l’interrogazione di verità ci vorrebbe immobilizzare»2. Dick ha resistito alla personale disgregazione proprio grazie alla sua ricerca che «è degna quanto la meta» e che è «vita dinamica della mente» e tramite la quale «io scrivo, io apprendo, io mi evolvo e cresco; dunque sono»(1231) e allo stesso tempo è rimasto indenne dalla tentazione della verità assoluta, rivelata, di un’ “altra vita”: «Adesso sono convinto che la mia esperienza del 2-3-74 non è reazionaria ma che mi sta portando nel futuro… un vasto salto di qualità dall’azione politica a una colossale meta-visione della realtà che abbraccia il politico e lo spirituale, lo scientifico e il religioso: quello che per me personalmente può essere la sommatoria fondamentale della mia intera vita di ricerca e di visione del mondo; per me e per il genere umano si sta aprendo una nuova età in cui il sacro, che ci si attende dall’alto, per così dire, ritorna al fondo, allo strato di spazzatura del vicolo, umile e nobile, bellissimo e sofferente e vivo e cosciente»(1165) . Si può certo facilmente isolare il Dick religioso e vedere, come fa Carlo Formenti, «che la lunga ricerca del senso da parte dello scrittore raggiunge finalmente il proprio obiettivo, e cioè quella divinizzazione dell’uomo che coincide con il nucleo essenziale della gnosi fantascientifica»3. Ma per quanto potrebbe sembrare lecita questa visione resterebbe comunque una visione parziale del pensiero di Dick. Una parzialità tendente a ridurre e a depotenziare una complessità che invece avrebbe bisogno, prendendo a prestito una felice espressione di Paolo Virno4, di un «materialismo dalle spalle larghe». Qualcosa di molto simile a quel “materialismo spirituale” che Philip K. Dick ha saputo costruire con tenacia, piacere e sofferenza nell’arco della sua non lunga ma intensa vita.

(*) Fra 7 giorni «ESEGESI – 5 Potrebbe non finire con me».

Nota 1: Pier Aldo Rovatti, «Dimmi chi sei. Foucault e il dilemma della veridizione», in «Aut Aut» 362 aprile-giugno 2014, Il Saggiatore, Milano, pag 46

Nota 2: P. A. Rovatti, Dimmi chi sei. Foucault e il dilemma della veridizione, cit. pag 47.

Nota 3: Carlo Formenti, La gnosi di Philip K. Dick, in «Trasmigrazioni. I mondi di Philip K. Dick» a cura di V. M. De Angelis e U. Rossi, Le Monnier, Firenze 2006. pag 46.

Nota 4: Paolo Virno, «Promemoria su Ernesto De Martino», in «Studi Culturali» anno III n. 1 giugno 2006, p. 147.

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