Politica e linguaggio: l’importanza delle parole
di Maurizio Fantoni Minnella
1. Le recenti dichiarazioni di due ben noti personaggi della cultura e della musica italiane, lo scrittore Erri De Luca e il cantautore Francesco De Gregori, riguardo al conflitto israelo-palestinese e in particolare, al genocidio in atto nella Striscia di Gaza, hanno fatto discutere tra sdegno e assoluzione. Cominciamo col dire che la stessa parola “genocidio”, con il suo implicito, tragico portato storico, prevalentemente concentrato nella Shoah, continuerà a suscitare grandi polemiche, alimentate soprattutto da coloro che, provando riprovazione nel vedersi attribuire il medesimo orrore subito in passato, negheranno e seguiteranno a negare a gran voce l’evidenza. Non esiste altro genocidio che il nostro. Un diktat di comodo che è diventato mainstream, proporzionalmente al peso che la comunità ebraica internazionale esercita sul mondo politico e sull’economia globale.
La dichiarazione di fede sionista dello scrittore De Luca (già in passato impegnato in traduzione dall’ebraico e dall’Yiddish e presente nel mercato librario israeliano con alcuni suoi testi), unita alla messa in discussione della parola genocidio per definire lo sterminio della popolazione gazawi, non può che lasciare sconcertati, sebbene fosse, malgrado tutto, prevedibile. Ciò che più indigna è la menzogna secondo cui dichiararsi antisionista significherebbe essere favorevoli dell’eliminazione dello Stato di Israele, quando, al contrario, il termine sionista non è necessariamente identificabile con Israele in quanto Stato ma con una prassi politica coloniale e di apartheid che da oltre cinquant’anni viene applicata ai danni del popolo palestinese. Quindi antisionismo e antifascismo si richiamerebbero alla medesima radice, che vede l’opporsi alle politiche criminali di un determinato governo rifiutandone in toto l’ideologia, la propria ragion d’essere. Crediamo invece che per De Luca il sionismo sia l’essenza stessa d’Israele, il progetto definitivo di un solo “Stato ebraico” e non quello di due Stati per due popoli, come lui stesso propugnerebbe (insieme alla cosiddetta “sinistra sionista”) rifiutando al contempo, la parola genocidio per non svilire il significato del solo genocidio possibile, quello del “popolo eletto”.
La questione riguardante la produzione letteraria di Erri De Luca non va confusa con la legittima critica alle sue dichiarazioni politiche, dal momento che i suoi testi non riguardano l’argomento del conflitto. Lo stesso si può dire per gli scrittori israeliani che sono altro rispetto alla barbarie della politica governativa del proprio Paese. Altrimenti ci troveremmo nel paradosso di dover difendere l’odiosa censura degli artisti russi del passato (Musorgskij, Dostoevskij etc.) e del presente – come effetto malato del conflitto russo/ucraino – che si vedono esclusi dalla partecipazione ad una kermesse artistico-culturale mondiale!
2. Quanto al rifiuto di De Gregori di prendere posizione pubblicamente sul conflitto israelo-palestinese e più specificatamente, sul genocidio a Gaza, non v’è dubbio che esso sia la risposta affermativa alla progressiva esclusione o autoesclusione degli intellettuali dalla vita politica, in linea con la messa in discussione del loro stesso ruolo, nell’accezione dell’impegno civile se non espressamente politico, del je accuse dell’intellettuale engagè che abbiamo conosciuto fin dai tempi dell’affaire Dreyfus e ritrovato con Jean Paul Sartre e la rivista «Les Temps modernes» (nota 1) nella Francia del secondo dopoguerra. In altre parole, questo ci appare come un altro segno tangibile della deriva individualistica e autoreferenziale di chi pensa, dichiarandosi pubblicamente, di fare il gioco di un qualsiasi potere dominante, quando invece è proprio quello stesso potere ad ottenere il silenzio degli intellettuali e degli artisti millantando la sudditanza volontaria per libertà.
3. Al discorso sulla libertà dell’artista nella società contemporanea si ricollega, infine, quello intorno alla bellezza di cui si fa interprete, tra gli altri, il regista Paolo Sorrentino nell’intervento tenuto al Quirinale (nota 2) alla presenza del presidente Mattarella al quale si rivolge espressamente affermando che “se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti vivremmo gioiosi e pacifici ma purtroppo ci sono anche gli altri…”.
Al di là dell’indubbia infelicità della frase, che suona piuttosto come una sentenza, viene quasi naturale riportare il discorso a quello che da alcuni è considerato il capolavoro di Sorrentino, ossia «La grande bellezza» (del 2013) non tanto per avventurarci nell’ennesima esegesi dell’opera, quanto per riflettere su questa nuova visione della bellezza, ormai propagandata come un brand e non come un bene comune, come un’etichetta da consumare, sia che si tratti di una piazza, di un centro storico medioevale, di un quadro celebre, di un grande museo o di un paesaggio. Un prodotto come qualsiasi altro, per la gioia delle nuove masse, desiderose di affrancamento culturale. La “grande bellezza” dell’arte classica (ma saremmo tentati di affermare che il piccolo e il grande non sono categorie attribuibili alla bellezza) – sembra abbia voluto dire il regista napoletano – sopravvive alla grande bruttezza dei soggetti umani che la circondano, dei nuovi parvenu che popolano i salotti della capitale e l’intero Paese. In contraddizione con il principio della modernità del XX° secolo che trascendeva quell’idea di bellezza inserendovi, nella naturale evoluzione del linguaggio artistico, una serrata dialettica con il proprio tempo e con elementi nuovi come l’inconscio, ad esempio; conoscenza cui erano estranei gli artisti del passato. Quell’idea nostalgica di purezza e di autonomia dell’arte al riparo dalle intemperanze e finanche dagli orrori del proprio tempo, propugnata anche da un critico d’arte come Vittorio Sgarbi, ritorna oggi prepotentemente alla ribalta con il disvalore aggiunto della bellezza stessa ridotta a simulacro. Saremmo tentati perfino di affermare che il film di Sorrentino possa diventare una sorta di manifesto dell’antimodernità.
Per concludere, nelle affermazioni dei tre artisti, vi è in fondo, un solo principio che segna drammaticamente i tempi bui che stiamo vivendo, quello dello spirito critico, dell’incapacità di riafferrare i fili visibili e invisibili del presente traendone linfa per la creazione artistica e per una partecipazione attiva, eterna antitesi dell’indifferenza.
NOTE
1. Rivista di filosofia, politica e letteratura fondata nel 1944 da Jean Paul Sartre e da Simone De Beauvoir.
2- Discorso pronunciato al Quirinale il 13 maggio 2026, in occasione del 145° anniversario della SIAE.
L’IMMAGINE è stata scelta dalla “bottega”. Abbiamo chiesto al muro se era iscritto alla SIAE e la risposta è stata davvero maleducata (l’abbiamo presa per un Free Common).

La questione delle opinioni espresse da De Luca e – in particolare – da De Gregori, è spinosa. Assai spinosa. Confesso di conoscerre poco il De Luca poeta. Anzi non lo conosco affatto. Ma è una mia personalissima pecca che un giorno, forse, (quando mi sarò distratto dalla fascinazione che continua a esercitare su di me Federico Garcia Lorca) emenderò. Preferisco quindi parlare di De Gregori che conosco da tempo immemore, cioè fin da quando andai ad ascoltare al Folkstudio un cantautore romano di cui si diceva un gran bene. Erano i tempi di Theorius Campus e con Francesco cantavano Venditti e Cocciante. Poi uscì Alice (che guarda i gatti che girano nel sole) e da lì non più davvero abbandonato il cantautore romano che ci ha regalato, nel tempo cose magnifiche come Generale (…senza più pensare che la guerra è bella anche se fa male), Bufalo Bill (…il Dio che progetta la ferrovia e costruisce la ferrovia), la Donna Cannone, l’intero Titanic La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento …ma mamma a me mi rubano la vita quando mi mettono a faticare per pochi dollari alle caldaie sotto il livello del mare). Ne ho trascurate molissime ma ci aggiungo Il pilota di guerra (Oltre le nuvole, oltre le nuvole, o se possibile ancora un minuto più in là, con questa notte ai miei piedi, più nera e più buia a vederla da qua, ma un giorno il giorno tornerà…). E, soprattutto un lavoro cone Volume 8 scritto a quattro mani e venti dita con Fabrizio De Andrè che con ogni probabilità si sarebbe chiesto il perché delle recenti parole di De Gregori (se non erro sull’impegno furibondo di Springsteen contro Trump e le sue politiche). Se si ascolta quel disco credo che nessuno potrà dubitare del pensiero di Francesco. Almeno ai tempi in cui scrisse quelle canzoni e molte altre (dimenticavo Il cuoco di Salò con i giovani che vanno a morire – la bella morte – in una bella giornata dalla parte sbagliata). Resta perciò incomprensibile la ritrosia espressa da un autore che ha dedicato almeno metà della sua produzione a un’idea di libertà, di fratellanza, di pensiero, verso l’impegno politico dell’artista. Una contraddizione in termini, violenta e scioccante proprio perché senza spiegazioni possibili. A meno che non ci si voglia spingere verso la considerazione dell’età che avanza (ma ha appena due anni più di chi sta scrivendo…). A parte gli scherzi è un tema che può in qualche modo trovare una sua chiave di lettura in quel “disimpegno” citato dall’amico Minnella, favorito e spinto proprio dai poteri che temono uno schieramento deciso degli artisti, di coloro la cui voce viene ascoltata ogni giorno da milioni di persone. C’è probabilmente anche un’ulteriore considerazione da fare: lo sconforto verso la tragica salute del mondo. Uno sconforto quotidiano, terribile perché insidioso, capace di strisciare sottopelle e conquistarsi spazi sempre crescenti a danno della speranza in qualcosa di meglio, di più giusto, di meno oppressivo. Di un mondo empatico e capace di raccogliere in sé il dolore dei più deboli, dei meno fortunati, di chi – ribadisco, ogni giorno – rappresenta il dolore di tutti. C’è da sperare che quelle parole siano dettate dallo sconforto. Se così non fosse, tornerò comunque ad ascoltare Generale e a viaggiare insieme ai reduci su quel treno che “…va veloce verso il ritorno. Tra due minuti è quasi giorno. È quasi casa, è quasi amore”…