Poveri pazzi

«Alcuni di noi spesso si trovano in manicomio perché la società non ha i nervi saldi per sopportarci. Perciò prima sarebbe necessario curare la società alla quale ci dovremmo inserire». L’ italiano potrebbe dar fastidio ai pignoli ma importa il contenuto; basta mettere sottosopra una frase fatta (“bisogna curarli”) per scoprire che è il contrario: chi aveva – e ha – urgente bisogno di cura è la società, con i nervi a pezzi.

Il virgolettato è nella quarta di copertina di «Sogni e speranze al di là del muro» (Fuori binario libri: 64 pagine, 10 euri) ovvero «Manoscritti dei ricoverati all’ospedale psichiatrico di Girifalco (Cz)» ed è ripresa da una lettera di Angelo che si chiude così: «La libertà è soggetta a limiti di usi e di costumi ma molto di più è soggetta alle capacità finanziarie». Abbiamo imparato dalla pratica una tremenda verità: che la medicina considera sempre pazzo il povero e solo esaurito il ricco. Questo libretto ci racconta le «voci da dentro» e una parte del movimento che portò alla chiusura dei manicomi, un’ottima legge – portata avanti soprattutto grazie a Franco Basaglia – che purtroppo fu mutilata in partenza dalla non assegnazione di fondi per i servizi territoriali.

Dobbiamo questi testi all’impegno di uno psichiatra controcorrente, Carmelo Pellicanò, che nell’op di Girifalco (terzo manicomio del sud) incoraggiò i ricoverati a raccontarsi. Quando vide che alcuni faticavano a esprimersi nelle assemblee, assegnò loro i “compiti a casa” ovvero «temi su libertà, sogni e cure senza medicine». Ed ecco 20 memorie, scritte perlopiù fra il 1968 e ’69, ritrovate nei cassetti di casa. «Curare la società dei sani» e «tener deste le coscienze» scrive Pietro Clemente nella prefazione. Nel quinto anniversario della scomparsa di Pellicanò ci sono poesie e ragionamenti, qualche grido di dolore e alcuni sogni che ancora ci possono aiutare. Non sa scrivere in un italiano scolastico Raffaele che dopo il nome aggiunge «di fufrancesco» ma è chiarissimo il suo: «Libertà io voglio andare accasa» e poi «e sto bene accasa mia», «non mi piace stare qui canon affatto niente di malo». Ed è probabile che niente di male abbia fatto. Io ho vissuto, sia pure di striscio, la (tardiva) apertura di un manicomio e potevo così vedere con i miei occhi quanti dei “folli” erano solo sordi, epilettici, gay, rompicoglioni oppure poveri. In un famoso libro di quegli anni si racconta come nel manicomio di Torino si decidesse se praticare l’elettrochoc: il criterio scientifico era chi faceva troppo rumore e infastidiva il “luminare”, infatti il libro si intitola «Portami su quello che canta».

Mi piacerebbe dire che trovate questo libretto in ogni buona libreria ma temo che vi ingannerei. Probabilmente lo potete trovare sui binari o all’uscita della stazione di Firenze («Fuori binario» è un giornale di strada, venduto e in gran parte scritto dai senza casa) oppure scrivete alla redazione – via del Leone 76 – e fatevelo mandare.

«La storia esiste se qualcuno la racconta» scrive Concetta Pelicanò nell’introduzione. E la storia corre di orecchio in cuore se noi la leggiamo, la riprendiamo, la mettiamo in blog, la facciamo circolare. Magari sui pullman che e sui treni che sabato prossimo vanno a Roma (o in altre piazze) sperando d’essere in milioni di indignate/i.

Il libretto si chiude con la poesia di Benito Scalone, un infermiere: vede gli ammalati dormire e «finalmente si placano». Adesso «sono liberi di viaggiare / verso mete lontane, / cavalcate bizzarre / verso mondi sconosciuti / là dove la gente non dice: questo o quello non farlo».

BREVE NOTA

Della rivista «Fuori binario» ho parlato su codesto blog anche 7 giorni fa, a proposito di un concorso letterario sul degrado. Di degradi ovviamente ce n’è tanti: i media raccontano solo quelli che spaventano ricchi e ben pensanti, a me sembrano assai più degradati i sindaci-sceriffi e i ministri leghisti. (db)

Redazione
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