Quei mostruosi centri commerciali

di Chief Joseph … o se preferite Hinmaton Yalaktit (*)

I sostenitori dei grandi centri commerciali portano avanti il mito del risparmio. Si dice che tanti poveri cristi, in conseguenza dei bassi prezzi praticati, possono rivolgersi solo agli ipermercati. Sicuramente tale logica ha un fondamento ma si dimentica una cosa fondamentale: che queste mega strutture, per poter praticare un certo prezzo, devono abbattere i costi. In questo momento storico, in particolare, l’elemento più facilmente attaccabile è costituito dal costo del lavoro. In pratica, il personale è ridotto ai minimi termini e quando serve, tramite le cooperative, si assolda manodopera per tre-cinque-dieci-quindici giorni. Mi sembra fin troppo facile arguire che questi operatori lavoreranno sempre sulla soglia della povertà. In pratica una lotta fra poveri: da una parte coloro che cercano luoghi in cui si compera a poco e dall’altro coloro che per un lavoro saltuario devono accettare condizioni che precludono loro di guardare il futuro

Nonostante mi sforzi, non riesco a vedere niente di positivo nei grandi, nei super, negli iper, negli… Ripenso ai tempi dei piccoli negozianti che, logicamente, un po’ «ci giocavano» con i prezzi ma con i quali si aveva un rapporto diretto: si discuteva, a volte si inveiva, ci si raccontava dei guai personali e si aveva l’impressione di scegliere. Poi pian piano c’è stata una degenerazione della specie: i negozi sono diventati sempre più grandi fino a essere mostruosi. Si entra in questi luoghi e si trova di tutto: dalla crema depilante per le unghie dei piedi, alla imballatrice per l’erba. Lì addirittura sono invertite le stagioni; d’inverno, dopo dieci minuti di permanenza, c’è il desiderio di denudarsi, mentre d’estate si è alla ricerca di un maglione per ripararsi dall’aria gelida sparata addosso. L’ipermercato rimanda alla biblica torre di Babele: migliaia e migliaia di persone si toccano senza mai entrare in contatto, si compra tre, anche se serve solo uno, ma così “si risparmia”. Risultato: i cassonetti delle immondizie debordano di cose comprate solo per alimentare il consumo e non l’effettivo bisogno.

Faccio fatica a frequentare gli ipermercati perché quando torno a casa devo riordinare idee e concetti primordiali che in quei luoghi si sono scardinati. Pensiamo, ad esempio, al pane: ebbene, è quasi impossibile trovare una pagnotta a cui non sia stata iniettata una “corroborante” dose di strutto. Nonostante sia vegetariano, ho il massimo rispetto per i carnivori però non riesco a capire perché mi si voglia propinare, a tradimento, grasso animale.

Queste mostruose iper-creature non rispondono più al gusto dei consumatori, ma determinano esse stesse che cosa bisogna mangiare dietro l’accattivante formula del “paghi due e prendi tre”. Le dipendenze producono sempre danni ma non si tratta solo di droghe, fumo e alcool. Eppure a nessuno viene in mente che frasi del tipo «Ho un po’ di tempo a disposizione, vado a fare un giro all’iper» siano la conclamata manifestazione di una grave crisi di astinenza. E lasciamo perdere la favola del risparmio perché i paragoni sono possibili quando esistono almeno due possibilità, non in regime di monopolio. I piccoli negozi, di qualsiasi tipo, sono stati uccisi dalle vendite sottocosto. E lasciamo pure perdere la favola dei posti di lavoro che rimangono sempre gli stessi a livello numerico, anzi diminuiscono (e, nel migliore dei casi, sono semplicemente spostati all’interno di questa enorme scacchiera). I paesi, le città, le metropoli stesse sono diventate corpi morti perché il cuore è stato espiantato, senza il consenso del donatore e re-impiantato in queste creature “cibernetiche” dove, per assurdo, ciascuno di noi cerca le proprie origini. Purtroppo, per vivere questa iper-realtà, ciascuno di noi ha premeditatamente ucciso l’emozione e scollegato la pancia dal cuore, che a sua volta, non è più in grado di trovare il cervello. Per questo, una volta vecchi e non autosufficienti, saremo costretti a elemosinare passaggi o viaggi organizzati che ci portino a fare spesa. L’unica, flebile speranza è rappresentata dal tentativo della riappropriazione dei soggetti, delle cause, degli effetti, delle ipotesi attraverso una guerriglia continua a tutti quegli infernali meccanismi che si sono surrettiziamente insinuati in noi promettendoci la felicità e che assistono soddisfatti alla nostra lenta agonia.

(*) Capo Giuseppe – in inglese  Chief Joseph (1840-1904) – è stato una guida (militare e spirituale) dei Nasi Forati, un popolo nativo americano. Si chiamava in realtà Hinmaton Yalaktit, che in lingua niimiipuutímt significa Tuono che rotola dalla montagna.

LA “BOTTEGA” HA RUBATO UNA VECCHIA VIGNETTA DI ELLEKAPPA.

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