«Quidquid luce fruit, tenebris agit»

Non sono bestie e non sono umani… alcune cose che sappiamo dei Ghouls

di Melody Man (*)

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«In ogni cimitero c’è una tomba che appartiene ai ghoul. Basta gironzolare un po’ per trovarla, rigonfia e macchiata d’umidità, la lapide incrinata o spezzata, infestata dalle vegetazione o soffocata da una giungla di erbacce, e se si allunga la mano e la si tocca si viene sopraffatti da un senso di abbandono. La lapide è più fredda delle altre e il nome inciso è spesso illeggibile. Se c’è una statua, è decapitata, o così deturpata da funghi e licheni da sembrare a sua volta un grosso fungo. Se in un cimitero noti una tomba che sembra il bersaglio di vandali da strapazzo, quella è la Porta dei ghoul. E se quella tomba ti fa desiderare di essere in qualsiasi altro posto, quella è la Porta dei ghoul». Così scrive Neil Gaiman, papà del personaggio dei fumetti Sandman, uno degli Eterni, antiche divinità greche che contribuiscono all’esistenza degli esseri umani.
Gaiman è un mitopoieta moderno, uno scrittore direttamente impegnato nel far tornare le divinità a quel concetto greco dell’«ente», ovvero di ciò che viene percepito con i sensi in profondità, l’essenza delle cose: anima immortale e incorruttibile, non soggetta ai cambiamenti della molteplicità del reale.
Ecco come anche la mostruosità fa capolino nei suoi scritti ricordando che antichi incubi si fanno strada fin dai primordi della storia dell’umanità: “monstrum”, in latino, significa letteralmente “prodigio, cosa incredibile, fuori dall’ordinario”, senza le connotazioni negative che avrebbe rivestito nel tempo, con il “monstrum” a identificarsi sempre di più con il termine “hostis” ovvero “estraneo, forestiero, ciò che viene da fuori” e che in quanto tale, per traslato si trasforma nel nostro termine “ostile”, ovvero ciò che ci è nemico, che ci vuole danneggiare perché è altro da noi.
I mostri del nostro quotidiano trovano varie concretizzazioni. Se gli scienziati sono concordi nell’affermare che essi sono solo prodotti delle nostre paure inconsce più profonde, altri invece li considerano veri e concreti, entità malefiche che da sempre accompagnano le vicende umane, esseri lontani dalla luce e per questo votati alla distruzione.

«Quidquid luce fruit, tenebris agit» recita un vecchio detto latino, “Tutto ciò che fruisce di luce, si muove nelle tenebre”, forse un ricordo ancestrale della nostra permanenza nel liquido amniotico materno oppure di quelle tenebre dell’inorganico prima di diventare individui viventi.

Dalla paura inconscia all’entità immateriale ma non per questo meno reale, il passo è breve, come suggerito nel fumetto «Dampyr» (numero 153) «La terra di nessuno» dove la guerra produce ciò che in pace fa la follia, rende reale ogni incubo, superando la più fervida immaginazione. Qui, nello spazio appeso fra due trincee contrapposte, il Ghoul diventa vampiro che scarta ogni divisa per nutrirsi della sostanza, quella carne macellata senza più identità né individuale né collettiva. Ma, in questo caso, siamo anche davanti a un mostro insolito: non solamente un vampiro, dotato quindi di consapevole volontà malvagia, ma un ribelle. C’è una paradossale tensione utopista nello scenario da incubo: il rifiuto di ogni bandiera, l’abbandono del proprio “posto di lavoro” e del proprio ruolo nel reale, come atti rivoluzionari e liberatori. Così l’ombra, inimmaginabile senza luce (là dove la luce senza ombra si trasforma in una maledizione complementare e altrettanto terribile della tenebra senza luce) assume tonalità di chiaro-scuri che la rendono concreta e rassicurante, non l’oscura eco del reale ma realtà rivelatrice delle illusioni che ci ostiniamo a percepire, sicura e determinabile, oggettiva e materiale, intorno a noi. Un’ombra cui non possiamo né vogliamo rinunciare. Ombre prima e dopo, ombre accalcate intorno a quell’impulso momentaneo che è la non-morte, che non sempre è vita. «Cum umbra nihil, sine umbra nihil».
Demoni veri oppure ombre della nostra fragile coscienza, i mostri sono sempre con noi: dediti alla nostra rovina, a portarci via il corpo o a distorcere il nostro spazio e il nostro tempo rendendoceli irriconoscibili e inutili… vere e proprie trappole per topi.
I Ghoul sono un archetipo di mostruosità disturbante che come un filo rosso sangue si dipana in varie forme e aspetti. «Gul: specie di vampiro arabo e turchesco, maschio o femmina; si sposta con facilità fra cielo e terra e ama frequentare i cimiteri. […] l’occupazione principale dei ghoul consiste nel battere le campagne, far abortire le donne incinte, succhiare il sangue dei giovani, divorare i cadaveri, urlare nel vento, aggirarsi fra i ruderi, gettare il malocchio, provocare sventure» scrive Jacques Collin de Plancy nel «
Dictionnaire Infernal».
Gul o ghoul è un mostro della tradizione araba, un vampiro molto
sui generis, visto che di solito i succhiasangue europei si limitano a essere decadenti e bellocci, nutrirsi di sangue di prim’ordine, quando non addirittura simili a figure sataniche romantiche e maledette.
I Ghoul sono la quintessenza della bestialità fino al midollo e non perdono occasione per dimostrarlo, come in quel capolavoro della letteratura mondiale che è «
Le mille e una notte», tradotte per la prima volta in Europa dal francese Antoine Galland, il quale si prese spesso notevoli libertà. Nel racconto «Storia di Sidi-Nouman» ecco i ghoul con caratteristiche davvero raccapriccianti: dissotterrano cadaveri, si nutrono con i resti ormai putrefatti e necrotizzati. Un vero e proprio modello ispiratore nella materia immaginifica del Vecchio Continente.

Il termine Gul sembra derivare, anche secondo l’Oxford Dictionary, dal termine arabo «ghul» cioè “afferrare”, mentre altre attestazioni lo fanno corrispondere a «gha», “uccidere”. Nel folclore arabo la figura del Gul appare già nelle mitologie pre-islamiche con caratteristiche spesso contraddittorie ma perlopiù concordanti nel delineare il ghoul come figura mostruosa e mutaforma, quasi sempre femminile, impegnata a perseguitare e mandare in rovina i viaggiatori che prendano la via del deserto.
Alcuni detti attribuiti – non senza violente discussioni – nientemeno che al profeta Maometto, narrano come i ghoul siano demoni o anche geni che rubano e fanno marcire il cibo. Tali rappresentazioni sarebbero da attribuirsi all’incontro delle carovane beduine con la civiltà mesopotamiche. E’ presumibile che la figura del ghoul sia nata in seguito a una personale interpretazione della divinità demoniaca babilonese Gallu, il quale rapì nientemeno che Damuzi, il marito della dea Ishtar, per portarlo con sè nel reame dei morti. Quest’ultimo è un mito antichissimo che si fa risalire alle civiltà sumere e accadiche. Così si rappresentava, probabilmente, il solstizio d’inverno: in seguito all’accorciamento delle giornate, si pensava che Damuzi fosse stato portato nel regno dei morti dal demone e salvato successivamente da Ishtar.
Del resto, se il
monstrum è il forestiero, l’estraneo, lo straniero… allora c’è di mezzo un viaggio che lo ha reso tale; e ogni viaggiare porta con sé i propri mostri, ostili a chi si mette in cammino. Il Gul giunge a noi strettamente avvinghiato al topos del viaggio. Frequenta i tipici luoghi-nonluoghi i quali, per definizione recente sono sempre uguali a sé stessi, senza identità, né storia, indipendenti dal luogo più ampio in cui sono collocati materialmente, aereoporti, stazioni, supermercati. Ma più tradizionalmente i luoghi-nonluoghi vengono identificati con “spazi” di morte (i cimiteri) o semplicemente di confusione e disorientamento (i deserti, appunto). A esempio ci si ritrova con il Gul in uno spazio difficile da definire, ambiguo, terreno fertile per ogni forma diabolica, la cui indefinitezza costituisce l’agibilità stessa del Gul. In chi l’incontra irrompe invece la sensazione di essersi perduti. Viaggiare nell’ignoto e nell’imprevedibile sarà, per tutto questo, un viaggio in compagnia del Gul: se non è accanto, è sopra le nostre teste, perché il Gul ha anche una sua stella, nota già migliaia di anni fa per la sua variabilità, il mutamento, e da qui il femminile, e da qui…il male! Si tratta di una delle stelle più strane, fuori dall’ordinario, un “mostro” celeste: Algol (β Per / β Persei), una binaria a eclissi, nonché stella tripla. Variabilissima anche a occhio nudo. La testa del demonio, del mostro: come era Medusa, il cui volto – da Ipparco in poi – è rappresentato in cielo in mano all’eroe greco Perseo, suo boia, e Algol ne è l’occhio ammiccante. Uno sguardo che, si sa, pietrifica. Occhio che, nelle notti terse invernali, inganna il viaggiatore variando la luminosità: si vede e non, ora tanto e poi poco. Inafferrabile. Eppur celeste. Anche il celeste si mostra, si manifesta, nell’ombra, o ne diventa persino l’essenza…
Tornando a tempi più recenti, il termine ghoul fece la sua comparsa nella letteratura inglese solo nel 1787, nel romanzo gotico orientaleggiante «
Vathek» del noto scrittore di viaggi William Beckford, che lo pubblicò, dapprima in Francia, nel 1786.
Il ghoul del romanzo acquista le caratteristiche di un vero e proprio demone intelligente, che approfitta della curiosità del califfo Vathek (potente e generoso monarca fedele a Maometto ma desideroso di conoscere i segreti esoterici) per farlo precipitare nella dannazione, portandolo a compiere sacrifici umani. Vathek definisce questo ghoul con il termine assonante «giaour», tradotto nelle edizioni correnti come giaurro, una corruzione del termine “infedele”, ma in realtà appunto attinente al termine “gha”, “uccidere”.
Il ghoul fa la sua comparsa anche in una poesia “maledetta” di Edgar Allan Poe, al verso che recita «non son bestie e non sono uomini / sono i ghouls della torre maledetta», un’immagine che rimarrà impressa nella mente dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, il quale sicuramente lesse le opere complete di Poe nonché il romanzo di Beckford nella ricca biblioteca privata di suo nonno. Così nel racconto «
Il modello di Pickman» (del 1926) riprendendo suggestioni e caratteristiche delineate da Beckford, Lovecraft descrive le vicende del pittore Richard Upton Pickman, specializzato in soggetti fantastici di realismo impressionante. L’amico Thurber narra come questi dipinti rappresentassero spesso demoni divoratori di cadaveri e altre mostruosità e alla fine scoprirà che Pickman non inventa i suoi mostri ma li ritrae direttamente dal vero. Pickman ricompare come ghoul nel romanzo «La ricerca onirica del misterioso Kadath» (del 1927, ma pubblicato postumo nel 1943).
Restando a Lovecraft, simile è l’andamento narrativo in «
Beyond the Wall of Sleep» (1919): attraverso lo stesso fraintendimento del reale, questa volta confuso con la strana malattia mentale del povero Joe (le cui esperienze oniriche non sono compatibili con il suo basso livello d’istruzione e semplicità d’animo). Ed ecco di nuovo Algol, la stella dei Ghoul, che diventa nemesi dell’essere di luce, vera fonte della “follia” nel sempliciotto Joe. I ghoul delineati dal «solitario di Providence», cioè Lovecraft, diventeranno un classico: in realtà non sono figure sanguinarie e bestiali ma esseri umani trasformati in creature che si cibano di carne umana, non per il puro gusto di uccidere ma solo per nutrirsi, mantenendo comunque intelligenza e lucidità. Solo in pochi casi mantengono aspetto umano, anche di grande bellezza, mentre la maggior parte di loro si trasforma in esseri orripilanti.
Tali caratteristiche contribuiranno alla nascita della figura dello zombie nell’ormai celeberrimo film di George Romero, «
L’alba dei morti viventi» (1968).

In origine la figura dello zombie si rifaceva prevalentemente alla figura del non morto delle leggende di Haiti, un cadavere rianimato dall’«houngan» (sacerdote) voodoo e comandato da quest’ultimo attraverso vari mezzi: un vero e proprio esempio di «golem» non più fatto di argilla, al quale, per dare la morte, non bastava cancellare una lettera scritta in fronte ma occorreva usare il sale.
Allo zombie haitiano, Romero unisce il mito del ghoul ispirandosi ai vampiri del romanzo di Richard Matheson «
Io sono leggenda», accentuando il mistero della trasformazione causato da un non meglio identificato virus e puntando tutto sulla paranoia e il senso di terrore incombente unito ai tabù del cannibalismo e del parricidio. Il ghoul assurge dunque ad allegoria universale della società consumistica, cioè che divora se stessa e il pianeta. La totale spersonalizzazione dell’essere umano ridotto a merce è evidente nel supermercato – tipico “non luogo” – in cui viene assediato l’ultimo drappello di umanità dagli zombie di Romero. Ci si trasforma in mostri per non meglio identificati agenti virali, ma chi governa fa finta di non sapere. Ormai sugli zombie è stato scritto di tutto, ma vale ricordare un manga nipponico, «Tokyo Ghouls» (è l’immagine in apertura di questo post).
Ken Kaneki, studente universitario e vero topo da biblioteca, incontra in un bar una ragazza di nome Rize, coetanea con i suoi stessi interessi. I due si avvicinano in breve tempo, ma Rize nasconde un mistero: è un Ghoul, un mostro che vive solo per cacciare e divorare carne umana. Quando una parte di lei, chiamata «The Red Child», verrà trapiantata in Kaneki, anche lui diverrà un Ghoul, intrappolato in un mondo deformato in cui gli esseri umani non sono in cima… alla catena alimentare.
Ecco il cerchio chiudersi intorno alla figura dei non morti: lo zombie e il ghoul sono uno l’emanazione dell’altro, e viceversa, in un cerchio tragico.
In conclusione, brevi cenni a un film ingiustamente sottovalutato, e che non presenta direttamente ghoul ma in qualche modo vi si collega, come l’evoluzione estrema di tale concetto: stiamo parlando di «The Texas chainsaw massacre», ovvero «
Non aprite quella porta» (1974) dell’abrasivo regista Tobe Hooper.
Girato come “mockumentary” ovvero «falso documentario», il film narra la storia di un gruppo di cinque ragazzi texani che finiscono nelle grinfie di una famiglia di assassini cannibali fra i cui componenti spicca Leatherface, che diverrà uno dei più famosi assassini seriali del cinema dell’orrore. Il personaggio è contraddistinto da una maschera di pelle umana, un grembiule da macellaio insanguinato e soprattutto da una motosega, che usa per massacrare le sue vittime. Anche la cronaca purtroppo riserva le sue brutte sorprese e abbiamo davvero massacratori statunitensi ed europei ma anche asiatici e africani: alcuni profughi in fuga dalla Nigeria hanno avuto a che fare con esaltati simili, persino armati di motosega.
Umani travestito con la pelle dei loro simili. Famiglie texane cannibali pur senza essere infettate da virus. «Tutti gli uomini sono mostri. Non c’è altro da fare che cibarli bene. Un buon cuoco fa miracoli» ironizzava lo scrittore irlandese Oscar Wilde.
Parafrasando, tutti gli esseri umani sono ghoul: l’importante è dar loro da mangiare nel modo giusto, in modo da non sprofondare all’ultimo posto della catena alimentare, esposti anche noi, merce fra le altre, su un qualunque bancone commerciale.

(*) Se pensate che questa firma abbia a che fare con Melodia almeno per metà (del cielo?) sbagliate. E quanto a Man… ben due persone mi hanno vietato di rivelarvi quel che so. E io godo come un pazzo. Spero in un seguito. (db)

 

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