«Rizomi del sole nascente»

db fa i conti con il fant-Oriente (visto dall’Italia) nell’antologia uscita da Kipple

Racconti «immersi» nelle culture orientali, «segnatamente nelle loro discipline o dottrine, dall’induismo allo zen, dal confucianesimo al taoismo, al buddismo e via dicendo». Storie però declinate fuori dal cosiddetto mondo reale, insomma tra fantastico e fantascienza. Intorno a questa idea Gian Filippo Pizzo ha curato un’antologia (la sua 17esima, se non ho fatto male i conti) ingaggiando 7 autori e 3 autrici ovvero – in ordine di presentazione – Monica Serra, Danilo Arona, Antonino Fazio, Lukha B. Kremo, Irene Drago, Franco Ricciardiello, la coppia Stefano Carducci & Alessandro Fambrini, Sandro Battisti e Serena Barbacetto.

«Rizomi del sole nascente» – sottotitolo «La fantascienza dall’Italia all’Oriente» – è stata pubblicata dalla Kipple: 152 pagine per 15 euri. E’ il numero 32 della collana Avatar e molti titoli meritano, a mio avviso, di stare in una biblioteca del fantastico: si va dai “classici” come Vittorio Catani e Mauro Antonio Miglieruolo ai due romanzi fant-egiziani di Clelia Farris a un drappello di nomi che segnano questo inizio di millennio.

Se fra i racconti si assegnasse la palma del più divertente sarei molto indeciso se votare «Galattica» o «In nome della regina». Nel primo caso Antonino Fazio segue «il flusso» con bravura nella semplicità dell’avventura; Irene Drago invece sa entrare e uscire da molte Indie (reali e immaginarie) usando come grimaldello un certo Arthur Conan Doyle: «un impero di vecchi vanesi e bambini morti di fame», «truciolite» per far funzionare l’Univac 42, maieutica, coltelli, incongruenze volute e sparpagliate.

Il finale più geniale è opera di Franco Ricciardiello in «Un racconto di pioggia e luna»: lo sconsiglio però all’ala più integralista dei carnivori.

In qualsiasi rassegna musicale degli universi noti scatterebbero applausi a cascata per «Noraebang» di Serena Barbacetto. L’amore trionfa (se vi pare poco non accetterò i vostri inviti a cena o merenda) in «Interferenze» di Lukha Kremo.

«C’è da dire» – ammette Pizzo nell’introduzione – «che non tutti gli autori sono riusciti a seguire le indicazioni date dal curatore; se qualche racconto è davvero basato sul rapporto fra queste due culture, in altri è più sfumato […] fino ad arrivare a un paio che di orientale hanno solo l’ambientazione. Si tratta comunque di bei racconti». Mi trovo d’accordo con Pizzo che la media dei racconti (svicolanti o no) è comunque buona però secondo me a meritare il plauso aperto è soprattutto la coppia Carducci-Fabrini.

Ma c’è un racconto che considero illeggibile, impubblicabile. Non tanto per i miei gusti e disgusti – opinabili, come tutto – quanto perchè dovrebbe esistere un minimo di regole (e di decenza) nella scrittura e nella trama. Come diceva sempre il mio amico Riccardo Mancini: se hai la fortuna di scrivere devi tenere uno standard minimo e neanche nei periodi poco creativi dovresti scendere (sprofondare anzi) sotto quel livello. Una vocina nell’aria mi sussurra: “va beh db ci dici il peccato senza il peccatore?”. Sì: non amo le pubbliche lapidazioni e dunque tengo per me il nome: lo consiglierò in privato a chi dovesse chiedermi un esempio di come non si scrive un racconto. Stretta la galassia e larga la via, dite la vostra che ho scritto la mia.

 

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