Scor-data: 14 marzo 2007

Giustificazioni etniche allo stupro?

di Beatrice Nioi (*)  

Un emigrato sardo in Germania fu condannato per violenza, il 14 marzo 2007, per violenza sessuale ai danni della ex fidanzata. Beneficiò di uno sconto di pena che un giudice della città di Hannover gli riconobbe per via della propria origine o meglio ancora della propria etnìa, quella sarda, considerata portatrice di istanze ferine e primitive. La sentenza provocò molta indignazione. Da più parti si levarono inevitabilmente voci che gridarono al razzismo, assieme alle reazioni indignate di tanti italiani, in particolare sardi, che rispolverarono addirittura la «Carta de Logu» e il Medioevo. La cultura e il diritto della Sardegna antica, si ricordò in quel frangente, erano stati capaci di tutelare la condizione femminile molti secoli prima del movimento femminista di fine Novecento. Condanne fisiche e pecuniarie infatti sanzionavano le colpe maschili già in quei vetusti tempi, quale argine alle violenze di genere ante litteram. La globalizzazione ha poi omologato la violenza «senza distinzione di razza, di lingua, di religione…» (o qualsivoglia ulteriore discrimine, costituzionale o meno) rendendo inammissibile il ricorso a pretesi, peculiari connotati di abominio maschile, secondo l’appartenenza a uno specifico gruppo umano: concezione quest’ultima figlia, certo, di una confusione socio antropologica capace di raccontare molto sull’evoluzione del pensiero moderno. E’ evidente, dunque, che i sardi, possono essere stupratori, al pari di tedeschi, francesi, albanesi, marocchini, e italiani o altri… La ferocia dell’essere umano non può essere giustificata come colpa collettiva, culturale, sociale, atavica e ineludibile. Essa si configura piuttosto come responsabilità individuale, che deve dar conto pienamente di ogni reato compiuto contro la persona, compreso quello cosiddetto di genere: puro e semplice esercizio di violenza, nel totale oblìo della propria umanità.

Il caso di Hannover raccontava del pericolo insito nella tentazione di ghettizzare le menti in un indistinto sociale, capace solo di generare mostri. Le reazioni che ne derivarono sottolineavano il fatto che l’ignoranza dovesse essere intesa come condizione dell’anima, al pari della conoscenza, che però vogliamo intendere come intima e condivisa cognizione del bene e del male. Ogni individuo è infatti in grado di scegliere la propria condizione, perché la conoscenza, pur disturbata dalla miriade di stimoli che la bombardano e la sviano, è in varia misura accessibile a tutti. Le regole della convivenza civile, è chiaro, non possono ammettere ignoranza, di certo non quella, retaggio di un ancestrale istinto di sopravvivenza, capace di condurre gli esseri l’un contro l’altro. Lo scalpore che il caso creò fu la reazione all’esercizio di un potere sopraffacente la donna e che non poteva essere giudicato secondo teorie anacronistiche, dal vago richiamo relativistico di stampo ottocentesco. Per questa ragione la sentenza fu sentita come intollerabile, non solo dalle donne, ma dai sardi assieme alle genti tutte. Quel che colpisce, oggi come allora, è il disarmonico qualunquismo, ravvisabile in quel giudizio, capace di giustificare atti così intrisi di abuso: una volta a causa dell’ etnìa, un’altra per troppo amore, un’altra ancora per debolezza psichica. Qualunque sia il taglio che si assegna a simili vicende, quelli che sono atti violenti contro il genere femminile, debbono poter essere riconducibili entro confini in cui riconoscere spazi privati, liberi e inviolabili, alle donne, e perché non vi siano più uomini che, invocando generici influssi ambientali, rifuggano dalle loro responsabilità individuali, nella genesi del proprio personale inferno.

 

 

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info .

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

 

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