Scor-data: 17 dicembre 1989

Arrivano i Simpson, il giallo di un Dio giallo

di Brunetto Salvarani (*)  

«Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami… Superman!». Lo spiazzamento offertoci dalla battuta di Homer Simpson sottintende due cose: entrambe cruciali. La prima: il microcosmo del sacro, all’interno della saga a cartoni animati attualmente più famosa sul pianeta (23 Emmy e l’omaggio della rivista «Time», che anni fa l’ha eletta a migliore serie televisiva del ventesimo secolo), ha un peso specifico notevole: proprio come capita negli Stati Uniti, unica porzione del mondo occidentale in cui le fedi risultano in gran spolvero e in evidente aumento. La seconda: il motivo del successo che essa sta continuando a ottenere in buona misura risiede nell’aver intercettato con straordinaria felicità espressiva il cuore di quella che ci siamo abituati a chiamare post-modernità: vale a dire il gioco della citazione, del rimando, dell’allusione insistita a linguaggi, temi, generi, opere d’arte note o notissime.

Un fulmineo ripasso per chi – nessuno è perfetto – si fosse perso il mezzo migliaio di puntate della serie (a oggi) che ha esordito il 17 dicembre 1989. I Simpson rappresentano la tipica famiglia della middle class che da sempre affolla l’immaginario cinematografico e televisivo a stelle e strisce. Distante anni luce dal canonico modello mieloso delle sit-com di maniera, essa appare connotata in particolare di uno smisurato spirito dissacratorio, pur essendo a propria volta quanto mai massificata. Schiava del piccolo schermo, dei fenomeni di massa e di una cospicua messe di pregiudizi parossistici, col suo stile di vita politicamente scorrettissimo, la saga dei Simpson spolpa però alla radice ogni mito e ogni consuetudine, riscattandosi così dal baratro dell’assoluta mediocrità. Con l’istituzione-famiglia che permane al centro del plot narrativo: sbeffeggiata di continuo, ovvio, ma anche riconosciuta come l’unico (e l’ultimo) autentico punto di riferimento in chiave sociale, e a conti fatti il più solido, con un reciproco e ben saldo attaccamento fra ogni suo membro. Il papà, grasso, pigro e devoto a birra e a ciambelle, Homer; la mamma, la casalinga perbenista e azzurrocrinita Marge; i tre figlioletti (Bart lo scavezzacollo impenitente, Lisa la saputella ecologista e l’ancora bebè Maggie): ecco la formazione base per intessere un’enorme quantità di ministorie, con mille ingredienti ulteriori fatti di altri personaggi e di situazioni solo all’apparenza paradossali. Tra fantasia sfrenata e rassicurante serialità.

Il primo segreto della loro accoglienza così universalmente positiva è ciò che Umberto Eco ci ha definitivamente rivelato a proposito di Mike Bongiorno in stagioni lontane (nel «Diario minimo», 1963): il fatto che il compianto Mike nazionale, eroe incontrastato di «Lascia o raddoppia» – come Madame Bovary, e papà Homer, appunto – «c’est moi». Ci siamo noi nell’ingenua fiducia nel consumismo di quest’ultimo, nel suo tentativo reiterato di sgattaiolare lontano dai doveri lavorativi, nella ricerca continua di un quarto d’ora di celebrità, nella bulimia rassegnata davanti al frigorifero o alla scatola della tele. Ci piaccia o no; lo vogliamo confessare apertamente, oppure no. C’è però un secondo filone di lettura più raffinato, che non contrasta il primo ma anzi lo arricchisce di parecchio. Non è difficile leggere in quelle sgangherate esistenze il sogno antico dell’uguaglianza fra gli umani e delle pari opportunità. Con Homer uomo qualunque, Bart teppistello qualunque, e la famiglia intera famiglia qualunque, tuttavia capaci di dichiarare in controluce l’eccezionalità di ogni storia, ogni vicenda umana: persino della più (apparentemente) banale, frustrata, patetica, demenziale. Come appare la loro e quella della compagnia di giro della loro stralunata Springfield: il nonno più di là che di qua e l’integralista ultras della fede vicino di casa, il preside frustrato e mammone costantemente dedito a rimpiangere l’epopea del Vietnam e l’induista gestore di minimarket alla ricerca di un’anima gemella, il mefistofelico industriale disinteressato dei disastrosi esiti ambientali della sua produzione e il bullo della scuola bisognoso di affetto.

Da questo punto di vista, i Simpson mettono in scena l’ansia e la possibilità di un riscatto dall’abisso in cui quotidianamente rischiano (rischiamo?) di cadere. E soprattutto, l’irripetibilità assoluta delle infinite biografie che si danno nel mondo. Lo fanno, beninteso, con leggerezza e ironia, tenerezza e irriverenza, tenendoci avvinti al tubo catodico per quei poco più di 20 minuti di ogni puntata, e dimostrando definitivamente (ce n’era bisogno?) che cartoons e fumetti non sono solo e necessariamente cibo infantile.

Basterebbe, per convincersene, dare un’occhiata veloce a un ponderoso libro uscito nel 2005 da noi, quasi un lustro prima negli Usa, dal titolo «I Simpson e la filosofia»Isbn Edizioni – firmato da tre serissimi docenti di filosofia, William Irwin, Mark Canard e Aeon Skoble (che insegna addirittura all’Accademia militare di West Point…). C’è dentro di tutto! Ad esempio, chi si occupa di quel miserabile musone del signor Burns (l’industriale vampiresco di cui sopra) per capire se possiamo o no imparare qualcosa sulla natura della felicità umana dalla sua sostanziale infelicità. E chi si chiede se il rigetto dell’etica tradizionale da parte di Nietzsche giustifichi in qualche modo la cattiva condotta del discolo Bart («Non sono stato io!» dice, con le dita nel barattolo della marmellata). E, ancora, chi si spinge a recuperare il vecchio Marx (Karl, non Groucho) per comprendere le dinamiche profonde della società di Springfield. Non è finita qui. Dato che l’esperimento ha dato buoni frutti e il marchio-Simpson pare funzionare, in seguito un giornalista scientifico italiano, Marco Malaspina, ha realizzato un curioso – e per nulla peregrino – «La scienza dei Simpson»(Sironi Editore) sottotitolo «Guida non autorizzata all’Universo in una ciambella». D’altra parte, gli episodi sono costellati di riferimenti ai traguardi della ricerca e all’attualità tecnico-scientifica: nucleare, emergenza rifiuti, psicofarmaci, ogm, missioni spaziali. Non manca neppure – come potrebbe, di questi tempi? – il dibattito fra evoluzionisti e creazionisti; e affiorano qui e là parodie di grandi scienziati più o meno noti.

Non stupirà troppo, a questo punto, che, più modestamente ma forti di tali illustri precedenti, si sia osato, da parte mia, abbozzare le tracce di una teologia simpsoniana. Sì, perché i personaggi scaturiti dalla matita del versatile Matt Groening (nato da famiglia mennonita e cresciuto fra i metodisti) in effetti interpretano come pochi altri il bisogno di socializzazione, di legami sociali in genere oggi negati, ma anche di andare oltre, di cieli almeno parzialmente aperti in tempi di cieli chiusi, della generazione del dopo 11 settembre 2001: considerandola capace di sentimenti, preda di paure irrisolte, aperta al racconto di storie che prendono di petto il groviglio che alberga in tante vite.

Gli abitanti di Springfield dimostrano infatti a ogni piè sospinto di essere in primo luogo una vera e propria comunità, una compagnia di amici più che di concittadini, con tanto di mito fondatore, feste ricorrenti e tradizioni locali. E fungono da conferme viventi che il soprannaturale e le sue deviazioni fanno parte a pieno titolo del teatro della quotidianità, ed è assai più interessante imparare a gestirli che temerli ossessivamente. Certo, irridendo, il più dei casi, gli scenari del sacro, a partire dalla civil religion di marca squisitamente yankee («Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso», dice Homer alla moglie per sfuggire alla funzione domenicale; mentre Lisa si scandalizza della strumentalizzazione delle orazioni al Cielo del fratello con un perentorio: «La preghiera: l’ultimo rifugio di una canaglia»; ed è ancora Homer a lasciarsi scappare un «Dio è il mio personaggio immaginario preferito»).

Al tempo stesso, s’inneggia esplicitamente a un dialogo inter-religioso fatto di prassi più che di riflessioni metafisiche, come nell’episodio che vede unirsi le forze dell’ebreo Krusty il Clown, dell’indù Apu e del cristiano fondamentalista Ned Flanders per salvare la casa dei Simpson ormai carbonizzata a causa dell’incorreggibile negligenza del pater familias. E ci si rivolge in presa diretta a Dio (raffigurato secondo i crismi dell’iconografia classica come un uomo enorme dotato di lunga barba bianca, di cui non si vede il volto) nei momenti di maggiore crisi. Mentre il reverendo Lovejoy, pastore di una non meglio precisata chiesa evangelica cittadina, regolarmente sbeffeggiato dal duo Homer/Bart, è più intento a conservare una qualche autorità sociale che a rispondere alle richieste dei suoi fedeli: tanto che a un certo punto sarà la stessa Marge a prenderne il posto, come Signora Ascolta, per replicare attivamente ai loro dubbi e problemi. In realtà, a essere presa di mira non è tanto l’istituzione Chiesa, ma i suoi rappresentanti. La domenica infatti c’è tutto il paese alla funzione, magari con livelli di attenzione diversi al sermone: come nell’episodio in cui il solito Homer si isola da tutto, grazie a una minuscola radio, per non perdersi l’esito finale di un match sportivo. Mentre Bart convoca l’Altissimo anche in relazione alla propria passione preferita: «Fino a oggi non sapevo perché Dio mi aveva messo sulla terra. Ora lo so: per comprare quel fumetto».

Il fatto è che i Simpson sono stati la prima, e per diverso tempo l’unica, serie televisiva animata che si permette di parlare di Dio, di quello con la D maiuscola. E i contatti diretti di Homer con Lui, del resto, gli confermano l’inutile prolissità delle prediche di Lovejoy, in un episodio in cui il capofamiglia si rifiuta di accettare la noiosità del rito di ogni domenica. Mentre Homer litiga con Marge che fa la parte di quella ligia a ogni dovere civil-religioso, è infatti lo stesso Padreterno che – dalle nuvole in cui abita con veste fluente e sandali ultracomodi – lo rassicura sull’effettiva insignificanza di una partecipazione puramente rituale. Quasi un monito sull’urgenza di rinfrescare il linguaggio ecclesiale! Ma il passaggio più esilarante è forse, al riguardo, un monologo homeriano, in uno dei suoi (rari) momenti di grazia, che produce la seguente preghiera, davvero sui generis: «Caro Dio: gli dei sono stati benevoli con me. Per la prima volta nella mia vita, ogni cosa è assolutamente perfetta. Quindi ecco il patto: tu fermi ogni cosa così com’è, e io non ti chiederò mai più niente. Se è ok, per favore non darmi assolutamente nessun segno… (silenzio). Ok, affare fatto. In gratitudine, io ti offro questi biscotti e questo latte, se vuoi che li mangi per te, non darmi nessun segno… (silenzio) sarà fatto».

Esauritesi le preoccupazioni degli inizi degli anni Novanta – quando la serie sbarcò in sordina nel Belpaese occupato a mettere in scena la seconda repubblica – con le riserve di genitori e pedagogisti sul linguaggio un po’ crudo e qualche scena violenta (Grattachecca e Fichetto), oggi il consenso sembra unanime. Il turpiloquio, a ben vedere, è ridotto al minimo; mentre gli accenni di violenza sono caricaturali e grotteschi, e dunque pieni di auto-ironia, fino a schiudersi in un effetto catartico. La morale dei Simpson – sì, c’è anche una morale! – e insieme la loro idea vincente è, lo si accennava, che alla fine dopo il classico tsunami di peripezie e disavventure, ciò che può salvare il salvabile è solo il focolare domestico. Il nucleo familiare, per sgarruppato che sia, come bene-rifugio, investimento a lungo termine, àncora di salvezza in un universo denso di trappole: per dirla con un proverbio inglese, east, west, home’s best. Anche il film, uscito nei cinema qualche anno fa, ne dà conferma: è attorno al desco di cucina che vengono ricompattate le tensioni e si ricompone l’ordine sociale, mentre fra un tacchino da ringraziamento e una bisteccona succulenta fioriscono le discussioni e le proposte più balzane. In una parola, c’è dialogo. Frizzante, altalenante, in grado di produrre sorprese e novità. Il che non è davvero poco, se ci pensiamo, di questi tempi malati di ben pochi happy end, di rare speranze e di troppe banalità, per un universo fatto a forma di ciambella.

(*) Brunetto Salvarani è autore di «Da Bart a Barth. Per una teologia dei Simpson» (Claudiana, 2008) e io su quel libro l’ho pure intervistato; se fossi ordinato ritroverei pure la recensione… (db)

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. Ma qualche volta ci sono argomenti più leggeri che… sorridere non fa male.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 17 dicembre fra l’altro avevo ipotizzato: 1773: inizia la rivolta delle colonie americane; 1817: bella storia in terra di Borboni; 1830: muore Simon Bolivar; 1903: volano i fratelli Wright; 1909: muore il boia Leopoldo; 1922: strage fascista a Torino; 1942: i silenzi di Pio XII; 1968: processo Franca Viola; 1969: primo processo per il Vajont; 1969: i legami di Guerin Serac con le bombe fasciste di piazza Fontana; 1973: strage di Fiumicino; 1981: strage a El Mozote; 1993: Craxi in tribunale; 2003: la truffa di Tanzi; 2009: Renault condannata per un suicidio; 2010: in Tunisia si dà fuoco Mohamed Bouzizi; 2011: muore Cesaria Evora. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

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