Scor-data: 19 settembre 2006

 

Uomini (pochi) controcorrente

di d. b. (*)

Due quotidiani italiani non certo fra i più venduti («Il manifesto» e «Liberazione») il 19 settembre 2006 pubblicano l’appello che trovate qui sotto: il silenzio successivo è tristemente prevedibile. Vale ripubblicarlo integralmente… anche perchè dopo cinque anni la sua urgenza purtroppo resta immutata.La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo. E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.

La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo.

Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.

L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo.
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere vinta solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.

Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una “risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.

Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile.


La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente femminile.

Una ragazza incinta viene seppellita viva dall’amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia. Un immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza lesbica a Torre del Lago. Italiano l’assassino che a Parma ha ucciso con otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno. Ultimo caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli.

Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra.

Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza. E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.

Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.


Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine patriarcale.
Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva.


La violenza è l’emergenza più drammatica.

Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà.

Il corpo femminile è negato con la violenza. Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia, nell’informazione, nell’impresa.
Lo sguardo maschile – pensiamo anche alle organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.

Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro. Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.

I primi firmatari di quell’appello erano Sandro Bellassai, Stefano Ciccone, Marco Deriu, Massimo Michele Greco, Alberto Leiss, Jones Mannino, Claudio Vedovati. Il riferimento era alla rete «Maschile plurale» che da allora ha dato vita a molte iniziative e riflessioni, regolarmente snobbate dai media (presunti) grandi.

«Maschile plurale» su Facebook si presenta così.

L’Associazione Nazionale Maschile Plurale è nata alcuni anni fa su iniziativa di un gruppo di uomini, di diverso orientamento sessuale, appartenenti a gruppi formali e informali diffusi sul territorio nazionale, accomunati dall’impegno, la riflessione e la messa in discussione dei paradigmi tradizionali dell’<<essere maschi>>; uomini provenienti da differenti percorsi politici e culturali, che hanno deciso di reagire ai terribili fatti di violenza alle donne che le cronache hanno riportato alla nostra attenzione negli ultimi tempi.

Alcuni vengono da esperienze politiche tradizionali, altri vengono da movimenti studenteschi, pacifisti e ambientalisti, altri ancora hanno cominciato a riflettere su questi temi a partire da relazioni affettive o di amicizia o da scambi con il movimento delle donne.

Esistono attualmente in Italia gruppi di uomini di questo genere in diverse città, ma quello che ci preme sottolineare è che noi uomini, che stiamo attraversando queste esperienze, non rivendichiamo una sorta di estraneità rispetto alla Storia a cui apparteniamo e certo non cerchiamo rivincite riesumando vecchi trofei e valori patriarcali.

Quella che viviamo è una occasione per ripensarci e ripensare il proprio rapporto con il potere, una occasione per interrogarci e scoprire cose nuove su noi stessi.

Noi stiamo promuovendo una riflessione individuale e collettiva tra gli uomini di tutte le età e condizioni, perché noi vogliamo determinare e facilitare una svolta nei comportamenti concreti di ciascuno, con le proprie diverse soggettività, nelle relazioni interpersonali, nelle famiglie, nel mondo del lavoro, nelle scuole, nei luoghi della politica e dell’informazione, nonché nelle diverse occasioni di socialità e di svago.

E poi dal 2006, con il primo appello di uomini in Italia, in cui si chiedeva ad altri uomini di prendere posizione contro la violenza sulle donne, ci stiamo impegnando pubblicamente e personalmente per l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere, fisica e psicologica.

Sul sito www.maschileplurale.it sono rintracciabili documenti, luoghi di incontro, proposte, riflessioni.

Una rubrica come le «scor-date» fa evidentemente i conti con le rimozioni (pubbliche e private) di carattere sia politico che psicoanalitico: entrambi questi rimossi hanno a che fare con i rapporti di potere. Molti di noi – il noi si riferisce agli esseri umani in generale – preferiscono dimenticare ciò che ci fa star male, che non ci sentiamo in grado di risolvere, che ci costringerebbe a cambiamenti radicali dei quali abbiamo paura. E’ un errore: giocare allo struzzo fa incancrenire i problemi, non ci indirizza verso i mutamenti che – pur faticosi – possono farci migliorare. Con ogni evidenza se avessimo sempre ragionato così staremmo ancora a prenderci a randellate nelle grotte e a buttar giù dalle rupi ogni Prometeo, Ipazia o Galileo. Così pur di non fare i conti con la diffusa (permanente o crescente è difficile a dirsi, certo non in calo) violenza maschile contro le donne che riguarda se non direttamente ognuno di noi certamente amici, parenti, colleghi e l’intera struttura socio-economica nella quale noi viviamo… preferiamo – il noi stavolta è riferito al mio esser parte della metà del mondo maschile – chiudere gli occhi.

A dir poco è complicità.

In altri Paesi esistono gruppi e reti come «Maschile plurale» che, se pure non sono riusciti a trasformare radicalmente la società, continuano un faticoso ma proficuo lavoro trovando – come è giusto sia – ascolto anche nei media. La perdurante sordità italiana si spiega benissimo. Sì certo con quel signore che a tempo perso fa il presidente del Consiglio e i suoi tanti complici. Ma sarebbe troppo comodo cavarsela così. Il più grande poeta italiano del Novecento (non Quasimodo o Montale ma Fabrizio De Andrè) ci ricordava «anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti»

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 19 settembre fra l’altro avevo ipotizzato di svelare «il mistero di san Gennaro» oppure di lavorare su queste ipotesi: 1356: battaglia di Poities; 1370: strage a Limoges (nello stesso giorno del 1944 strage nazista nei pressi di Limoges); 1648: nasce Torricelli; 1783: contro i gitani decreto di Carlo III; 1783: fratelli Montgolfier; 1899: nasce Ignazio Buttitta; 1900: ultima rapina (forse) di Butch Cassidy e Sundance Kid; 1902: Heaviside scopre la ionosfera; 1931: il Giappone invade la Manciuria; 1958: farina Usa rubata, scandalo alla Pontificia opera assistenza: 1959: di fatto parte Seti; 1960: nasce la rivista «Hara Kiri»; 1977: conferenza su Antartide; 1979: grande concerto «no nukes»; 1991: ritrovata mummia in Alto Adige; 2005: muore Simon Wiesenthal; 2007: il governo di Israele dichiara Gaza «entità nemica». E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – o semplicemente di dare qualche suggerimento mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
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