Scor-data: 28 maggio 1836

Nasce il brigante Domenico Tiburzi

di David Lifodi

Domenico Tiburzi è il brigante simbolo di quella Bassa Maremma che, dagli anni ’30 dell’Ottocento all’inizio del Novecento, faceva la fame e viveva in condizioni di profonda arretratezza, tanto da divenire un eroe popolare che combatteva contro le ingiustizie della società.

Nato il 28 maggio 1836 a Cellere, un paese rurale del viterbese, Tiburzi divenne presto un eroe popolare, tanto da autodenominarsi difensore della giustizia anche contro la legge: si trattava di un brigante anarchico, che non solo aveva imposto ai signorotti locali una tassa sul brigantaggio, ma donava ai braccianti maremmani una parte del ricavato, una sorta di esproprio ante-litteram ai danni degli oppressori del tempo. I possidenti terrieri di allora avevano ridotto i contadini in una situazione di sfruttamento in un contesto non troppo diverso dai tanti sud del mondo di oggi, dove i padroni del vapore riducono in schiavitù i lavoratori. Non era la sola redistribuzione che effettuava Tiburzi con i soldi ricavati dall’ “imposta rivoluzionaria” ai proprietari terrieri: un’altra parte andava alle famiglie dei briganti uccisi e un’altra ancora ai contadini ridotti in miseria. Quelli che non sottostavano all’imposizione della tassa subivano, nel migliore dei casi, l’incendio, uno dei mezzi allora più comuni utilizzati dai braccianti di Capalbio, Manciano e Orbetello. Una figura come quella di Tiburzi era necessariamente predestinata a divenire un punto di riferimento contro l’arroganza padronale, ma anche contro gli abusi della polizia. Celebre, a questo proposito, il suo decalogo:
Io sono Tiburzi, brigante maremmano;
La Maremma non avrà altro brigante al di fuori di me;
Non nominare il nome di Tiburzi invano;
Onora i signori del luogo;
Aiuta i disgraziati;
Non ammazzare;
Non rubare;
Non vedere;
Non parlare;
Non fare la spia, né ai Carabinieri di Capalbio, né al Delegato di Orbetello.
In effetti Tiburzi fu a lungo ricercato dalla polizia: i militari rappresentavano lo stato oppressore nei confronti di una popolazione povera e arretrata in un contesto in cui i grandi possidenti avevano comunque un potere simile a quello esercitato dai feudatari sui vassalli. È in questo scenario che Tiburzi, nel 1867, uccise il guardiano del marchese Guglielmi, Angelo Del Bono, che gli aveva imposto una multa di venti lire per aver raccolto un fascio d’erba nella tenuta dello stesso marchese. Fu in quella circostanza che Tiburzi iniziò la sua carriera di brigante, dandosi alla latitanza e sfuggendo più volte all’arresto, prima di finire in carcere nel 1869. La sua reclusione durò tre anni, poi Tiburzi riuscì ad evadere e la scampò anche in seguito all’ordinanza del governo Giolitti del 1893, in seguito alla quale fu emesso un ordine di cattura per tutti i briganti. Molti furono arrestati, soprattutto in Maremma, ma non Tiburzi, sulla cui testa pendeva una taglia di diecimila lire e la cui popolarità cresceva di pari passo con la sua aurea di ribelle scaltro e indomabile. La popolazione copriva Tiburzi e gli altri briganti, che spesso rappresentavano l’unico mezzo di sostentamento per le famiglie più povere. Ci sono tuttora anche molti critici della figura di Tiburzi come eroe romantico: di certo godeva della protezione non solo dei ceti sociali più poveri, ma anche di quei proprietari terrieri ai quali estorceva una tassa, ma in cambio si occupava personalmente della loro difesa. Il brigante era riuscito a creare intorno alla sua figura un microcosmo composto da realtà sociali molto diverse, dai fuorilegge come lui ai signorotti locali che opprimevano quegli strati popolari che avevano individuato, proprio nel brigante il loro baluardo di difesa. Tiburzi fu ucciso la notte del 23 ottobre 1896 in uno scontro a fuoco con i carabinieri del capitano Michele Giacheri nei pressi di Capalbio, dove venne raggiunto grazie a una spiata che indirizzò i militari al casolare in cui si trovava il brigante. Fu una sparatoria drammatica: Tiburzi ferì gravemente un carabiniere e utilizzò tutto il caricatore del suo fucile insieme a Luciano Fioravanti, un altro brigante che, come lui, si era dato alla macchia. Il secondo riuscì a fuggire, ma Tiburzi fu raggiunto dalle pallottole e finito con un colpo alla nuca.

Anche la sepoltura di Tiburzi è degna di essere raccontata e in linea con il personaggio: il parroco di Capalbio si rifiutò di officiare il rito della sepoltura, del resto il brigante si era macchiato di numerosi omicidi, ma la sua presa di posizione si scontrò con quella del popolo di Capalbio, che lo riteneva un eroe e dunque degno di essere seppellito in terra consacrata. Alla fine fu raggiunto un compromesso: testa e torace furono seppellite fuori dal recinto del cimitero, gli arti inferiori dentro. Nonostante solo una parte del corpo di Tiburzi sia stata seppellita in terra consacrata, le sue gesta e la sua leggenda non sono cadute nell’oblio: il cantastorie maremmano Mauro Chechi, nel suo ultimo lavoro “Santi e briganti” narra le storie dell’ambiente contadino e presenta le ballate popolari a sfondo agro-pastorale, tra cui una è dedicata proprio a Tiburzi, personaggio forse un po’ controverso, ma ancora amato nella sua Maremma e nel viterbese.

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