Scor-data: 3 marzo 2000

Solo una piccola, sporca storia di fascisti milanesi?

di Saverio Ferrari (*)

L’ASSASSINIO DI ALESSANDRO ALVAREZ  

La sera del 3 marzo 2000, poco prima delle 22, Pasquale Bianco, un operaio dell’Atm, udiva, nei pressi della stazione della metropolitana di Cascina Gobba, dove stava lavorando, al confine tra il Comune di Milano e quelli di Cologno Monzese e Vimodrone, il rumore di due spari in rapida successione, quindi un urlo indefinibile, come di terrore, poi ancora uno sparo. Subito informava telefonicamente del fatto il proprio superiore. Alle 22.10 i carabinieri rinvenivano poco lontano, in una stradina sterrata alla periferia di Cologno Monzese, all’altezza del numero civico 164 della via Milano, il corpo di un giovane presto identificato in Alessandro Alvarez, 25 anni, incensurato. Il cadavere giaceva a 30-35 metri dall’ingresso del vicolo, poco illuminato e di scarso passaggio, posto tra due capannoni ricoperti di graffiti di una fabbrica ormai dismessa. Qualche metro più avanti, sul lato destro, lo scooter della vittima, un Ovetto Mbk, reclinato sul selciato con il faro ancora acceso, rivolto verso la fine della strettoia. Il motore, rimasto in funzione, all’arrivo dei carabinieri emetteva gli ultimi colpi prima di spegnersi. A terra nessun bossolo. Era un venerdì e la serata era particolarmente fredda. L’autopsia, disposta dal sostituto procuratore del tribunale di Monza Walter Mapelli, rilevava che il killer probabilmente aveva impugnato una calibro 38 e che il ragazzo era stato colpito una prima volta al torace, quando era ancora in sella al suo ciclomotore, poi alla guancia sinistra, mentre tentava disperatamente di fuggire nel buio, infine dietro l’orecchio, a bruciapelo, come in un’esecuzione, producendo lo sfacelo della base cranica.

Alessandro Alvarez abitava a Cologno Monzese con padre, madre e un fratello di qualche anno più giovane. Si sarebbe dovuto laureare di lì a pochi mesi in scienze politiche all’Università Cattolica di Milano. Nota era anche la sua militanza nelle organizzazioni della destra radicale milanese, inizialmente in Alternativa nazional-popolare, una formazione creata nella prima metà degli anni Novanta da uno dei grandi vecchi del neofascismo italiano, Stefano Delle Chiaie, poi confluita nel 1995 nel Msi-Ft (il Movimento sociale italiano-Fiamma tricolore fondato da Pino Rauti),quindi in Alleanza studentesca, un gruppo universitario, da lui stesso promosso, progressivamente collocatosi nell’orbita di Alleanza nazionale. «Le idee che propugna Alleanza studentesca» – dichiarava nell’immediatezza dell’omicidio l’onorevole Ignazio La Russa di An – «sono assolutamente compatibili con quelle del mio partito. Chiediamo che sull’omicidio di Alessandro Alvarezsi faccia piena luce». Subito si escludeva la pista politica. Di rapina neanche parlarne. La vittima era stata ritrovata con i documenti e il portafogli con ancora i soldi per comprare quella sera stessa il biglietto per Inter-Milan, il derby, in programma la domenica. Ma che ci faceva allora Alessandro Alvarez a quellora, in quella strettoia, tra due edifici di una ditta abbandonata, in una zona deserta a lungo dimora dei senzatetto, sgomberata solo qualche tempo prima dalle forze dellordine?

«HO ASSISTITO ALLOMICIDIO»

Ai funerali parteciparono almeno 300 camerati giunti da diverse parti d’Italia, fra l’altro anche da Trieste, Roma, Enna e Cagliari. La piccola parrocchia di San Giuliano non riuscì a contenerli tutti. L’ultimo saluto fu con il braccio teso in cerchio attorno alla bara di legno chiaro ricoperta da un drappo con una croce celtica su sfondo bianco e rosso. Negli stessi giorni comparvero, pubblicate da alcuni quotidiani, le dichiarazioni di Adriano Tilgher, braccio destro di Stefano Delle Chiaie e presidente del Fronte nazionale, che aveva conosciuto Alvarez: «Alessandro era un ragazzo non violento, che non aveva giri di droga né di altri traffici illeciti. La sua morte a quel modo è assurda, inspiegabile». Ma solo poche ore dopo la conclusione delle esequie giungeva la notizia del fermo di Alessandro Troccoli, ventisei anni, amico della vittima, con un passato da ultrà rossonero. A lui si era giunti quasi immediatamente. La sera del delitto, infatti, all’arrivo sul luogo del maresciallo Palmeri, comandante della stazione dei carabinieri di Cologno Monzese, alle 22.30, veniva recuperato sul corpo di Alvarez, oltre al portafoglio e ai documenti, anche il cellulare ancora acceso. Nella segreteria telefonica, alle 22.05, risultava registrato il seguente messaggio: «Ciao sono Alex, è mezz’ora che ti aspetto, aspetto ancora un pochino e poi mi vado a bere una birretta». Nel giro di un’ora l’autore del messaggio veniva identificato in Alessandro Troccoli, già noto ai carabinieri di Cologno per avere denunciato a febbraio il ritrovamento di alcuni proiettili nella propria cassetta delle lettere.

Troccoli veniva subito convocato in caserma e già all’una di notte sentito per la prima volta. Disse di essere tifoso del Milan e di essere stato coinvolto negli scontri del 1995 a Genova costati la vita a Vincenzo Spagnolo e condannato per rissa. Aggiunse di essere rientrato venerdì sera a casa alle 19.30 e di aver guardato la tv fino alle 21.30 circa. Dopo di che era sceso in strada ad attendere l’arrivo di Alessandro Alvarez:

poiché assieme, essendo lui tifoso interista e io milanista, dovevamo, in vista del prossimo derby, recarci in Milano ad acquistare i biglietti […] Alle ore 22.00 circa non vedendolo arrivare, sono rientrato a casa mia e gli ho telefonato. Egli non mi ha risposto, quindi ho lasciato un messaggio1.

Ma due giorni dopo, il 5 marzo, davanti al pubblico ministero Angelo Tanga di Monza, Alessandro Troccoli, cambiava totalmente versione. Ammetteva di aver effettivamente incontrato quella sera l’amico:

venerdì 3 marzo, verso le 21.30/21.35, Alessandro Alvarez è arrivato sotto casa mia a bordo del suo ciclomotore […] non aveva con sé né bagagli né sacche, mi disse che aveva un appuntamento urgente con tale Mimmo perché doveva consegnare a questi delle pistole […] mi disse che sarebbe tornato subito.

Da quel momento aveva atteso per mezz’ora. Dopo di che, alle 22.05, era tornato a casa da dove aveva fatto la telefonata. Era preoccupato, temeva che fosse successo qualcosa:

Alessandro Alvarez trattava e deteneva numerose armi unitamente a Mimmo […] nell’ambiente si parlava di armi, rapine e campi paramilitari […] Alvarez mi aveva confessato che aveva trattato recentemente numerose armi assieme al Mimmo e che questi le aveva prese in consegna la notte del 5 febbraio 2000 […] Ho fornito le prime dichiarazioni parzialmente difformi da quelle che sto rendendo ora perché temevo e temo per la mia incolumità fisica.

 

Mimmo, al secolo Domenico Magnetta, 43 anni di origini foggiane, già della struttura clandestina di Avanguardia nazionale, condannato come rapinatore ma anche a sette anni per banda armata, veniva immediatamente arrestato, mentre Troccoli era trasferito in un albergo e messo sotto scorta. Uno status da collaboratore di giustizia che non durerà neanche due giorni. Il successivo 7 marzo, infatti, Troccoli, ascoltato ancora dai carabinieri, modificava nuovamente il proprio racconto, dichiarando non solo il coinvolgimento nella detenzione delle armi, ma soprattutto di aver «assistito all’omicidio» dopo aver accompagnato l’amico che avrebbe dovuto trattare una compravendita di armi. «Ci hanno teso un’imboscata» – questa la sua definitiva ricostruzione – «qui qualcuno aveva gridato “Alessandro” », il nome di entrambi, e l’amico si era girato. A sparare uno slavo mezzo calvo e con i baffetti. «Alvarez è morto, io sono riuscito a fuggire», concludeva Troccoli, non riuscendo però a spiegare come avesse potuto salvarsi scappando da un budello così stretto.

Emergevano a quel punto pesanti indizi a carico dello stesso Troccoli riguardo l’illegale detenzione di armi. L’interrogatorio veniva sospeso e il testimone, trasformato in indagato, invitato a nominarsi un difensore.

Da quel momento si avvaleva però della facoltà di non rispondere, non confermando, per altro, alla presenza del proprio legale, le precedenti deposizioni. Lo stesso 7 marzo i carabinieri procedevano a sequestrare nell’abitazione di Troccoli due giubbotti, entrambi neri, uno del tipo bomber e l’altro di pelle scamosciata. L’8 marzo il pubblico ministero Angelo Tanga disponeva il fermo dello stesso Troccoli quale indiziato di omicidio. Il 10 il giudice per le indagini preliminari, Giuseppe Airò, confermava l’arresto, ma solo per le armi, ritenendo insufficienti gli indizi per l’accusa più grave. Il 13 marzo venivano consegnati ai carabinieri del Raggruppamento investigazioni scientifiche di Parma, il cosiddetto Ris, i vestiti di Troccoli e della vittima. Il 23 i risultati evidenziavano la presenza sul giubbotto di pelle scamosciata di Troccoli di 12 particelle (nove sulla parte destra e tre sulla parte sinistra) che per la loro composizione di piombo-bario-antimonio dovevano essere attribuite con certezza allo sparo da armi da fuoco. Si rilevarono anche altre 43 particelle non univoche ma con caratteristiche tipiche dei residui da sparo. Tutte compatibili con quelle rinvenute sugli abiti della vittima. A questo punto il 25 marzo il gip, accogliendo l’ulteriore richiesta da parte del pubblico ministero, applicava a Troccoli la misura della custodia cautelare in carcere con l’accusa di omicidio volontario che veniva confermata in seguito dal tribunale del riesame. Il 14 marzo, per mancanza di riscontri era stato nel frattempo scarcerato Domenico Magnetta.

UN SECONDO CADAVERE INCAPRETTATO E CARBONIZZATO

 

Sole poche settimane dopo l’assassinio di Cologno Monzese, un altro grave fatto scuoteva la destra milanese. Nella notte fra il 12 e il 13 maggio, tra venerdì e sabato, veniva infatti ritrovato a Milano un cadavere carbonizzato nel bagagliaio di una Fiat Bravo, data alle fiamme a ridosso del muro di cinta del carcere minorile Cesare Beccaria, in via Calchi Taeggi. A dare l’allarme erano stati tre agenti della polizia penitenziaria che avevano sentito, verso le 23.55, due esplosioni in rapida successione provenire dall’esterno dell’istituto e poi visto levarsi fumo e fiamme al di là del muro di cinta. Nell’immediatezza non si riusciva a stabilire se fosse un uomo o una donna. Mani e piedi erano legati e sul volto erano rimaste le tracce di un sacchetto. Si scopriva alla fine che si trattava di un ex pugile di 28 anni, Francesco Durante, originario di Lecco, ucciso come Alvarez con un colpo di pistola sparato da pochi centimetri dietro l’orecchio sinistro. Successivamente il corpo era stato infilato in un sacco dell’immondizia e collocato nel bagagliaio dell’auto del fratello.

Si appurava che Durante e Alvarez avevano frequentato lo stesso ambiente politico e la stessa palestra, la Doria di via Mascagni a Milano, che per quanto si trovasse nello stesso stabile della sede dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) nel tempo si era trasformata in un luogo di ritrovo dell’estrema destra.

In precedenza Francesco Durante era stato inquisito assieme a una banda di albanesi per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Processato e assolto, successivamente era stato indagato per estorsione. Era anche stato più volte visto in compagnia di Domenico Magnetta. Il lunedì successivo si presentava negli uffici della Digos milanese un amico di Alvarez, che invitava a indagare sulle connessioni fra i due omicidi:

dopo l’omicidio di “Francone” ho paura […] l’esecuzione a colpi di pistola, in così poco tempo, di due persone che frequentavano il nostro ambiente non sono episodi casuali. Sono assolutamente certo che Durante e Alvarez si conoscessero. Insieme frequentavano le stesse frange della destra extraparlamentare, quella vicina a Delle Chiaie. Noi crediamo che esistano delle analogie che meritano un approfondimento. Potevamo stare zitti, ma così facendo non avremmo onorato la memoria dei due amici camerati. Ne abbiamo discusso a lungo fra noi.

Più di un’ombra dunque sembrava sussistere riguardo a un legame fra i due delitti.

Della vicenda di Francesco Durante si tornò a parlare nel dicembre 2006 nell’ambito dell’inchiesta Oversize, portata avanti dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano e dal Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata (Gico), della Guardia di finanza, contro il clan di ’ndrangheta dei Coco Trovato egemone nel lecchese. Del delitto di Francesco Durante venne accusato il trentaseienne Giacomo Coco Trovato, nipote del boss Franco Coco Trovato, già condannato a quattro ergastoli. Una quarantina furono complessivamente gli arrestati. Un capo di’imputazione su tutti: associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga e armi. In questo contesto, secondo l’accusa, Giacomo Coco Trovato aveva punito con «sentenza di morte» l’ex pugile ventottenne, dopo una serie di contrasti innescatisi soprattutto a seguito dell’accusa messa in giro dallo stesso Durante circa le responsabilità della famiglia dei Coco Trovato nell’assassinio di tale Dino Petrucci. Il processo Oversize iniziò alla fine di novembre del 2007, dopo essere stato trasferito, per motivi di sicurezza, da Lecco all’aula bunker di Milano in via Uccelli di Nemi. Quello per l’omicidio di Francesco Durante venne invece celebrato a parte davanti alla Corte d’Assise di Como. Nell’occasione la famiglia di Durante decise di non costituirsi parte civile. Si concluse con l’assoluzione di Giacomo Coco Trovato il 18 giugno 2008. Al momento, dunque, ancora un nulla di fatto.

PARADOSSI PROCESSUALI

Il 1° marzo 2001, al termine delle indagini, il gip rinviava a giudizio Alessandro Troccoli per l’assassinio di Alvarez e per la detenzione illegale di armi.

Il processo di primo grado iniziò il 9 maggio 2001 davanti alla Corte di Assise di Monza, presidente Francesco Pinto, protraendosi per numerose udienze. I genitori di Alvarez si costituirono parte civile, convinti anche loro che fosse lui, Alessandro Troccoli, il killer. Troccoli si avvalse della facoltà di non rispondere, ma quel che più conta le sue dichiarazioni, soprattutto quelle relative alla sua presenza sul luogo del delitto, non poterono essere utilizzate a norma dell’articolo 63 del codice di procedura penale che non consente di acquisire deposizioni autoindizianti per chi parla come semplice persona informata dei fatti. Affrontò la corte non confermando nulla e sprofondando nel più assoluto mutismo. Era sul luogo del delitto e certamente sapeva come si erano svolti i fatti. Forse aveva sparato o era stato vicinissimo a chi lo aveva fatto. Ma, a norma di legge, quelle confessioni rilasciate in precedenza, non ribadite da imputato, non poterono entrare a far parte del processo. Come se non fossero mai esistite. Si ascoltarono complessivamente oltre sessanta testimoni. Emerse così, nel corso del dibattimento, la personalità dell’imputato. In particolare che Troccoli, soprannominato Murdoch, dal nome di un personaggio televisivo truculento e pazzo, era rissoso e violento. Girava armato di coltello e ne faceva uso per minacciare e colpire anche per futili motivi. Disoccupato e squattrinato, si vantava di detenere armi da fuoco illegali, procurandosi denaro giocando ai cavalli e vendendo capi di abbigliamento probabile provento di furti. Ultrà da stadio, aveva improntato anche i propri rapporti affettivi all’insegna della violenza. Più volte aveva minacciato e percosso la sua attuale fidanzata, ma anche impaurito quella precedente, al punto che costei, una volta trasferitasi a Londra, aveva fatto intervenire in suo aiuto la polizia inglese. Faceva inoltre uso di stupefacenti in particolare di cocaina.

Secondo la ricostruzione del pubblico ministero i fatti si erano svolti in questo modo: Alessandro Troccoli alle 21.40 circa del 3 marzo 2000 si fece accompagnare dalla vittima nella stradina sterrata. Alvarez procedeva a piedi conducendo sulla sua destra il ciclomotore acceso per sfruttarne la luce del faro. Postosi dietro, alla destra di questi, Troccoli, nel punto più buio, dopo aver recuperato un revolver che aveva nascosto nell’erba, fece girare l’amico e gli sparò il primo colpo al torace, poi un secondo sul volto mentre questi lasciava cadere il ciclomotore e tentava di fuggire, quindi un terzo, quando ormai, dopo aver barcollato, era caduto a terra, esplodendogli il colpo di grazia.

Il 6 novembre del 2001 la Corte decise anche di effettuare un sopralluogo sulla scena del delitto, per verificare quanto tempo occorresse per percorrere i 2 chilometri e mezzo che separano il vicolo dall’abitazione dell’imputato. Il delitto era avvenuto 3-4 minuti prima delle 21.54, quando l’operaio Pasquale Bianco aveva avvertito la centrale dell’Atm circa gli spari che aveva udito a distanza ravvicinata. Troccoli aveva lasciato il suo messaggio nella segreteria del cellulare di Alvarez alle 22.05, utilizzando il telefono di casa sua. Aveva quindi a disposizione 15 minuti circa.

In due ore di udienza itinerante la corte giunse alla conclusione che era del tutto verosimile percorre la distanza in quell’arco di tempo. Ma in questo dibattimento si assistette soprattutto a una singolare dialettica processuale. Da un lato l’accusa che dichiarava apertamente l’assenza di un vero movente, se non di tipo personale: l’invidia che Troccoli covava nei confronti di Alvarez per il suo successo.

soprannominato “zar” per il suo fare nobile eaperto [queste le conclusioni del pubblico ministero N.d.A.] Alvarez era fidanzato e si stava laureando. Troccoli all’opposto era disoccupato, con precedenti penali, violento e senza consolidati rapporti affettivi. Alvarez l’aveva preso con sé perrecuperarlo alla società. Invece Troccoli l’ha ammazzato.

 

Sul fronte opposto, la parte civile, rappresentata dall’avvocato Daniele Ripamonti, e la difesa, sostenuta dagli avvocati Patrizio Lepiane e Attilio Villa, tutti paradossalmente concordi nell’indicare alla corte la pista politica. L’omicidio, secondo loro, doveva essere fatto rientrare nell’ambiente dell’estrema destra. «Alvarez era venuto a conoscenza di qualcosa che non doveva sapere» – questa la tesi dell’avvocato Daniele Ripamonti – «Forse gli si è voluto chiudere la bocca!»

In questo contesto assai rilevante anche la testimonianza di un dirigente della Digos di Lucca, raccolta in dibattimento, che in intercettazioni telefoniche sulle utenze di estremisti neri del calibro di Adriano Tilgher, Stefano Delle Chiaie e Marzio Gozzoli, aveva registrato frasi del tipo: «Dell’omicidio non hanno capitonulla. Hanno preso un abbaglio. Bisognerebbe indagare tra i vecchi».

Sia la vittima sia i suoi amici gravitavano nell’ultradestra. Eppure, come ebbe a dichiarare l’avvocato di Troccoli, Patrizio Lepiane, «Una pista interna all’ultradestra incomprensibilmente non è mai stata presa inconsiderazione». Per il pubblico ministero, come per la corte, l’assassinio non poteva che iscriversi nell’ambito dei rapporti personali. In questo contesto si evidenziò clamorosamente anche l’assoluta trascuratezza con cui erano state condotte le indagini da parte dei carabinieri i quali sequestrarono quattro giorni dopo il delitto i giubbotti a casa di Troccoli con modalità assai contestabili:

riposti dalla madre in una busta color bianco che la stessa ha consegnato poi ai carabinieri i quali a loro volta hanno provveduto a chiudere tale sacchetto facendo un nodo con le estremità [cioè N.d.A.] in un unico sacchetto del tipo di quelli che si usano nei negozi (anziché essere repertati e sigillati separatamente l’uno dall’altro) e che gli stessi sarebbero stati riposti in un qualche luogo (comunque sconosciuto) di pertinenza delle Forze dell’ordine.

Oltretutto l’unico proiettile «verosimilmente riconducibile all’omicidio diAlessandro Alvarez» fu «un’ogiva camiciata in rame presumibilmente cal. 38 deformata da urto», rinvenuta ben 20 giorni dopo nel vicolo nel quale era stato trovato il cadavere della vittima2.

Il pubblico ministero Angelo Tanga, dopo due ore di requisitoria, chiese 27 anni di condanna per Alessandro Troccoli. Lavvocato Daniele Ripamonti difensore di parte civile oltre alla condanna avanzò la richiesta di un risarcimento per un miliardo di lire da devolvere allAssociazione italiana per la ricerca sul cancro. Alla fine, il 15 dicembre 2001, dopo sette ore di camera di consiglio, la Corte di Assise di Monza, in base allarticolo 530 del Codice di procedura penale, che in pratica ha preso il posto della vecchia insufficienza di prove, assolse limputato dallimputazione di omicidio volontario premeditato. A tre anni fu invece la pena erogata per il porto abusivo di armi. Queste le conclusioni della corte:

Non emerge da nessuna delle prove che sono state legittimamente acquisite al dibattimento che quella sera Alessandro Troccoli indossasse quel giubbotto […] nessuno dei testi escussi ha riferito quale giubbotto Troccoli indossasse, […] il rinvenimento di polvere da sparo sul giubbotto dell’imputato non fornisce di per sé alcuna prova diretta del fatto che sia stato lui a sparare contro il povero Alvarez.

L’appello a Milano fu brevissimo. Si esaurì in sole due udienze, tra il 4 e il 5 marzo 2003, davanti alla prima Corte d’Assise d’appello presieduta da Camillo Passerini. La sentenza arrivò addirittura alle 14.30 del 5, dopo una camera di consiglio lampo. Confermò la sentenza di primo grado, riducendo a Troccoli da tre a due gli anni per la detenzione di armi comuni da sparo.

L’imputato non si presentò nemmeno in aula. L’unica reale modifica intervenne nelle motivazioni. La corte sentenziò, infatti, a differenza del processo di primo grado che aveva sancito l’inutilizzabilità di tutte le dichiarazioni di Troccoli, l’ammissione di alcune di esse, in particolare di quella resa il 5 marzo 2000, rilasciata ancora in veste di testimone, in cui riferiva di essersi incontrato con Alvarez quando gli disse che sarebbe tornato di lì a poco, dovendo raggiungere Magnetta per consegnargli delle pistole, e in cui soprattutto sosteneva che la sera del delitto indossava il giubbotto di pelle scamosciata su cui sarebbero poi state reperite numerose particelle da sparo.

Ciò nonostante

[questo] indizio di indubbia gravità, considerata la singolare coincidenza della presenza di tracce di sparo proprio su un indumento indossato dall’imputato la sera stessa in cui l’Alvarez, con il quale aveva appuntamento e che aveva incontrato circa 20 minuti prima del delitto, era stato ucciso con tre colpi di pistola […] non può considerarsi univoco quanto all’attribuibilità dell’omicidio all’attuale imputato [queste le conclusioni della Corte d’Assise d’appello che sostenne anche che] la rilevata presenza di particelle comprovanti lo sparo se, da un lato, consente di ritenere al di là di ogni ragionevole dubbio che Troccoli abbia fatto uso di armi da fuoco, dall’altro non fornisce alcuna valida indicazione circa il tempo e il luogo in cui tale uso avvenne […] le particelle di piombo-bario-antimonio possono permanere a lungo, anche per mesi sugli abiti3.

La prima sezione della Corte di cassazione, il 18 dicembre 2003, confermò il verdetto, respingendo i ricorsi.

OMBRE NERE

L’assassinio di Alessandro Alvarez, con tutti i suoi lati oscuri, rimane ancora oggi avvolto nella nebbia. Ma la storia di questo omicidio si intreccia con altre. Con quella in particolare di alcuni personaggi già noti del neofascismo milanese, implicati in gravi episodi di sangue e terrorismo, non di rado invischiati in vicende di criminalità comune. Una storia da raccontare.

NOTE

1 Tutte le dichiarazioni rese da Alessandro Troccoli agli inquirenti sono tratte dalle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Monza, 15 dicembre 2001, e della prima Corte d’Assise d’appello di Milano, 5 marzo 2003.

2 Motivazioni sentenza della Corte d’Assise di Monza, 15 dicembre 2001, depositata in cancelleria l’11 marzo 2002.

3 Motivazioni sentenza della prima Corte d’Assise d’Appello di Milano, 5 marzo 2003, depositata in cancelleria il 2 aprile 2003.

(*) Anzitutto ringrazio Saverio Ferrari per avermi concesso di riprodurre stralci del libro «Fascisti a Milano» (152 pagine per 14 euri) pubblicato due anni fa nelle edizioni Bfs, ovvero la Biblioteca Franco Serantini, con il sottotitolo «Da Ordine nuovo a cuore nero». Un libro indispensabile – e non solo per chi vive in Lombardia – come ho scritto nella mia recensione ( Milano, laboratorio neofascista) che trovate qui in blog il 9 gennaio 2012. Molti scritti di Saverio Ferrari sono su http://www.osservatoriodemocratico.org che è il sito dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre.

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata», di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione la gente sedicente “per bene” ignora, preferisce dimenticare o rammenta “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sulla data 3 marzo c’erano queste ipotesi di lavoro: 1193: muore Saladino; 1861; un delitto-chiave di mafia; 1904: un cilindro meccanico riproduce un discorso (del Kaiser); 1913: marcia delle donne a Washington (fra loro Ali Paul); 1917: scioperi a Pietroburgo; 1934: Dillinger (pericolo pubblico «numero 1») evade; 1945: uccisa a Roma Teresa Gallace (ispirerà una scena famosa del film «Roma città aperta» di Rossellini); 1960: Giovanni XXIII nomina un cardinale «di colore»; 1965: primi bombardamenti Usa sul Vietnam; 1972: breve sequestro di Macchiarini (per la prima volta si parla di Br); 1983: Arthur Koestler si suicida con la moglie; 1984: arrestato il duo che si firma Ludwig (dopo 28 delitti); 1985: sconfitto lo sciopero dei minatori inglesi; 1993: muore Albert Sabin. E chissà, a cercare un poco, quante altre «scor-date» salterebbero fuori per ogni giorno.

Molte le firme e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevissimi, magari solo una citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Redazione
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