Scor-data: 5 gennaio 1902

«La professione della signora Warren» arriva in teatro

di G. B. Shaw … contrappuntato da d. b. (*)  

Provate a immaginare la Londra “perbene” – cioè ipocrita – di 112 anni fa. Da neanche un anno è morta la regina Vittoria. Come ha scritto Eduardo Galeano «era il simbolo dell’imperialismo britannico, signora e padrona del diciannovesimo secolo, aveva imposto l’oppio in Cina e la vita virtuosa nella sua nazione. Nel cuore del suo impero erano una lettura obbligata le opere che insegnavano a rispettare le buone maniere. Il “Libro dell’etichetta” di lady Gough, pubblicato nel 1863, sviluppava alcuni dei comandamenti sociali dell’epoca: bisognava evitare, per esempio, l’intollerabile vicinanza di libri di autori e libri di autrici sugli scaffali delle biblioteche». Si massacrava in nome di Dio ma per pudore si coprivano persino… le gambe delle sedie.

Da anni l’Inghilterra vittoriana ha bloccato – con un pretesto o l’altro – la messa in scena di «La professione della signora Warren» scritta da George Bernard Shaw nel 1893 ma finalmente – quel 5 gennaio 1902 – viene messa in scena al New Lyric Club di Londra. E’ uno scandalo immenso. Proviamo insieme a capire il perché leggendone qualche passaggio nella traduzione italiana di Angelo Dallagiacoma (che si trova in rete).

L’opera ha per protagonista Kitty Warren e sua figlia Vivie, a cui lei ha assicurato gli studi e di potersi conquistare un posto nella società. Dalle prime scene lo scontro fra le due donne è chiaro. Ecco un passaggio importante: nel copione si precisa che la signora Warren è così infuriata che in questo discorso abbandona il linguaggio affettato e si mette a parlare in dialetto, insomma da donna del popolo qua è. Si rivolge alla figlia così.

«Che diritto hai di sbatterti così tanto al di sopra di me? Ti vanti di quello che sei con me… con me… che ti ho dato la possibilità di essere quello che sei. Che possibilità ho avuto io? Vergognati! Sei una cattiva figlia e una smorfiosa con la puzza al naso!».

Al che Vivie (fattasi incerta, come chiariscono le note di regia) risponde.

«Non pensare nemmeno per un momento che io mi sia messa al di sopra di te in qualche modo. Tu mi hai attaccata con l’autorità convenzionale di una madre; io mi sono difesa con la superiorità convenzionale di una donna rispettabile. Francamente, non ho l’intenzione di sopportare nessuna delle tue sciocchezze; e quando smetterai di dirne non avrò la pretesa che tu sopporti le mie. Rispetterò sempre il tuo diritto di avere delle tue opinioni e un tuo modo di vivere».

La signora Warren replica.

«Le mie opinioni e il mio modo di vivere! Sentitela cosa sta dicendo! Pensi che io sia stata tirata su come te… in condizioni di cogliere e scegliere il mio modo di vivere? Pensi che io abbia fatto quello che ho fatto perché mi piaceva o perché pensavo che era giusto farlo, che non avrei preferito andare all’università ed essere una signora come si deve se ne avessi avuto la possibilità?».

Risponde Vivie.

«Tutti, mamma, hanno una possibilità di scegliere. La più povera delle ragazze può non avere la possibilità di scegliere tra essere Regina d’Inghilterra o Rettore universitario a Newnham; ma può sempre scegliere se fare la straccivendola o la fioraia, secondo quello che le piace. La gente dà sempre la colpa alle circostanze di essere quello che è. Io non credo nelle circostanze. Quelli che hanno successo in questo mondo, sono quelli che si danno da fare e vanno a cercare le circostanze di cui hanno bisogno, e se non le trovano, se le creano».

A questo punto la signora Warren racconta a Vivie chi era la nonna che la ragazza non ha conosciuto.

«Diceva di essere vedova e aveva una friggitoria di pesce vicino alla Zecca, e ci faceva saltare fuori da campare lei e quattro figlie. Due sole eravamo sorelle anche da parte di padre: cioè io e Liz; e tutte e due eravamo belle e ben fatte. Suppongo che nostro padre fosse un uomo che mangiava bene: la mamma, sosteneva che fosse un signore; ma non lo so. Le altre due erano sorellastre… due poverine, basse di statura, brutte, smunte, grandi lavoratrici e oneste. Io e Liz le avremmo mezze ammazzate dalle botte. Se la mamma non ci avesse mezze ammazzate noi per impedirci di mettergli le mani addosso. Loro erano quelle perbene. Be’, che cosa ci hanno guadagnato dalla loro rispettabilità? Te lo dico io. Una delle due lavorava in una fabbrica di biacca di piombo dodici ore al giorno per nove scellini la settimana finché morì per avvelenamento da piombo. Si aspettava solo di restare con le mani un po’ paralizzate; ma morì. L’altra ci era sempre portata ad esempio perché aveva sposato uno statale che lavorava nel magazzino di sussistenza di Deptford, e teneva le sue stanze e i suoi tre bambini puliti e in ordine con diciotto scellini alla settimana… finché lui cominciò a bere. Valeva la pena essere rispettabile, che ne dici?».

Più avanti la signora Warren racconta a Vivie della zia, cioè di sua sorella, Lizzie.

«Lei aveva più coraggio. Tutte e due andavamo alla scuola parrocchiale: ciò faceva parte delle arie da signora che ci davamo sentendoci superiori alle ragazze che non sapevano niente e non andavano in nessun posto… E ci rimanemmo in quella scuola finché Liz una sera uscì e non tornò più a casa. So che la maestra pensava che ben presto anch’io avrei seguito il suo esempio. Il pastore, poi, mi stava sempre a dire che Liz sarebbe finita buttandosi giù dal ponte di Waterloo. Povero deficiente: non sapeva dire altro! Ma io avevo più paura della fabbrica di biacca di piombo che del fiume; e l’avresti avuta anche tu nei miei panni. Quel pastore mi trovò un posto come sguattera in un ristorante dove per moralità non tenevano gli alcolici ma mandavano a prendere fuori tutto quello che i clienti volevano bere. Poi diventai cameriera; e poi entrai nel bar della stazione di Waterloo: per quattordici ore al giorno stavo a servire da bere e a lavare bicchieri per quattro scellini alla settimana e il vitto. E questo per me fu da tutti ritenuto un bel passo avanti. Bene, una notte fredda e squallida, che io ero così stanca che non riuscivo a tenere gli occhi aperti, chi ti arriva per un bicchierino di scotch se non Lizze, con un lungo mantello di pelliccia, elegante e comodo, con una valanga di soldi nella borsetta».

E più avanti ancora parlando di Lizzie.

«Sì: e avercene di zie così! Adesso abita a Winchester, vicino alla cattedrale, una delle signore più rispettate della zona. Accompagna le ragazze al ballo della contea, se non ti dispiace! Non c’è stato il fiume per Liz, grazie tante! Tu, un po’, mi ricordi Liz; era una donna d’affari di primissimo ordine: mise da parte dei soldi fin dall’inizio; non ha mai lasciato che si vedesse troppo quello che era; mai che abbia perso la testa una volta; mai che abbia sprecato una buona occasione. Quando vide che mi ero fatta una bella ragazza, mi disse sopra il banco: “Che cosa fai qui, furbetta? A rovinarti salute e bellezza per il profitto degli altri!”. Liz stava mettendo da parte i soldi per prendere una casa da gestire lei stessa a Bruxelles: e era dell’idea che in due avremmo fatto prima. Così mi prestò un po’ di soldi e mi avviò. Risparmiai sodo e per prima cosa le restituii i soldi che mi aveva prestato, e poi entrai in affari come sua socia. Perché non avrei dovuto farlo? La casa di Bruxelles era veramente di alta classe: per una donna era un posto centomila volte meglio che la fabbrica dove Anne Jane si era avvelenata. Nessuna delle nostre ragazze è mai stata trattata come trattavano me quando facevo la sguattera in quel ristorante senza alcolici, e al bar di Waterloo, o a casa. Avresti voluto che io rimanessi là dentro o diventassi una bestia da soma, sfiancata e già vecchia prima di arrivare a quaranta anni?».

E poco dopo, sempre rivolgendosi alla figlia.

«Pensi proprio che noi fossimo così stupide da lasciare che altri sfruttassero la nostra bellezza assumendoci come commesse, come bariste, o come cameriere, dal momento che potevamo sfruttarla noi stesse e ricavarne tutto quello che poteva rendere invece di paghe da fame? Stai fresca».

«Eravate giustificate – le obietta la figlia – dal punto di vista degli affari».

Al che la madre replica.

«Con quale altro fine viene tirata su una ragazza rispettabile se non con quello di catturare la fantasia di un uomo ricco e accaparrarsi i vantaggi dei suoi soldi sposandolo? Come se una cerimonia di nozze potesse fare la differenza tra il bene e il male della cosa in sé! L’ipocrisia del mondo mi fa vomitare! Io e Liz abbiamo dovuto lavorare e risparmiare e fare bene i calcoli come chiunque altro; altrimenti qui saremmo povere come qualsiasi donna buona a nulla, alcolizzata e con le mani bucate che pensa che la sua fortuna debba durare per sempre».

La figlia chiede se ciò non le dispiace e la signora Warren risponde.

«Chi dice di no? A tutti dispiace dover lavorare per guadagnare soldi; ma tutti devono farlo lo stesso. Ti assicuro che spesso ho provato compassione per una povera ragazza, sfinita e giù di morale che deve cercare di piacere a un uomo del quale non gliene frega un fico secco; un cretino mezzo ubriaco che pensa di essere simpatico infastidendo e rompendo e disgustando una donna in modo tale che non c’è somma che basti per ricompensarla di stare a sorbirselo. Ma le tocca sopportare le cose antipatiche e pigliare il bello e il brutto, come una infermiera in un ospedale o chiunque altro. Non è un lavoro che una donna farebbe per il piacere di farlo, lo sa Dio! Anche se a sentirne parlare, dalla gente pia e devota, uno sarebbe portato a pensare che fosse un letto di rose».

Vivie obietta (non è chiaro se con ironia) che però “valeva la pena” e la madre subito controbatte.

«Certo che ne vale la pena per una ragazza povera, se sa resistere alle tentazioni stupide, se è bella, se sa comportarsi e se è dotata di buon senso. È molto meglio di qualsiasi altra occupazione a cui le è concesso di accedere. Ho sempre pensato che non dovrebbe essere così. Non può essere giusto, Vivie, che per noi donne non si aprano altre strade. Su questo mi ci impunto: è sbagliato. Però è così, giusto o sbagliato che sia. E una ragazza deve ricavarne quello che può di meglio. Ma, naturalmente, per una signora non ne varrebbe la pena. Se tu ti mettessi su questa strada saresti una stupida; io sarei stata una stupida se avessi scelto un’altra professione».

Qui il mio riassunto si ferma. Secondo me importa relativamente come si concluda (ma vi consiglio comunque di leggerla tutta perchè resiste bene all’usura del tempo) la commedia: quel che di più importante Shaw voleva dire… è già nel testo qui sopra.

Provate a immaginare lo choc dell’epoca. Mai viene nominata la “professione” della signora Warren ma è chiarissimo di cosa si sta parlando. L’atto d’accusa è chiarissimo: a volte attraverso la tipica ironia di Shaw ma in altri passaggi con grande, esplicita durezza. Lo sintetizzerà così la signora Warren: «Tu pensi che la gente sia quello che fanno finta di essere… che quello che ti hanno insegnato a scuola e all’università come giusto e onesto sia tale anche nella realtà delle cose. Ma non è così: è solo una finzione per tenere buona la massa della gente comune che è codarda e servile».

Il finale non ci lascia con il classico “bene” e “male” contrapposti. A spiazzare ulteriormente ecco la signora Warren accusare la figlia di essere più conformista di lei. Nel lontano 1902, tanto diverso – o solo in apparenza? – da oggi, il testo di Shaw era peggio di una bomba. La commedia («sgradevole» nell’ironica definizione dell’autore) spiegava come la società vittoriana creasse la prostituzione (l’alternativa per le donne povere era crepare in fabbrica) per farci soldi e poi fingere di sdegnarsene.

Se vogliamo dirlo attraverso le parole di Marx le diversità fra una prostituta e una fioraia dipendono dalla percezione sociale cioè dall’ideologia. Del resto – nel commentare Adam Smith – Marx aveva scritto: «la differenza tra un portinaio e un filosofo è minore di quella tra un levriero e un cane poliziotto: fra di loro la frattura esiste tramite la divisione del lavoro […] La differenza di talenti naturali tra individui distinti non è tanto la causa bensì l’effetto della divisione del lavoro». E allargando il discorso (nientemeno che nei «Manoscritti economico-filosofici del 1844»): «la prostituzione è soltanto una espressione particolare della prostituzione generale dell’operaio. E siccome la prostituzione è un rapporto di tale natura vi rientra non solo chi è prostituito ma anche chi prostituisce – la cui abiezione è ancora più grande – (dunque) anche il capitalista rientra in questa categoria».

E oggi? Hanno sempre ragione Shaw e Marx?

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 5 gennaio fra l’altro avevo ipotizzato: 1739: in Giamaica la guerriglia piega la Gran Bretagna; 1937: muore Guido Picelli (di lui si è parlato in blog più volte); 1945: nasce Forough Farrochsad; 1948: esce il primo rapporto Kinsey; 1953: prima di «Aspettando Godot»; 1979: muore Mingus; 1982: un giudice a Little Rock sentenzia che quella di Darwin è una ipotesi; 1998: due morti alla festa di Comunione e Liberazione a Padova; 2010: in Francia una legge indennizza le vittime degli esperimenti nucleari francesi tra il 1960 e il ’96. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info.

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

 

Redazione
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