Se il Congo è invisibile sui media…

cerca le tracce del denaro e capirai cosa deve essere nascosto.

Un’intervista a Constantin Charhondagwa (alla vigilia del 62° anniversario dell’indipendenza congolese) e la seconda parte dell’inchiesta sui “Congo files” di Kumba Diallo

A quando la vera indipendenza?

Alla vigilia dell’anniversario dell’indipendenza del suo Paese, come vede la sua storia?

Non abbiamo avuto fortuna, qui da noi. Anzitutto, siamo stati mal colonizzati, perché in quel tempo il Belga non voleva che il Congolese si sviluppi. Hanno instaurato un sistema di apartheid: i Bianchi e i Neri dovevano abitare in spazi separati, c’erano bar e cinema dove i Neri non potevano entrare. Il congolese non poteva andate oltre la 4a Magistrale. Se un ragazzo delle elementari si mostrava intelligente, dopo la 6a era già reclutato come insegnante. Ciò non ha però impedito che ci fossero degli intellettuali che si sono ribellati e hanno reclamato l’indipendenza: essa ci è stata come gettata addosso, senza un programma di formazione.

Appena una settimana dopo il 30 giugno 1960, dei para-commando belgi sono stati paracadutati a Lubumbashi, nel Katanga, perché il Belgio teneva ad ogni costo a conservare la parte mineraria del Paese. Hanno creato quello che hanno chiamato “la secessione katanghese” e un’altra secessione nel Kasai, dove c’erano i diamanti. Questo anche per asfissiare il governo centrale di Lumumba, perché si trattava delle due province che alimentavano il bilancio dello Stato. Alla fine, l’hanno fatto assassinare e da allora i servizi dell’intelligentsia, soprattutto la CIA e i servizi di sicurezza belgi, hanno avuto il controllo del Congo.

Sono loro che hanno cominciato a designare chi dirigerà il paese, sottomettendosi alle loro direttive. Così, ci hanno portato Mobutu, che hanno sostenuto per tre decenni, malgrado tutti gli errori che commetteva, allo stesso modo che sostengono Kagame in Ruanda oggi. Al punto che tutte le autorità politiche erano dei mercenari.

Questo ha scoraggiato la popolazione. Oggi di un ragazzo bugiardo si dice: «E’ un politico!». Fare la politica, nello spirito della gente, significa menzogna, crimine… Il che è vero, perché tutti quelli che abbiamo avuto come dirigenti sono dei demagoghi: parlano, ma non fanno quanto dicono. Oggi, se si chiede a un congolese circa il suo Paese, dirà: «E’ marcio!». Ciascuno cerca di sopravvivere: impoveriti, diventiamo più vulnerabili alla corruzione.

Grazie al suo spirito che Dio ha soffiato nell’essere umano, credo che noi possiamo benedire o maledire. Ma la gente non benedice più il Paese, piuttosto lo maledice. Nel progetto della nostra Associazione dei capi di strada della città di Bukavu (AMCA-Bukavu) c’è un’attività in vista di ridare alla popolazione l’amore del Paese: dobbiamo lavorare affinché la gente cominci a benedire, anche verbalmente, il paese. Credo in questo paese, con tutto quello che Dio vi ha messo: le sue ricchezze creano disagi, ma credo che un giorno la giustizia vi abiterà, anche se saranno i miei nipoti a vederla.

Il Congo è il nodo dello sviluppo dell’Africa, ma certe potenze temono che alla lunga diventi una grande potenza, capace di dare impulso a tutta l’Africa: allora vogliono sbriciolarlo. Si vuole che l’Africa resti un granaio dove tutti possono attingere.

Molti Occidentali sono stati scioccati vedendo i congolesi marciare in questi giorni con cartelli che chiedevano a Putin di venire a salvarli. Come può spiegare questo atteggiamento?

Invece di essere scioccato, l’Occidente dovrebbe lasciarsi interpellare. In questi giorni abbiamo ricevuto in visita il re del Belgio: questo Paese ha forse già fatto onorevole ammenda al Congo per aver ucciso Lumumba, per quello che ha fatto durante la Colonia?

Inoltre, ciò di cui soffriamo – guerre, milizie, ribellioni – è creato da americani, voglio dire le autorità statunitensi, e da inglesi. Una prova? Per orientare le truppe in guerra contro il Congo, guerra che avevano organizzato con l’Uganda e il Ruanda, gli Americani avevano lanciato il loro satellite “Arsène”, li hanno forniti di armi e di denaro. Ancor oggi, l’esercito ruandese è sostenuto dalla Gran Bretagna, grazie alla quale Kagame è stato in grado di pagare i suoi soldati e di avere un esercito di mercenari. Egli invia i suoi soldati travestiti da M23 (movimento ribelle apparentemente congolese: NDT) per attaccare il Congo, mentre noi non abbiamo mai fatto alcun male contro il Ruanda; al contrario, l’abbiamo aiutato.

Nel 1959, quando avevano un problema nel loro Paese, i Tutsi sono fuggiti in Congo: li abbiamo accolti, hanno studiato con noi, hanno anche trovato lavoro… Tutti i colleghi che avevo e che credevo congolesi – a Kinshasa a livello dell’Università e anche nei servizi – quando l’APR (esercito di rifugiati Tutsi che hanno condotto l’avanzata in Ruanda a partire dal 1990: NDT) ha preso il potere in Ruanda, sono fuggiti tutti e ad oggi sono in Ruanda. Poi è stato il turno degli Hutu, perseguitati dai Tutsi… È forse fare del male quando si accoglie qualcuno che fugge e bisogna punirci per questo?

E quando, dopo il genocidio, gli Hutu sono venuti qui, è stato l’ONU che ha obbligato Mobutu a aprire loro le porte. Il piano per distruggere il Congo era già fatto: quando Kagame avanzava per prendere il Ruanda, hanno chiuso le frontiere con la Tanzania e col Burundi, e l’unica via d’uscita aperta era il Congo. Gli Hutu si sono riversati qui, saccheggiando fauna e flora.

Oggi Kagame accusa il Congo di proteggere le FDLR (gruppo armato ruandese di opposizione: NDT) qui: ma nei cinque anni in cui ha occupato il Congo, se ne è forse occupato? Per niente. Oggi il Ruanda acquista armi a piacere, ma il Congo è sotto embargo. Come volete che il Congo ami gli Occidentali? Quando parlo dell’Occidente, penso anche agli Europei dell’ovest, perché sono nella NATO.

Questo dovrebbe far riflettere gli Occidentali. C’è ancora tempo per riscattarsi: basta aiutare a ristabilire la sicurezza qui. Se gli Americani, gli Occidentali decidono oggi di far piazza pulita di tutte le milizie, chi può impedirglielo? Quando hanno mandato i Francesi dell’“Operazione Artemis”, la città di Bunia ha ritrovato la sicurezza in due mesi. L’M23, che era stato sconfitto, è fuggito in Ruanda e in Uganda: ma perché questi due Paesi ricevono i criminali congolesi e li nascondono? Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rifiuta di condannare il Ruanda, nonostante che la sua aggressione al Congo sia evidente.

Che l’Occidente non pensi più che il popolo congolese veda le cose come le vedeva negli anni 1960: i congolesi riflettono e comprendono chi è davvero amico e chi non no. Putin sta massacrando tutto un popolo e non posso approvarlo, ma se la gente ha acclamato Putin è perché vede che almeno lui può tener testa a questo Occidente che ci maltratta. È una cosa che deve interrogare.

Che cosa direbbe al Re del Belgio che è venuto in visita in Congo?

Due cose: la prima è che sono stati i belgi a creare in Ruanda i conflitti che sono sfociati poi nel genocidio, perché durante l’era coloniale avevano privilegiato il popolo Tutsi, usandolo per soggiogare gli Hutu. Quando, intorno agli anni ‘57-‘58, i Tutsi hanno cominciato a nutrire desideri di indipendenza, i belgi hanno dato importanza agli Hutu contro i Tutsi, e gli Hutu si sono vendicati. I belgi hanno esacerbato le tensioni già esistenti tra i due gruppi e creato un fermento che è arrivato ad esplodere con il genocidio. Hanno creato un programma di immigrazione per i ruandesi in Congo, impiantando qui quelli che si chiamano ruandofoni, che ora affermano di essere originari di qui: questo crea inimicizia o addirittura odio tra i due popoli. Che il Belgio, dove hanno sede le istituzioni dell’Unione Europea, faccia uno sforzo per mettere in sicurezza l’est del Paese.

A Kigali sono installate molte compagnie occidentali, per avere i minerali provenienti dal Congo; gli impianti di depurazione dei minerali sono realizzati con capitale estero. Queste potenze possono sfruttare i minerali in Congo, attraverso dei congolesi, in buone relazioni. Perché cercare di prendere i minerali del Congo dal sangue dei congolesi, usando i vicini? Così facendo, stanno preparando un altro genocidio. Con tutti questi massacri a Beni, in Ituri…, i bambini non cercheranno forse un giorno di vendicare i loro genitori? Allora si griderà ancora al genocidio, ma loro stanno creandone gli ingredienti… Oggi c’è grande discordia tra i due popoli.

Inoltre, direi al re del Belgio che non deve continuare a sostenere i poteri predatori in Congo: oggi la funzione di Capo dello Stato, più che il risultato delle elezioni, è una nomina che si fa altrove.

Per concludere, se i suoi nipoti le chiedessero: qual è l’eredità che ci lasci?

Direi loro prima di tutto che devono amare il loro Paese: anche se sei ricco, se ti manca il tuo Paese per godere della tua ricchezza, sei pur sempre povero. Inoltre, chiederei loro di essere imprenditori, di creare una propria attività generatrice di reddito. Noi credevamo che con un diploma avremmo trovato lavoro: questo non ha funzionato. Ci sono ragazzi che non hanno finito la scuola elementare: sono rimasti nei villaggi, hanno iniziato a scavare oro e ora sono i gran signori della città di Bukavu. Ma chi ha avuto i diplomi sta ancora aspettando… È bene studiare, ma con lo spirito dell’imprenditoria, soprattutto nell’ambito dell’agricoltura.

https://www.deboutrdc.net/2022/lindependance-est-elle-jamais-arrivee-au-congo/

Le fotografie sono di Teresina Caffi.

 

KAMUINA NSAPU DAL CONGO, “CUORE DI TENEBRA” DELL’AFRICA / 2 – FINE

di Kumba Diallo (*)

L’ASSASSINIO DEI DUE ESPERTI ONU A BUNKONDE

I CONGO FILES E LA CONTROINCHIESTA

 

I due esperti ONU assassinati a Bunkonde: Zaida Catalan e Michael Sharp

 

Il 12 marzo 2017 di buon mattino i due esperti ONU che hanno il mandato di investigare sulle origini delle violenze nel Grand Kasai, scoppiate dopo l’uccisione del capo della chefferie Kamuina Nsapu (KN), escono dal loro albergo a Kananga con tre accompagnatori e un interprete, in motocicletta[1], e si dirigono verso il villaggio di Bunkonde. Contano di rientrare in serata. Invece spariscono nel nulla, per giorni e giorni. Sgomento e stupore tra i componenti della missione ONU, la MONUSCO: cosa può essere accaduto? Finora a nessun componente delle missioni di civili ONU era stato mai torto un capello. La UNPOL, la polizia delle Nazioni Unite e la JMAC, il servizio di informazioni civile della MONUSCO, cominciano le ricerche e i contatti con le autorità congolesi tra cui l’Agenzia Nazionale di Informazioni (ANR), ma si imbattono in reticenze e resistenze. Un gruppo di caschi blu uruguayani viene bloccato dalle FARDC (esercito congolese) sulla strada dell’aeroporto e non riesce a raggiungere la zona dove sono presumibilmente spariti i due esperti per raccogliere elementi utili alle indagini. Gli investigatori ONU riescono tuttavia ad avere incontri con capi tradizionali, giornalisti, missionari e insegnanti[2]. Tra questi ultimi spicca un personaggio che appare subito molto ambiguo, Jean Bosco Mukanda. Questi sembra sapere tutto e avere visto tutto. E’ lui che descrive l’omicidio dei due esperti agli investigatori ONU: racconta che dei capi villaggio organizzati dai feticheurs[3] KN hanno ordinato la morte di Michael Sharp e Zaida Catalan. Egli afferma perfino “di avere visto un ragazzo (un miliziano KN) che teneva in mano la testa di una donna bianca e altri miliziani che avevano con sé delle mani amputate”[4], scrivono nel loro rapporto gli investigatori della JMAC.

 

I Congo Files

 

I cosiddetti Congo Files e la contro-inchiesta condotta per quasi due anni dalle cinque agenzie giornalistiche che si propongono di chiarire le evidenti contraddizioni, lacune e reticenze emerse dai documenti ufficiali mostrano una verità altra. I Congo Files sono le migliaia di documenti dell’ONU classificati confidenziali cui le agenzie giornalistiche, grazie a una “fuga” provvidenziale, hanno avuto accesso; testimoniano le ricerche, le piste, le esitazioni e le opzioni esplorate tra marzo 2017 e settembre 2018 dagli inquirenti e dai responsabili delle Nazioni Unite.[5] E costituiscono uno dei due pilastri del lungo webdoc (citato nella prima parte di questo post) pubblicato su Radio France International, mentre il secondo è la controinchiesta sul terreno condotta dai giornalisti d’inchiesta delle cinque agenzie (RFI, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, Foreign Policy e la TV Svedese). Il gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza ONU cui appartenevano Zaida Catalan e Michael Sharp esiste dal 2016 e, per quanto riguarda la RDC, indagava in particolare sul traffico d’armi nell’est del paese e sullo sfruttamento illegale delle risorse. Zaida Catalan era una specialista delle violazioni dei diritti umani mentre Michael Sharp coordinava l’équipe sui gruppi armati. Questo gruppo è l’unica istituzione ONU che pubblica i nomi dei responsabili delle violenze e dei loro istigatori. Fino al 2017 non era mai successo che degli alti responsabili del governo congolese venissero esplicitamente nominati e sottoposti a sanzioni specifiche ma, in seguito all’iniziativa presa dalla U.E. in tal senso, tutti si aspettavano anche dall’ONU provvedimenti simili per quanto riguardava l’insurrezione in Kasai. Eppure l’ONU in questa vicenda è in preda a un dilemma feroce: da un lato i partigiani di un compromesso con il governo di Kinshasa, che rifiuta categoricamente un’inchiesta internazionale, dall’altro chi sente l’esigenza di cercare la verità con un’inchiesta indipendente. Dal canto suo il governo congolese cerca di far passare la sua verità, e cioè che i responsabili dell’assassinio dei due esperti sono i miliziani/terroristi Kamuina Nsapu. 

 

Jean Bosco Mukanda

 

Dopo una rapida “inchiesta” di cui è protagonista l’ambiguo insegnante di Bunkonde, Jean Bosco Mukanda, il 5 giugno 2017 si apre il processo a Kananga con alla sbarra una serie di personaggi locali tutti legati ai “terroristi” KN. Ma dai Congo Files emerge che l’ONU “ha nascosto informazione vitale sull’assassinio di Zaida Catalan e di Michael Sharp nella RDC”[6].

CONTRO-INCHIESTA delle 5 agenzie giornalistiche

Domenica 12 marzo 2017 alle 16.49 ora locale congolese Zaida Catalan telefona alla sorella Elisabeth, che però sente soltanto la respirazione affannosa di Zaida e confuse voci maschili, non una parola, per 71 secondi. Capisce che si tratta di un segnale, un appello al soccorso. La famiglia Catalan allerta il Quartiere Generale dell’ONU a New York. “Ho subito capito che c’era qualcosa che non andava e che lei non poteva parlare”, dice la sorella. Alle 17.15 Jean Bosco Mukanda (JBM), l’insegnante di Bunkonde, chiama giornalisti, uomini politici e militari per informarli che “due bianchi sono stati uccisi e decapitati dai miliziani KN”. E’ ciò che lui stesso dichiara il 5 giugno all’apertura del processo davanti alla giustizia militare congolese. Tra la telefonata di Zaida Catalan e quella di JBM ci sono 26 minuti durante i quali i due esperti sono stati derubati dei loro beni, zaini, telefoni, condotti su un sentiero e uccisi. Zaida è decapitata. Gli accusati principali dell’assassinio sono quattro congolesi. JBM inizialmente dice di essere arrivato a cose fatte, poi ammette di avere visto l’uccisione dei due “bianchi” e aggiunge che anche i quattro accompagnatori sono stati uccisi e decapitati.

 

2008: scoperta del massacro di Kiwanja, sospettato Gen. Ruhorimbere

 

JBM è un personaggio losco: ammette di essere stato “iniziato” anche lui come miliziano KN con la pozione magica, ma vi è stato obbligato. Tuttavia ha rapporti solidi con la polizia, ne è un quasi ausiliare. E’ lui che il 27 marzo conduce gli inquirenti della giustizia congolese e dell’ONU al luogo dove sono malamente seppelliti i corpi dei due esperti. In aprile compare un video macabro di 6 minuti e 17 secondi: mostra l’uccisione dei due esperti ONU. Viene proiettato il 24 aprile nello studio della Radio-TV congolese a Kinshasa ai giornalisti e poi reso pubblico. Il modo in cui viene ritrovato tale video è stupefacente. Un sedicente débrouilleur[7], tal Patrick Alpha, afferma di avere comprato il video per 2000 franchi RDC (1 euro) tornando dal mercato settimanale di Mbuji Mayi, da due avventori seduti a un bar che bevendo lo guardavano sul loro telefono, e di averlo consegnato alla polizia ONU, l’UNPOL. Subito il governo di Kinshasa afferma che il video mostra chiaramente che gli assassini sono i miliziani KN e chiude la sua inchiesta. JBM dice di riconoscere alcuni degli autori del misfatto, che vengono così designati con nome e cognome; compariranno come principali indiziati al processo il 5 giugno. La contro-inchiesta dimostra la fragilità di questa versione dei fatti e prende le mosse invece da un documento fondamentale che gli inquirenti indipendenti delle agenzie giornalistiche si guardano bene dal comunicare alla giustizia militare della RDC.

 

Processo a Kananga: i quattro principali accusati

Il giorno prima della fatale spedizione a Bunkonde, Zaida Catalan e Michael Sharp avevano avuto un incontro preparatorio al loro hotel di Kananga con una delegazione K.N. capeggiata dal sedicente padre del capo KN ucciso nell’agosto 2016 accompagnato da una serie di parenti e accoliti. Il “padre” è un féticheur e parla solo ciluba, la lingua parlata in Kasai, ma non conosce né il francese né il lingala, la lingua parlata a Kinshasa. Zaida registra tutto l’incontro come fa sempre e quindi l’audio viene ritrovato dai giornalisti sul suo computer lasciato nella stanza d’albergo. I giornalisti scoprono che uno dei due interpreti del gruppo dei KN, che traduce dal francese in ciluba e viceversa per i due esperti, lavora per la Direzione Generale delle Migrazioni e quindi fa parte dell’amministrazione congolese. E la sua traduzione falsifica, capovolge, ciò che il Capo féticheur dice. Questi raccomanda di non andare a Bunkonde, che è un centro logistico dei KN dove c’è un Tshiota, il fuoco sacro, perché lui non è in grado di dare garanzie per la loro sicurezza in quella zona. Dice di venire invece nel suo villaggio, il villaggio del capo ucciso nell’agosto 2016, dove non ci sarà pericolo e saranno al sicuro. Ma l’interprete traduce tutto il contrario! Dice: dove andrete, a Bunkonde, non ci sarà problema, è sicuro. E’ quindi chiaro che si sta preparando la trappola mortale per i due ficcanaso ONU. Purtroppo né Zaida Catalan né Michael Sharp conoscono il ciluba, né possono contare su una persona di fiducia che conosca la lingua locale. Uno dei due traduttori, Betu Tshintela (BT), dice addirittura di avere telefonato a Bunkonde per avvisare tutti della visita, e i due esperti sono attesi. BT lavora per l’Agenzia Nazionale delle Informazioni (ANR) governativa. Al processo nessuno dei partecipanti a questo incontro dell’11 marzo sarà chiamato a testimoniare. Il governo congolese il 18 marzo afferma che non sapeva nulla della visita a Bunkonde dei due esperti che pure avevano moltiplicato gli incontri ufficiali. Nella sua inchiesta l’ONU si concentrerà sulla osservanza o meno delle procedure di sicurezza, e non sulle circostanze, le incongruenze dei personaggi implicati e le mancanze del tribunale militare, né sulle reticenze governative e il loro rifiuto di un’inchiesta indipendente, esigenza espressa anche dalle famiglie dei due esperti. Quanto al video, ci sono due persone che chiaramente danno ordini ma non si vedono mai; emerge il dubbio che lo stesso super-informatore JBM ne sia l’autore. Nel video a un certo punto chi tiene la fotocamera sembra parlare al telefono: sta ricevendo indicazioni, ordini? E’ poi significativo che si senta parlare in lingala e in francese, lingue che i miliziani KN detestano. Si sospetta che ci sia una seconda videocamera en cache. Qualcuno che è invisibile ordina di continuare a sparare sui due cadaveri. I tre corpi degli accompagnatori sono successivamente ritrovati e identificati, l’interprete BT (agente ANR) che era andato a Bunkonde non è stato mai rivisto né il suo corpo ritrovato (ma JBM afferma al processo che tutti e quattro gli accompagnatori degli esperti sono stati uccisi).

 

Rifugiati del Kasai in Angola

 

RAPPORTO ONU E PROCESSO

Il documento finale dell’inchiesta delle N.U. che il Segretario Generale António Guterres consegna il 15 agosto del 2017 al Consiglio di Sicurezza che l’aveva richiesto è “confidenziale”. RFI se ne procura una copia. L’obiettivo dichiarato del rapporto è di verificare le procedure di sicurezza perché l’incidente (sic) non si ripeta. Su un periodo di 3 mesi l’équipe ONU inviata da New York ha passato 11 giorni in RDC e solo 3 giorni nel Kasai Central, e “per ragioni di sicurezza” non si è recata sul luogo del dramma, per cui il contenuto del rapporto si basa principalmente sull’inchiesta svolta dall’UNPOL. Si accenna all’incontro dell’11 marzo ma non alla falsa traduzione dell’interprete e ai legami con le autorità amministrative di alcuni dei presenti. Si ipotizza che uno dei moventi dell’assassinio possa essere stata l’intenzione di derubarli poiché si era insinuato che uno dei due esperti aveva l’abitudine di portare con sé del denaro. La pista di un possibile coinvolgimento degli agenti governativi è menzionata ma non esplorata. Il fatto che alcuni potessero pensare che MS e ZC avessero anche il mandato di indagare sulle fosse comuni avrebbe allarmato e creato tensioni. Si sottolinea che nell’incontro dell’11 marzo i due esperti hanno sottovalutato le questioni legate alla loro sicurezza. A tutt’oggi non vi è stata nessuna inchiesta indipendente sull’assassinio dei due esperti ONU. Il processo si è trascinato per quattro anni fino alla sentenza emessa il 29 gennaio 2022. 49 condanne a morte verso altrettanti individui sono state emesse ma molti di questi erano latitanti; due accusati sono stati scagionati, altri due imputati sono morti in circostanze non chiare. Nella RDC c’è comunque la moratoria sulla pena di morte. I resoconti sull’esito del processo sul sito di Human Rights Watch, sul Guardian e sul sito di Amnesty International sono inequivocabili: si parla di “sham trial[8]”, di possibili implicazioni governative mai indagate, di responsabilità sottaciute rispetto alle fosse comuni. Il titolo dell’articolo di Amnesty International: “RDC: le Nazioni Unite debbono investigare inquietanti ipotesi di dissimulazione di responsabilità sull’omicidio dei due esperti”.[9] La verità può aspettare.

 

Ufficio UNICEF in Kasai Central

 

** Tutte le foto sono tratte dal webdoc di RFI


[1] Le piste sono talmente accidentate e strette che si percorrono meglio in moto, come ben sanno i jihadisti del Sahel.

[2] Nei paesi africani gli insegnanti si auto-designano come “Intellettuali”, e sono considerati tali soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo funzionale è spesso ancora alto.

[3] Feticheurs sono in Africa Occidentale gli “stregoni”, coloro che sono in contatto con le forze occulte e con i feticci, i simboli sacri degli antenati e depositari di poteri sovrannaturali. Profanare i feticci anche involontariamente può costare molto caro. A Bissau (Guinea Bissau), in un quartiere popolare dove andavo per lavoro, passavo davanti a questi informi mucchi di terra irrorati di sangue di gallina o altri animali tenendomene ben alla larga.

[5] Ibid., nota 3

[6] Ibid, vedi nota 3.

[7] Se débrouiller in francese significa arrangiarsi, trovare un modo per riuscire; il sostantivo debrouilleur si può rendere in italiano come factotum, faccendiere

[8] Processo truffa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Le piste sono talmente accidentate e strette che si percorrono meglio in moto, come ben sanno i jihadisti del Sahel.

[2] Nei paesi africani gli insegnanti si auto-designano come “Intellettuali”, e sono considerati tali soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo funzionale è spesso ancora alto.

[3] Feticheurs sono in Africa Occidentale gli “stregoni”, coloro che sono in contatto con le forze occulte e con i feticci, i simboli sacri degli antenati e depositari di poteri sovrannaturali. Profanare i feticci anche involontariamente può costare molto caro. A Bissau (Guinea Bissau), in un quartiere popolare dove andavo per lavoro, passavo davanti a questi informi mucchi di terra irrorati di sangue di gallina o altri animali tenendomene ben alla larga.

[5] Ibid., nota 3

[6] Ibid, vedi nota 3.

[7] Se débrouiller in francese significa arrangiarsi, trovare un modo per riuscire; il sostantivo debrouilleur si può rendere in italiano come factotum, faccendiere

[8] Processo truffa

(*) testo ripreso da croceorsa.blogspot.com. La prima parte è qui: Kamuina Nsapu: dal Congo, cuore di tenebra

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«» […] croceorsa.blogspot.com, Kumba Diallo,

A quando la vera indipendenza del Congo?

Alla vigilia del 62° anniversario dell’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo – il 30 giugno -, abbiamo posto alcune domande al sig. Constantin Charhondagwa, un cittadino congolese di Bukavu impegnato da tutta una vita nel sociale.

Alla vigilia dell’anniversario dell’indipendenza del suo Paese, come vede la sua storia?

Non abbiamo avuto fortuna, qui da noi. Anzitutto, siamo stati mal colonizzati, perché in quel tempo il Belga non voleva che il Congolese si sviluppi. Hanno instaurato un sistema di apartheid: i Bianchi e i Neri dovevano abitare in spazi separati, c’erano bar e cinema dove i Neri non potevano entrare. Il Congolese non poteva andate oltre la 4a Magistrale. Se un ragazzo delle elementari si mostrava intelligente, dopo la 6a era già reclutato come insegnante. Ciò non ha però impedito che ci fossero degli intellettuali che si sono ribellati e hanno reclamato l’indipendenza: essa ci è stata come gettata addosso, senza un programma di formazione.

Appena una settimana dopo il 30 giugno 1960, dei para-commando belgi sono stati paracadutati a Lubumbashi, nel Katanga, perché il Belgio teneva ad ogni costo a conservare la parte mineraria del Paese. Hanno creato quello che hanno chiamato “la secessione katanghese” e un’altra secessione nel Kasai, dove c’erano i diamanti. Questo anche per asfissiare il governo centrale di Lumumba, perché si trattava delle due province che alimentavano il bilancio dello Stato. Alla fine, l’hanno fatto assassinare e da allora i servizi dell’intelligentsia, soprattutto la CIA e i servizi di sicurezza belgi, hanno avuto il controllo del Congo.

Sono loro che hanno cominciato a designare chi dirigerà il paese, sottomettendosi alle loro direttive. Così, ci hanno portato Mobutu, che hanno sostenuto per tre decenni, malgrado tutti gli errori che commetteva, allo stesso modo che sostengono Kagame in Ruanda oggi. Al punto che tutte le autorità politiche erano dei mercenari.

Questo ha scoraggiato la popolazione. Oggi di un ragazzo bugiardo di dice: «E’ un politico!». Fare la politica, nello spirito della gente, significa menzogna, crimine… Il che è vero, perché tutti quelli che abbiamo avuto come dirigenti sono dei demagoghi: parlano, ma non fanno quanto dicono. Oggi, se chi chiede a un Congolese circa il suo paese, dirà: «E’ marcio!». Ciascuno cerca di sopravvivere: impoveriti, diventiamo più vulnerabili alla corruzione.

Grazie al suo spirito che Dio ha soffiato nell’essere umano, credo che noi possiamo benedire o maledire. Ma la gente non benedice più il paese, piuttosto lo maledice. Nel progetto della nostra Associazione dei capi di strada della città di Bukavu (AMCA-Bukavu) c’è un’attività in vista di ridare alla popolazione l’amore del Paese: dobbiamo lavorare affinché la gente cominci a benedire, anche verbalmente, il paese. Credo in questo paese, con tutto quello che Dio vi ha messo: le sue ricchezze creano disagi, ma credo che un giorno la giustizia vi abiterà, anche se saranno i miei nipoti a vederla.

Il Congo è il nodo dello sviluppo dell’Africa, ma certe potenze temono che alla lunga diventi una grande potenza, capace di dare impulso a tutta l’Africa: allora vogliono sbriciolarlo. Si vuole che l’Africa resti un granaio dove tutti possono attingere.

Molti Occidentali sono stati scioccati vedendo i Congolesi marciare in questi giorni con cartelli che chiedevano a Putin di venire a salvarli. Come può spiegare questo atteggiamento?

Invece di essere scioccato, l’Occidente dovrebbe lasciarsi interpellare. In questi giorni abbiamo ricevuto in visita il Re del Belgio: questo paese ha forse già fatto onorevole ammenda al Congo per aver ucciso Lumumba, per quello che ha fatto durante la Colonia?

Inoltre, ciò di cui soffriamo – guerre, milizie, ribellioni – è creato da Americani – voglio dire le autorità statunitensi – e dagli Inglesi. Una prova? Per orientare le truppe in guerra contro il Congo, guerra che avevano organizzato con l’Uganda e il Ruanda, gli Americani avevano lanciato il loro satellite “Arsène”, li hanno forniti di armi e di denaro.

Ancor oggi, l’esercito ruandese è sostenuto dalla Gran Bretagna, grazie alla quale Kagame è stato in grado di pagare i suoi soldati e di avere un esercito di mercenari. Egli invia i suoi soldati travestiti da M23 (movimento ribelle apparentemente congolese, ndt) per attaccare il Congo, mentre noi non abbiamo mai fatto alcun male contro il Ruanda; al contrario, l’abbiamo aiutato.

Nel 1959, quando avevano un problema nel loro paese, i Tutsi sono fuggiti in Congo: li abbiamo accolti, hanno studiato con noi, hanno anche trovato lavoro… Tutti i colleghi che avevo e che credevo Congolesi, a Kinshasa a livello dell’Università e anche nei servizi, quando l’APR (esercito di rifugiati Tutsi che hanno condotto l’avanzata in Ruanda a partire dal 1990, ndt) ha preso il potere in Ruanda, sono fuggiti tutti e ad oggi sono in Ruanda. Poi è stato il turno degli Hutu, perseguitati dai Tutsi… È forse fare del male quando si accoglie qualcuno che fugge e bisogna punirci per questo?

E quando, dopo il genocidio, gli Hutu sono venuti qui, è stato l’ONU che ha obbligato Mobutu a aprire loro le porte. Il piano per distruggere il Congo era già fatto: quando Kagame avanzava per prendere il Ruanda, hanno chiuso le frontiere con la Tanzania e col Burundi, e l’unica via d’uscita aperta era il Congo. Gli Hutu si sono riversati qui, saccheggiando fauna e flora.

Oggi Kagame accusa il Congo di proteggere le FDLR (gruppo armato ruandese di opposizione, ndt) qui: ma nei cinque anni in cui ha occupato il Congo, se ne è forse occupato? Per niente. Oggi il Ruanda acquista armi a piacere, ma il Congo è sotto embargo. Come volete che il Congo ami gli Occidentali? Quando parlo dell’Occidente, penso anche agli Europei dell’ovest, perché sono nella NATO.

Questo dovrebbe far riflettere gli Occidentali. C’è ancora tempo per riscattarsi: basta aiutare a ristabilire la sicurezza qui. Se gli Americani, gli Occidentali decidono oggi di far piazza pulita di tutte le milizie, chi può impedirglielo? Quando hanno mandato i Francesi dell’“Operazione Artemis”, la città di Bunia ha ritrovato la sicurezza in due mesi. L’M23, che era stato sconfitto, è fuggito in Ruanda e in Uganda: perché questi due paesi ricevono i criminali congolesi e li nascondono? Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rifiuta di condannare il Ruanda, nonostante che la sua aggressione al Congo sia evidente.

Che l’Occidente non pensi più che il popolo congolese veda le cose come le vedeva negli anni 1960: i Congolesi riflettono e comprendono chi è davvero amico e chi non no. Putin sta massacrando tutto un popolo e non posso approvarlo, ma se la gente ha acclamato Putin è perché vede che almeno lui può tener testa a questo Occidente che ci maltratta. È una cosa che deve interrogare.

Che cosa direbbe al Re del Belgio che è venuto in visita in Congo?

Due cose: la prima è che sono stati i Belgi a creare in Ruanda dei conflitti che sono sfociati poi nel genocidio, perché durante l’era coloniale avevano privilegiato il popolo Tutsi, usandolo per soggiogare gli Hutu. Quando, intorno agli anni ‘57-‘58, i Tutsi hanno cominciato a nutrire desideri di indipendenza, i Belgi hanno dato importanza agli Hutu contro i Tutsi, e gli Hutu si sono vendicati. I Belgi hanno esacerbato le tensioni già esistenti tra i due gruppi e creato un fermento che è arrivato ad esplodere con il genocidio. Hanno creato un programma di immigrazione per i Ruandesi in Congo, impiantando qui quelli che si chiamano Ruandofoni, che ora affermano di essere originari di qui: questo crea inimicizia o addirittura odio tra i due popoli. Che il Belgio, dove hanno sede le istituzioni dell’Unione Europea, faccia uno sforzo per mettere in sicurezza l’est del Paese.

A Kigali sono installate molte compagnie occidentali, per avere i minerali provenienti dal Congo; gli impianti di depurazione dei minerali sono realizzati con capitale estero. Queste potenze possono sfruttare i minerali in Congo, attraverso dei Congolesi, in buone relazioni. Perché cercare di prendere i minerali del Congo dal sangue dei Congolesi, usando i vicini? Così facendo, stanno preparando un altro genocidio. Con tutti questi massacri a Beni, in Ituri…, i bambini non cercheranno forse un giorno di vendicare i loro genitori? Allora si griderà ancora al genocidio, ma loro stanno creandone gli ingredienti… Oggi c’è grande antipatia tra i due popoli.

Inoltre, direi al Re che non deve continuare a sostenere i poteri predatori in Congo: oggi la funzione di Capo dello Stato, più che il risultato delle elezioni, è una nomina che si fa altrove.

Per concludere, se i suoi nipoti le chiedessero: qual è l’eredità che ci lasci?

Direi loro prima di tutto che devono amare il loro paese: anche se sei ricco, se ti manca il tuo paese per godere della tua ricchezza, sei pur sempre povero. Inoltre, chiederei loro di essere imprenditori, di creare una propria attività generatrice di reddito. Noi credevamo che con un diploma avremmo trovato lavoro: questo non ha funzionato. Ci sono ragazzi che non hanno finito la scuola elementare: sono rimasti nei villaggi, hanno iniziato a scavare oro e ora sono i gran signori della città di Bukavu. Ma chi ha avuto i diplomi sta ancora aspettando… È bene studiare, ma con lo spirito dell’imprenditoria, soprattutto nell’ambito dell’agricoltura.

Une interview du Réseau Paix pour le Congo

https://www.deboutrdc.net/2022/lindependance-est-elle-jamais-arrivee-au-congo/

Le fotografie sono di Teresina Caffi.

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KAMUINA NSAPU DAL CUORE DI TENEBRA DELL’AFRICA:IL CONGO (2/FINE)

 

L’ASSASSINIO DEI DUE ESPERTI ONU A BUNKONDE

I CONGO FILES E LA CONTROINCHIESTA **

 

I due esperti ONU assassinati a Bunkonde: Zaida Catalan e Michael Sharp

 

Il 12 marzo 2017 di buon mattino i due esperti ONU che hanno il mandato di investigare sulle origini delle violenze nel Grand Kasai, scoppiate dopo l’uccisione del capo della chefferie Kamuina Nsapu (KN), escono dal loro albergo a Kananga con tre accompagnatori e un interprete, in motocicletta [1], e si dirigono verso il villaggio di Bunkonde. Contano di rientrare in serata. Invece spariscono nel nulla, per giorni e giorni. Sgomento e stupore tra i componenti della missione ONU, la MONUSCO: cosa può essere accaduto? Finora a nessun componente delle missioni di civili ONU era stato mai torto un capello. La UNPOL, la polizia delle Nazioni Unite e la JMAC, il servizio di informazioni civile della MONUSCO, cominciano le ricerche e i contatti con le autorità congolesi tra cui l’Agenzia Nazionale di Informazioni (ANR), ma si imbattono in reticenze e resistenze. Un gruppo di caschi blu uruguayani viene bloccato dalle FARDC (esercito congolese) sulla strada dell’aeroporto e non riesce a raggiungere la zona dove sono presumibilmente spariti i due esperti per raccogliere elementi utili alle indagini. Gli investigatori ONU riescono tuttavia ad avere incontri con capi tradizionali, giornalisti, missionari e insegnant i[2]. Tra questi ultimi spicca un personaggio che appare subito molto ambiguo, Jean Bosco Mukanda. Questi sembra sapere tutto e avere visto tutto. E’ lui che descrive l’omicidio dei due esperti agli investigatori ONU: racconta che dei capi villaggio organizzati dai feticheurs [3] KN hanno ordinato la morte di Michael Sharp e Zaida Catalan. Egli afferma perfino “di avere visto un ragazzo (un miliziano KN) che teneva in mano la testa di una donna bianca e altri miliziani che avevano con sé delle mani amputate”[4], scrivono nel loro rapporto gli investigatori della JMAC.

 

I Congo Files

 

I cosiddetti Congo Files e la contro-inchiesta condotta per quasi due anni dalle cinque agenzie giornalistiche che si propongono di chiarire le evidenti contraddizioni, lacune e reticenze emerse dai documenti ufficiali mostrano una verità altra. I Congo Files sono le migliaia di documenti dell’ONU classificati confidenziali cui le agenzie giornalistiche, grazie a una “fuga” provvidenziale, hanno avuto accesso; testimoniano le ricerche, le piste, le esitazioni e le opzioni esplorate tra marzo 2017 e settembre 2018 dagli inquirenti e dai responsabili delle Nazioni Unite.[5] E costituiscono uno dei due pilastri del lungo webdoc(citato nella prima parte di questo post) pubblicato su Radio France International, mentre il secondo è la controinchiesta sul terreno condotta dai giornalisti d’inchiesta delle cinque agenzie (RFI, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, Foreign Policy e la TV Svedese). Il gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza ONU cui appartenevano Zaida Catalan e Michael Sharp esiste dal 2016 e, per quanto riguarda la RDC, indagava in particolare sul traffico d’armi nell’est del paese e sullo sfruttamento illegale delle risorse. Zaida Catalan era una specialista delle violazioni dei diritti umani mentre Michael Sharp coordinava l’équipe sui gruppi armati. Questo gruppo è l’unica istituzione ONU che pubblica i nomi dei responsabili delle violenze e dei loro istigatori. Fino al 2017 non era mai successo che degli alti responsabili del governo congolese venissero esplicitamente nominati e sottoposti a sanzioni specifiche ma, in seguito all’iniziativa presa dalla U.E. in tal senso, tutti si aspettavano anche dall’ONU provvedimenti simili per quanto riguardava l’insurrezione in Kasai. Eppure l’ONU in questa vicenda è in preda a un dilemma feroce: da un lato i partigiani di un compromesso con il governo di Kinshasa, che rifiuta categoricamente un’inchiesta internazionale, dall’altro chi sente l’esigenza di cercare la verità con un’inchiesta indipendente. Dal canto suo il governo congolese cerca di far passare la sua verità, e cioè che i responsabili dell’assassinio dei due esperti sono i miliziani/terroristi Kamuina Nsapu. 

 

Jean Bosco Mukanda

 

Dopo una rapida “inchiesta” di cui è protagonista l’ambiguo insegnante di Bunkonde, Jean Bosco Mukanda, il 5 giugno 2017 si apre il processo a Kananga con alla sbarra una serie di personaggi locali tutti legati ai “terroristi” KN. Ma dai Congo Files emerge che l’ONU “ha nascosto informazione vitale sull’assassinio di Zaida Catalan e di Michael Sharp nella RDC” [6].

CONTRO-INCHIESTA delle 5 agenzie giornalistiche

Domenica 12 marzo 2017 alle 16.49 ora locale congolese Zaida Catalan telefona alla sorella Elisabeth, che però sente soltanto la respirazione affannosa di Zaida e confuse voci maschili, non una parola, per 71 secondi. Capisce che si tratta di un segnale, un appello al soccorso. La famiglia Catalan allerta il Quartiere Generale dell’ONU a New York. “Ho subito capito che c’era qualcosa che non andava e che lei non poteva parlare”, dice la sorella. Alle 17.15 Jean Bosco Mukanda (JBM), l’insegnante di Bunkonde, chiama giornalisti, uomini politici e militari per informarli che “due bianchi sono stati uccisi e decapitati dai miliziani KN”. E’ ciò che lui stesso dichiara il 5 giugno all’apertura del processo davanti alla giustizia militare congolese. Tra la telefonata di Zaida Catalan e quella di JBM ci sono 26 minuti durante i quali i due esperti sono stati derubati dei loro beni, zaini, telefoni, condotti su un sentiero e uccisi. Zaida è decapitata. Gli accusati principali dell’assassinio sono quattro congolesi. JBM inizialmente dice di essere arrivato a cose fatte, poi ammette di avere visto l’uccisione dei due “bianchi” e aggiunge che anche i quattro accompagnatori sono stati uccisi e decapitati.

 

2008: scoperta del massacro di Kiwanja, sospettato il Generale Ruhorimbere

 

JBM è un personaggio losco: ammette di essere stato “iniziato” anche lui come miliziano KN con la pozione magica, ma vi è stato obbligato. Tuttavia ha rapporti solidi con la polizia, ne è un quasi ausiliare. E’ lui che il 27 marzo conduce gli inquirenti della giustizia congolese e dell’ONU al luogo dove sono malamente seppelliti i corpi dei due esperti. In aprile compare un video macabro di 6 minuti e 17 secondi: mostra l’uccisione dei due esperti ONU. Viene proiettato il 24 aprile nello studio della Radio-TV congolese a Kinshasa ai giornalisti e poi reso pubblico. Il modo in cui viene ritrovato tale video è stupefacente. Un sedicente débrouilleur [7], tal Patrick Alpha, afferma di avere comprato il video per 2000 franchi RDC (1 euro) tornando dal mercato settimanale di Mbuji Mayi, da due avventori seduti a un bar che bevendo lo guardavano sul loro telefono, e di averlo consegnato alla polizia ONU, l’UNPOL. Subito il governo di Kinshasa afferma che il video mostra chiaramente che gli assassini sono i miliziani KN e chiude la sua inchiesta. JBM dice di riconoscere alcuni degli autori del misfatto, che vengono così designati con nome e cognome; compariranno come principali indiziati al processo il 5 giugno. La contro-inchiesta dimostra la fragilità di questa versione dei fatti e prende le mosse invece da un documento fondamentale che gli inquirenti indipendenti delle agenzie giornalistiche si guardano bene dal comunicare alla giustizia militare della RDC.

 

Processo a Kananga: i quattro principali accusati

Il giorno prima della fatale spedizione a Bunkonde, Zaida Catalan e Michael Sharp avevano avuto un incontro preparatorio al loro hotel di Kananga con una delegazione K.N. capeggiata dal sedicente padre del capo KN ucciso nell’agosto 2016 accompagnato da una serie di parenti e accoliti. Il “padre” è un féticheur e parla solo ciluba, la lingua parlata in Kasai, ma non conosce né il francese né il lingala, la lingua parlata a Kinshasa. Zaida registra tutto l’incontro come fa sempre e quindi l’audio viene ritrovato dai giornalisti sul suo computer lasciato nella stanza d’albergo. I giornalisti scoprono che uno dei due interpreti del gruppo dei KN, che traduce dal francese in ciluba e viceversa per i due esperti, lavora per la Direzione Generale delle Migrazioni e quindi fa parte dell’amministrazione congolese. E la sua traduzione falsifica, capovolge, ciò che il Capo féticheur dice. Questi raccomanda di non andare a Bunkonde, che è un centro logistico dei KN dove c’è un Tshiota, il fuoco sacro, perché lui non è in grado di dare garanzie per la loro sicurezza in quella zona. Dice di venire invece nel suo villaggio, il villaggio del capo ucciso nell’agosto 2016, dove non ci sarà pericolo e saranno al sicuro. Ma l’interprete traduce tutto il contrario! Dice: dove andrete, a Bunkonde, non ci sarà problema, è sicuro. E’ quindi chiaro che si sta preparando la trappola mortale per i due ficcanaso ONU. Purtroppo né Zaida Catalan né Michael Sharp conoscono il ciluba, né possono contare su una persona di fiducia che conosca la lingua locale. Uno dei due traduttori, Betu Tshintela (BT), dice addirittura di avere telefonato a Bunkonde per avvisare tutti della visita, e i due esperti sono attesi. BT lavora per l’Agenzia Nazionale delle Informazioni (ANR) governativa. Al processo nessuno dei partecipanti a questo incontro dell’11 marzo sarà chiamato a testimoniare. Il governo congolese il 18 marzo afferma che non sapeva nulla della visita a Bunkonde dei due esperti che pure avevano moltiplicato gli incontri ufficiali. Nella sua inchiesta l’ONU si concentrerà sulla osservanza o meno delle procedure di sicurezza, e non sulle circostanze, le incongruenze dei personaggi implicati e le mancanze del tribunale militare, né sulle reticenze governative e il loro rifiuto di un’inchiesta indipendente, esigenza espressa anche dalle famiglie dei due esperti. Quanto al video, ci sono due persone che chiaramente danno ordini ma non si vedono mai; emerge il dubbio che lo stesso super-informatore JBM ne sia l’autore. Nel video a un certo punto chi tiene la fotocamera sembra parlare al telefono: sta ricevendo indicazioni, ordini? E’ poi significativo che si senta parlare in lingala e in francese, lingue che i miliziani KN detestano. Si sospetta che ci sia una seconda videocamera en cache. Qualcuno che è invisibile ordina di continuare a sparare sui due cadaveri. I tre corpi degli accompagnatori sono successivamente ritrovati e identificati, l’interprete BT (agente ANR) che era andato a Bunkonde non è stato mai rivisto né il suo corpo ritrovato (ma JBM afferma al processo che tutti e quattro gli accompagnatori degli esperti sono stati uccisi).

 

Rifugiati del Kasai in Angola

 

RAPPORTO ONU E PROCESSO

Il documento finale dell’inchiesta delle N.U. che il Segretario Generale António Guterres consegna il 15 agosto del 2017 al Consiglio di Sicurezza che l’aveva richiesto è “confidenziale”. RFI se ne procura una copia. L’obiettivo dichiarato del rapporto è di verificare le procedure di sicurezza perché l’incidente (sic) non si ripeta. Su un periodo di 3 mesi l’équipe ONU inviata da New York ha passato 11 giorni in RDC e solo 3 giorni nel Kasai Central, e “per ragioni di sicurezza” non si è recata sul luogo del dramma, per cui il contenuto del rapporto si basa principalmente sull’inchiesta svolta dall’UNPOL. Si accenna all’incontro dell’11 marzo ma non alla falsa traduzione dell’interprete e ai legami con le autorità amministrative di alcuni dei presenti. Si ipotizza che uno dei moventi dell’assassinio possa essere stata l’intenzione di derubarli poiché si era insinuato che uno dei due esperti aveva l’abitudine di portare con sé del denaro. La pista di un possibile coinvolgimento degli agenti governativi è menzionata ma non esplorata. Il fatto che alcuni potessero pensare che MS e ZC avessero anche il mandato di indagare sulle fosse comuni avrebbe allarmato e creato tensioni. Si sottolinea che nell’incontro dell’11 marzo i due esperti hanno sottovalutato le questioni legate alla loro sicurezza. A tutt’oggi non vi è stata nessuna inchiesta indipendente sull’assassinio dei due esperti ONU. Il processo si è trascinato per quattro anni fino alla sentenza emessa il 29 gennaio 2022. 49 condanne a morte verso altrettanti individui sono state emesse ma molti di questi erano latitanti; due accusati sono stati scagionati, altri due imputati sono morti in circostanze non chiare. Nella RDC c’è comunque la moratoria sulla pena di morte. I resoconti sull’esito del processo sul sito di Human Rights Watch, sul Guardian e sul sito di Amnesty International sono inequivocabili: si parla di “sham trial [8]”, di possibili implicazioni governative mai indagate, di responsabilità sottaciute rispetto alle fosse comuni. Il titolo dell’articolo di Amnesty International: “RDC: le Nazioni Unite debbono investigare inquietanti ipotesi di dissimulazione di responsabilità sull’omicidio dei due esperti”. [9] La verità può aspettare.

 

Ufficio UNICEF in Kasai Central

 

Tutte le foto sono tratte dal webdoc di RFI


[1] Le piste sono talmente accidentate e strette che si percorrono meglio in moto, come ben sanno i jihadisti del Sahel.

[2] Nei paesi africani gli insegnanti si auto-designano come “Intellettuali”, e sono considerati tali soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo funzionale è spesso ancora alto.

[3] Feticheurs sono in Africa Occidentale gli “stregoni”, coloro che sono in contatto con le forze occulte e con i feticci, i simboli sacri degli antenati e depositari di poteri sovrannaturali. Profanare i feticci anche involontariamente può costare molto caro. A Bissau (Guinea Bissau), in un quartiere popolare dove andavo per lavoro, passavo davanti a questi informi mucchi di terra irrorati di sangue di gallina o altri animali tenendomene ben alla larga.

[5] Ibid., nota 3

[6] Ibid, vedi nota 3.

[7] Se débrouiller in francese significa arrangiarsi, trovare un modo per riuscire; il sostantivo debrouilleur si può rendere in italiano come factotum, faccendiere

[8] Processo truffa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Le piste sono talmente accidentate e strette che si percorrono meglio in moto, come ben sanno i jihadisti del Sahel.

[2] Nei paesi africani gli insegnanti si auto-designano come “Intellettuali”, e sono considerati tali soprattutto nelle zone rurali, dove il tasso di analfabetismo funzionale è spesso ancora alto.

[3] Feticheurs sono in Africa Occidentale gli “stregoni”, coloro che sono in contatto con le forze occulte e con i feticci, i simboli sacri degli antenati e depositari di poteri sovrannaturali. Profanare i feticci anche involontariamente può costare molto caro. A Bissau (Guinea Bissau), in un quartiere popolare dove andavo per lavoro, passavo davanti a questi informi mucchi di terra irrorati di sangue di gallina o altri animali tenendomene ben alla larga.

[5] Ibid., nota 3

[6] Ibid, vedi nota 3.

[7] Se débrouiller in francese significa arrangiarsi, trovare un modo per riuscire; il sostantivo debrouilleur si può rendere in italiano come factotum, faccendiere

[8] Processo truffa

(*) testo ripreso da croceorsa.blogspot.com. La prima parte è qui: Kamuina Nsapu: dal Congo, cuore di tenebra

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