Se ti uccido nessuno lo saprà

di Maria G. Di Rienzo

Magdulien Abaida, 25enne libica, ha appena ottenuto l’asilo in Gran Bretagna. Da ora in avanti vivrà a Sunderland,

Magdulien Abaida

sulla costa nordorientale del paese. Pensa che se dovesse tornare in Libia non ne uscirebbe viva. «Se le milizie dovessero avermi ancora nelle loro mani non mi lascerebbero andare». Una fedelissima di Gheddafi? Tutto il contrario. Quando le sollevazioni cominciarono in Libia nel febbraio 2011, Magdulien organizzava i rifornimenti di cibo e medicinali per i ribelli e andò a cercare alleanze contro il regime in Egitto e a Parigi. Non appena Tripoli, la sua città, fu sotto il controllo dei ribelli nell’agosto successivo, la giovane vi tornò per far campagna sui diritti delle donne, in particolare per assicurarsi che vi fosse eguaglianza nella Costituzione che sarebbe stata scritta. Come altre attiviste, era preoccupata dalla crescente influenza dei fondamentalisti islamici, e come loro restò orripilata quando nell’ottobre 2011 Mustafa Abdul, il capo del Consiglio transizionale nazionale, usò il suo primo discorso pubblico dopo la caduta di Gheddafi per proporre di facilitare agli uomini la possibilità di avere più di una moglie. «Fu un grande shock per noi. Non era per questo che avevamo fatto la rivoluzione, non perché gli uomini potessero sposare quattro donne. Volevamo più diritti, non la distruzione dei diritti di metà della società».

Quest’estate Magdulien si trovava a Benghazi per partecipare a un conferenza sulle donne: l’assemblea fu interrotta e sciolta da uomini armati. Il giorno successivo, la giovane donna fu rapita dagli stessi uomini dalla sua stanza d’albergo. La rilasciarono dopo poche ore, ma la ripresero ancora l’indomani e la tennero prigioniera in una base delle milizie. Le milizie di cui si parla sono gruppi armati che si sono formati con il solo scopo di combattere Gheddafi ma che da allora non si sono più sciolti e agiscono indipendentemente sulla scena libica. Molti, come quello che ha tenuto prigioniera Magdulien, hanno un forte orientamento islamista. Lei non ha ancora capito cosa volessero esattamente: «Mi lasciarono nella stanza, poi uno di loro entrò e cominciò a prendermi a calci. Poi prese a picchiarmi con il calcio del fucile. E continuava a dire: Se ti uccido e ti seppellisco qui nessuno lo saprà mai. Mi ha chiamato “spia d’Israele”, “puttana” e “cagna”. Pensavo che sarei morta in quel posto». Magdulien fu lasciata andare, malamente ferita dal pestaggio, e non ha sopportato il terrore di essere catturata una terza volta, magari quella definitiva: in settembre è fuggita in Gran Bretagna.

Amnesty International (Ai), che ha sostenuto la sua richiesta di asilo, dice che si tratta di un caso emblematico. «Documentiamo questo tipo di comportamento sin dalla caduta del regime» afferma la ricercatrice per il Nord Africa di AI Diana el-Tahawy: «Le milizie armate agiscono completamente al di fuori di ogni controllo. Ve ne sono centinaia in tutto il Paese che arrestano persone illegalmente, le detengono in condizioni di incommunicado, e le torturano. Ci sono persone che sono morte di queste torture. Quando sono stata in Libia lo scorso settembre, in un solo giorno ho incontrato tre famiglie che avevano perso loro membri in questo modo. Ciò accade mentre il governo pare non avere la volontà o la capacità di mettere un freno alle milizie». Sempre in settembre, folle inferocite hanno attaccato le basi dei miliziani a Benghazi, chiedendo una fine alle scorrerie e ai crimini delle brigate. Di recente il governo, tramite il nuovo ministro della Giustizia Salah Marghani, ha assicurato che intende occuparsi delle violazioni dei diritti umani nel Paese, in particolare nelle prigioni e nei centri di detenzione, pur avvisando che si tratta di «un grosso problema» (e che quindi non sarà facile risolverlo).

Magdulien trova la sua situazione ironica: «E’ molto brutto, dopo che ti sei messa in pericolo e hai lavorato duramente per questa rivoluzione, scoprire che alla fine devi andartene perché non sei più al sicuro. Durante le sollevazioni eravamo uniti, lavoravamo insieme, ma ora una situazione del genere appare davvero difficile. Continuerò a fare del mio meglio per la rivoluzione, da qui». Non mi permetterei mai di dare consigli a Magdulien Abaida, solo rispetto e solidarietà, e tuttavia non posso fare a meno di pensare che è solo la millesima volta in cui sento questa storia: finché serve è «Venite, sorelle della rivoluzione, abbattiamo il tiranno!» e non appena il tiranno è caduto: «Andate, sorelle della rivoluzione, andate a casa, lasciate agli uomini questo sporco lavoro (il potere, la politica, la scena pubblica, i diritti, l’economia)…». Forse, quando cominciamo a costruire barricate assieme agli uomini, dovremmo seguire un materno consiglio irlandese: Love everybody, trust only the few – Ama tutti, fidati solo di pochi.

(Fonti: BBC, Awid, Safe World for Women)

SOLITA NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

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