Sessismo: cognomi e nuove parole per…

… per cacciare le vecchie idee del patriarcato

di Barbara Bonomi Romagnoli

Da circa dieci anni utilizzo il doppio cognome: non perché abbia origini nobili ma come forma di protesta riguardo la mancata possibilità in Italia di utilizzare come meglio si voglia il cognome materno, da solo o in coppia con quello paterno, possibilmente in ordine alfabetico a sancirne il pari valore. Spesso e volentieri la mia è considerata una boutade da femminista eppure recentemente anche la Corte Costituzionale si è nuovamente pronunciata dicendo che il cognome unico è un retaggio patriarcale sollecitando nuovamente il Parlamento a legiferare in materia. Una sentenza del 2016 della Corte aveva già dichiarato l’incostituzionalità delle norme relative al cognome finora vigenti che hanno sempre prediletto quello paterno al materno. Dopo quella sentenza è possibile dare entrambi i cognomi ma sempre facendo seguire quello materno a quello paterno.

Il tema non appassiona i più e ritorna il leit motiv che ci sono cose più importanti.

Tra le femministe invece non mancano proposte interessanti, come quella di Alle Bonicalzi, fotografa e ideatrice di una bellissima mostra dal titolo Indicibile – Virtualmente non autorizzata. Bonicalzi ha una idea: «quando nasce una nuova famiglia, dovrebbe nascere un nuovo cognome, unico. Inventato ad arte per l’occasione! Un ‘nome di famiglia’ che non dura, se non quella generazione. Chi avrà prole, la lascerà andare con quel cognome e, nel caso, libera di scegliersene di nuovi se si accoppierà… chi non avrà prole si estinguerà. Punto. Tanto ci tocca, non ne farei un dramma».

E prosegue Bonicalzi: «Il cognome attuale, patrilineare o meno, è un veicolo di discriminazioni, ineguaglianze e privilegi; un fardello più che altro, quindi – in un’epoca in cui finalmente stiamo reinventando il concetto di famiglia, di genitorialità e di sorellanza/fratellanza – anche la scelta se vuoi bizzarra o estrema di rinnovare la pratica del “battesimo” (intendo quello laico, di ingresso nella società civile) potrebbe riguardare il nome della famiglia. Per questo mi piacerebbe che le mie figlie potessero chiamarsi con il loro nome e con un nuovo cognome: né il “mio” né quello di loro padre, bensì il nostro (nuovo). E il loro, per ora».

A me sembra una bellissima idea che fa il paio con la necessità di inventare nuove parole per descrivere le nostre vite e i nostri corpi. Alcuni anni fa la sociologa Giovanna Cosenza segnalava sul suo blog (*) il libro di Till Neuburg sulle invettive italiane e riportava «la lista delle parole che di solito si rivolgono alle donne per aggredirle o comunque offenderle in qualche modo più o meno diretto […] con la premessa che mentre le invettive indirizzate ai maschi si basano prevalentemente sulla stupidità, sull’inefficienza, sulla disonestà, sul crimine, sulla cattiveria, sulla vecchiaia, sullo sport quelle che riguardano invece le donne si riferiscono praticamente tutte all’aspetto fisico e al sesso». Giovanna Cosenza invitava a riflettere su quella lista di parole e sull’arretratezza del nostro Paese.

A distanza di quasi dieci anni ma sullo stesso terreno, pochi mesi fa un’altra italiana ha vinto un’importante battaglia: Maria Beatrice Giovanardi ha ottenuto che l’Oxford English Dictionary aggiornasse la definizione della parola woman e di altri termini sessisti. La donna oltre a «essere umano adulto femminile» veniva definita come «la moglie, la fidanzata, l’amante di un uomo» E fra i sinonimi comparivano parole come «bitch, besom, piece, bit, mare, baggage, wench, petticoat, frail, dird, bint, biddy, filly» traducibili in puttana, scopa, cavalla, briciola, donnaccia, puledra, cagna… e via scorrendo più o meno la lista che segnalava anche Giovanna Cosenza. Grazie alla petizione – che ha raccolto oltre 34mila firme – Oxford ha aggiornato le voci del dizionario, però Maria Beatrice Giovanardi ha ricevuto sui social non pochi commenti sessisti: la strada è ancora molto lunga per far comprendere che solo corrette parole (e corretti cognomi) restituiscono piena cittadinanza e diritto di esistenza a più della metà della popolazione umana.

(*) https://giovannacosenza.wordpress.com/2013/05/24/come-si-insultano-le-donne-in-italiano/

L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – è ripresa dal blog di Anarkikka.

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Questo articolo, come tutti i precedenti e quelli che verranno firmati dalle collaboratrici della Bottega, li condivido sulla pagina Fb della LUD Libera Università delle Donne. Ciao e grazie. Sara

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