Su: “Memorie di Massima Sicurezza”

Il libro di Mauro Antonio Miglieruolo  verrà presentato da Daniele Barbieri e dall’autore a Fiuggi il 15 marzo 2013, ore 16.30, presso l’Hotel Ambasciatori, nel quadro delle manifestazioni per la Deepcon. Nelle stessa occasione verrà presentato anche il romanzo “Storie alla Melanina Verde”.
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ecco una recensione di Orazio BARRESE

13marzo-cvrDEFinvioSo bene che non è corretto per un recensore anticipare un giudizio su un libro prima di averne esposto le linee essenziali, la trama, il contenuto, lo stile e così via. Ma vi possono essere scritti, le famose eccezioni, che consentono di sorvolare sulle regole e sulle remore. É il caso di Memorie di Massima Sicurezza, uno straordinario romanzo che ti prende alla gola, ti coinvolge, ti strema, ti fa finalmente sentire la scrittura, viverla, persino “ soffrirla”. L’autore è Mauro Antonio Miglieruolo, un originale e prestigioso scrittore di fantascienza, al quale però, dopo quest’opera, non dev’essere assegnata alcuna attribuzione, salvo quella dello spessore. É uno scrittore tout court, un robusto scrittore. Perché è un’impresa ardua scrivere un libro nel quali i fatti sono o vengono esposti come sensazioni, emozioni, vaneggiamenti, dolore. Potremmo anzi dire che Memorie di Massima Sicurezza deve la sua forza alla capacità dell’autore di immedesimarsi non tanto in uno psicopatico, quanto nella psicopatia e di registrare e analizzare lunghi attanaglianti deliri.
Fatta questa premessa, si può cominciare a parlare del romanzo che è la storia o meglio il lamento disperato di un recluso, – ma anche dell’umanità intera, anch’essa imprigionata dal potere nelle megalopoli della subordinazione e della prevaricazione, – incapace di reagire se non forsennatamente e con modalità del tutto incongrue, in quanto la protesta si traduce in un frequente autolesionismo più che in una mirata ed efficace contestazione dell’arbitrio e della violenza.
Una storia apparentemente senza trama, salvo qualche magro ma tutt’altro che irrilevante inciso, come quello della “capretta”, una ragazza di 17 anni che il protagonista quarantottenne, tornato in libertà vigilata, incontra per caso e alla quale consentirà malvolentieri di stargli accanto, perché nonostante la notevole differenza d’età, nonostante egli sia sovraccarico di malanni e di fobie, è lei ad averne bisogno di occuparsi di lui e non viceversa. Nella lunga narrazione vi sono alcuni paragrafi di incursioni nel fantastico, in altri mondi e in altre dimensioni. Si potrebbe immaginare che l’autore faccia rientrare la fantascienza dalla finestra. Non crediamo che sia così. Riteniamo che tali incisi, del tutto marginali nella struttura del racconto, siano allucinazioni, funzionali alla descrizione – ma anche al rifugio – di una mente malata.
Il racconto, in prima persona, parte dalla fine di un’era, il tempo dell’innocenza e dell’incanto, che “non ha lasciato dietro niente, niente di buono” e a ricordare il passato rimane solo il protagonista, e forse qualcun altro a lui sconosciuto. Improvvisa, infatti, “ venne la rassegnazione, la dimenticanza… Quel che era stato non lo era mai stato, o lo era stato in modo diverso…Per una questione semplice a ben considerare: avevamo creduto, non credevamo più, non volevamo neppure ricordare/sapere di avere creduto”. La conseguenza è la perdita di tutto, persino dei nomi, ed ovviamente della dignità, con in più la sofferenza della cella, che diventa tormento, atrocità quando non è consentito neppure di tentare di sapere come e per quali motivi vi si è entrati. “…io ero qualcosa in più di un non libero. Ero COSTRETTO”. Va notato che l’autocommiserazione, i lamenti, le angosce, la denuncia hanno una reiterazione che a prima vista può apparire eccessiva, ma che è ancora uno strumento di coinvolgimento,
Ecco quindi il dettagliato resoconto di una lacerante follia, e dei farneticanti tentativi di rinsavimento sui quali comunque grava un “eterno di crudeltà” praticata certo dalle guardie e dal “commissario”, ma anche dai compagni di detenzione che, salvo rari momenti, diventano anch’essi aguzzini. In questi itinerari “la pazzia diventa ragione e la ragione pazzia”. Anzi la pazzia è un rifugio e un rimedio per continuare, per alimentare la “nostalgia del futuro”, di un futuro estremamente nebuloso nel quale la sofferenza appare come la meno atroce delle prospettive.
Nel lungo delirio ci si accorge tuttavia che la speranza – e la speranza mette paura – obbliga a rinsavire o a far finta di rinsavire, imboccando un percorso di consapevolezza, come risposta al bisogno di vivere. O di morire. Con risultati inquietanti. Ad esempio il protagonista, una volta libero, in uno zoo sega le sbarre della gabbia di una tigre, la quale si avventa su alcuni visitatori e li sbrana. Forse in quel momento il nostro personaggio, s’identifica con la tigre, assegnando ad essa il compito di una vendetta indiscriminata.
Come è evidente, numerosi e tutti pregnanti sono i livelli di lettura e non soltanto quelli che riguardano la vicenda personale, o la condizione carceraria, o l’esplorazione psicanalitica. A nostro avviso, la chiave di lettura è anche, se non soprattutto, di natura sociologica e persino politica. Del resto, nel sapere di avere creduto e di non credere più si può intravvedere la causa della crisi della democrazia nel nostro paese, di una devastata condizione etico-politica.
Di certo il romanzo può essere visto come una metafora della condizione umana, tematica peraltro da sempre particolarmente cara a Miglieruolo, come dimostrano alcuni dei suoi precedenti – e avvincenti – scritti. Anche per questo riteniamo che non basta acquistare e leggere Memorie di Massima Sicurezza; bisogna diffonderlo e discuterne, perché rigurgiti di autoritarismo sono ancora dietro l’angolo se si vedono riaffiorare cupe nostalgie e si arriva a mettere in discussione conquiste di civiltà, che sembravano irreversibili.
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Ho conosciuto Orazio Barrese nel corso delle peripezie in cui siamo incorsi durante un viaggio di ritorno dalla Calabria, Stazione di S. Eufemia Lamezia (nome per me evocativo, simbolo di fine viaggio sin dalla fanciullezza). Tutti e due a lottare con gli inconvenienti, le inefficenze, i ritardi, le normali assurdità all’italiana di un servizio che ora non esiste più (auto al seguito). Risolti tutti i problemi. Servizio abolito. Ci siamo poi ritrovati, giunti alla Stazione Termini, in normali rinnavate vessazioni, tali da far traboccare il vaso. Avevamo gia formato un comitato di protesta (comunistacci contestatori tutti e due) e il comitato si era già avviato quando, come per incanto, intimidito dal truce terzetto in marcia, il servizio si è finalmente messo in moto.
Ma ormai il dado della stima reciproca era tratto: scambio di numeri telefonici, contatti, invito straordinario a una ceno straordinaria. Nel frattempo io avevo avuto modo di apprezzarlo con il suo romanzo “Il Pianoro delle Quaglie” (ne approfitto per consigliarlo: credevo di averlo presentato su questo blog, ma del post non ho trovato traccia). Dopo non ci siamo visti più. Salvo qualche telefonata di “lavoro”.
Ora è lui a apprezzare me. Potete immaginare la mia contentezza. Anche perché Orazio Barrese NON legge fantascienza. Ciò significa che il romanzo ha saputo perforare la barriera di pregiudizio che la fantascienza assedia e soffoca.
Doppiamente felice, dunque.

Orazio Barrese è stato redattore di politica estera di “Paese Sera”, per sei anni inviato speciale e capo redattore del quotidiano “L’Ora” di Palermo. Ha scritto, tra l’altro, “La Guerra dei Sette Anni. Dossier sul Bandito Giuliano” (Rubettino, 1997) e, insieme a Massimo Caprara, “L’Anonima DC” (Feltrinelli, 1997). Nel 2010 ha pubblicato il suo primo romanzo “Il Pianoro delle Quaglie” (Rubettino), che Andrea Camilleri in prefazione ha definito «un romanzo ma, insieme, un saggio storico, un poema in prosa, un racconto epico». Avendo letto il testo non posso esimermi dal confermare quanto espresso da Camilleri.
Devo aggiungere una riflessione dell’oggi, nell’oggi sempre più devastato dalla politica dei politicanti, dalla menzogna, dal sotterfugio, dal compromesso al ribasso e dalla rapina delle scarse risorse dei meno abbienti: che “Il Pionoro delle Quaglie” può essere letto anche come un apologo sulla dignità e sulla coerenza. In un mondo di voltagabbana e di “in vendita al miglior offerente” non è cosa da poco.
Mauro Antonio Miglieruolo
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Gli editori dei due romanzi di Mauro Antonio Miglieruolo:

Storie alla Melanina Verde: Edizioni della Vigna – La Botte Piccola n. 15
link: http://www.edizionidellavigna.it/collane/LBP/015/LBP015.htm

Memorie di Massima Sicurezza: GZ Editori
da fine Marzo in vendita su tutte le piattaforme di vendita di libri elettronici
vedi: http://www.gz-editori.it/memorie-di-massima-sicurezza/

redazione
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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