Tra profughi, assenze, razzismi e il reato di ironia

Un’altra puntata delle «sparite-sparate» (*)

I – Di che razza sono i numeri?
L’uso in questa rubrica dei numeri romani è sarcasmo verso chi vorrebbe liberarci della multiculturalità (antica quasi come il mondo e necessaria come l’acqua) e perciò anche dei numeri arabi.

II – E’ l’Europa dei …
…«piccoli razzisti» quella che esce vittoriosa dall’ultimo voto? Così ha scritto Maurizio Chierici su «Il fatto quotidiano» (del XXVII maggio).

III – Salvini e la Costituzione
La Lega si allea, era ovvio, nel Parlamento europeo con il Fronte nazionale di Le Pen (figlia), un po’ ripulito ma sempre razzista. Entrambi sono così ignoranti (o fingono?) da confondere migranti e profughi. All’articolo 10 della nostra Costituzione, legge suprema dello Stato, si legge: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici». Poche parole ma piuttosto chiare.

IV – Un certo giorno di giugno e la matematica
Il XX giugno è la «Giornata mondiale del rifugiato», istituita nel MMI, per ricordare i cinquant’anni dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. Molti (anche giornalisti) sparano cifre assurde. Oggi i rifugiati in Italia sono (usiamo numeri arabi) 47mila; a titolo di paragone, la Germania ne ospita circa 580mila, il Regno Unito circa 290mila, i Paesi Bassi 80mila e la Francia 160mila. E allora dove sarebbe «l’invasione» di cui spesso si ciancia?

V – Profughi, che fare?
Un’efficace sintesi della situazione è in questo comunicato (del XVII giugno) dell’associazione «Prendiamo la parola». Eccolo. «Negli ultimi giorni è successo di tutto. Dagli sbarchi di centinaia di persone, quasi ogni giorno… ai morti in mare che continuano ad imporsi alla nostra coscienza come un grido di disperazione. Dai migranti caricati su due autobus dalla prefettura di Taranto e abbandonati davanti alla stazione di Milano Rogoredo, alla protesta a Roma (Castelnuovo di Porto) repressa con botte da orbi, alle strutture di accoglienza che sono tutte piene… La questione profughi è diventata esplosiva. Non si può continuare a guardare altrove e lasciar perdere.
– Ci vuole una reale presa in carico dei profughi il più vicino possibile dai luoghi delle tragedie in corso. Un corridoio umanitario vero e ben organizzato.
– Ci vuole una consultazione nazionale per un reale programma di accoglienza e assistenza ai profughi senza pressapochismo, al riparo dal business della finta solidarietà, e con regole comuni chiare e condivise fra tutti gli attori coinvolti.
– Ci vuole una revisione degli accordi di Dublino I e II che si dimostrano completamente inadeguati e hanno creato la situazione allucinante di gioco dello scaricabarile tra Paesi europei che mandano gli uni agli altri i gruppi di profughi da un confine all’altro come fossero rifiuti maleodoranti che ognuno vuole buttare nel prato del vicino.
– Ci vuole una mobilitazione forte e seria della società civile per chiedere al governo e all’Europa di assumere ognuno le proprie responsabilità
Chiediamo l’apertura di un tavolo serio sulla questione e l’attivazione di un piano altrettanto serio in cui i fondi saranno utilizzati non non per arricchire le mafie bianche, rosse e verdi ma, per l’accoglienza e infine chiediamo la convocazione di una riunione europea per il superamento dell’accordo di Dublino».
Quel che resta delle istituzioni italiane saprà raccogliere queste sensate e praticabili proposte?

VI – Cattive assai e qualcuna buona
Dall’ultimo «Come» purtroppo le notizie cattive sono molte. I naufragi in mare. I razzismi quotidiani. I dossier che denunciano (l’ultimo di Flai Cgil a esempio sul lavoro nei campi) condizioni di semi-schiavitù per chi lavora in Italia; e vicino a Latina i braccianti sik sfruttati (dalle mafie) e imbrogliati (senza stipendio da mesi) hanno scioperato nella quasi indifferenza dei media. L’infamia dei campi nomadi al quale si è aggiunto, a Cosenza, un incendio fortuito che ha distrutto la «Scuola del vento». Fra i molti episodi choc la foto di un immigrato, legato mani e caviglie, nel commissariato di polizia di Monza ma soprattutto gli immigrati arrivati da Taranto e scaricati come pacchi alla stazione di Rogoredo (Milano) e le dure cariche della polizia a Castelnuovo di Porto, vicino Roma, contro una protesta di rifugiati delle quali parlava anche il comunicato qui sopra… E poi, come sempre, il cattivo esempio che viene dall’alto: le balle, l’assenza di una politica, il cinismo…

VII – Droni
Fra le pessime notizie l”annuncio di Valerio Zoggia, sindaco di Jesolo (sostenuto anche dal Pd) che sulle spiagge venete i droni controlleranno la situazione. Vigilando sulle tangenti del Mose o sugli abusi che causano continue catastrofi ecologiche? No, sugli extra-comunitari che vendono oggettini sulle spiagge. Su «Pagina 99» (del VII giugno) il filosofo Umberto Curi ha commentato sull’insensatezza di usare aerei sofisticati o strepitare sull’emergenza per questioni simili: «E’ evidente che a favore di decisioni simili gioca la volontà meschina di cercare un effimero consenso fra la popolazione».

VIII – Leggere anche le ultime cinque parole
Nella pagina lettere del quotidiano «il manifesto» si notava (il V giugno) una lettera di Marco Cinque intitolata «Aiutiamo i migranti» che vale riportare. «Convinciamoli a rimanere a casa loro, fornendo strumenti necessari a svilupparsi, migliorando il sistema scolastico, invitandoli a impegnarsi per il loro progresso, a migliorare la democrazia, a tutelare l’ambiente, a rispettare il territorio, a valorizzare le loro risorse, a smettere di sprecare soldi per le armi, a creare opportunità di lavoro, a promuovere un’economia sostenibile, a risolvere i diritti umani violati, a non discriminare le donne. A combattere malaffare e corruzione. Insomma aiutiamoli a crescere ne loro Paese e diciamo finalmente agli italiani: smettetela di emigrare». Eh sì, perché le stesse istituzioni incapaci di una politica sulle migrazioni o per i profughi hanno causato un tale sfascio in Italia che i giovani hanno ripreso a emigrare…

IX – Barconi
L’ironia di Marco Cinque (qui sopra) mi fa venire in mente che tempo fa ho ascoltato, per strada, un paradosso interessante. «Allora, dall’alto si vedono i barconi ma non si possono affondarli, sono profughi e bisognosi di aiuto. Ma quando gli scafisti prendono il via secondo me quelli di Mare Nostrum o come si chiama dovrebbero bloccarli e dire loro: se non volete finire in galera voi ora prendete a bordo queste 100 persone che vi diamo e le portate in Libia, in Tunisia o dov’è. Noi vi controlliamo dall’alto e se vediamo che li mollate in mare vi arrestiamo per strage. E sai chi sono le 100 persone che devono caricare? Non le povere persone profughe o disperate ma un po’ dei nostri tangentisti, mafiosi, avvelenatori pubblici. Peccato che non si può, vero? Ma io quasi quasi propongo un referendum: cambiamo la legge, mandiamo i corrotti fuori d’Italia…».

X – Date e sarcasmo
Sto scrivendo il XVII giugno e siccome sono appassionato di «scor-date» (sul mio blog c’è pure una rubrica che si chiama così) segnalo che in questa data del lontanissimo MCMXVII) veniva proiettato per la prima volta il film «Charlot emigrante». Bellissimo. Ma c’è una sorta di PS interessante per questa rubrica: la scena nella quale Charlot prende a calci in impiegato dell’ufficio immigrazione venne portata come prova del suo anti-americanismo, quando Charlie Chaplin fu costretto ad abbandonare gli Usa durante il maccartismo, nel 1950». L’ironia è sovversiva, si sa o forse i censori non la capiscono e ne hanno paura. In ogni caso Marco Cinque e l’anonimo del paradosso citato sopra stiano in guardia: qualche McCarthy potrebbe prima o poi trionfare anche in Italia, di aspiranti ne vedo parecchi…

XI – Preti sovversivi
Vedo in rete varie notizie sul «prete dei clandestini» ovver Gerard Riffard, sacerdote di Saint-Anne: è stato convocato in tribunale per aver aperto le porte della sua chiesa a una quarantina di richiedenti asilo africani. Rischia almeno una multa di 12.000 euro. Succede in Francia. Lui risponde: «La giustizia può dire ciò che vuole, mi è assolutamente impossibile lasciare dormire un bebé all’aperto e i rifugiati accolti in questi ultimi anni provengono in maggioranza dalla Repubblica democratica del Congo o dall’Angola, hanno lasciato i loro Paesi perché in pericolo di vita». E’ molto interessante, anche perché in Italia (da Roma a Palermo) altre parrocchie stanno ospitando profughi e/o migranti. Rischiano anche loro? E il papa se li appoggia è un complice? Di sicuro nel centro storico di Verona non si potrebbe perché c’è un’ordinanza di Flavio Tosi che vieta di dare cibo e bevande ai clochard nelle «zone di pregio».

10 (numero romano) – Finchè c’è lei…
… la Costituzione, qualche speranza c’è – anche in questi brutti tempi – ma bisogna difenderla e applicarla. A partire dall’articolo 10 (numeri arabi sì). Questa rubrica chiude sempre così: un richiamo all’Italia migliore ma soprattutto un impegno a non arrendersi a quella peggiore.

PRIMO BOX
Per Mandiaye
Era arrivato in Italia come «vu cumprà», era diventato attore, ed è morto (a 50 anni) nel teatro che aveva fondato alla periferia di Dakar. Così i suoi compagni di scena di Ravenna (il gruppo teatrale che all’inizio si chiamava Le Albe) ricordano Mandiaye N’Diaye.
«E’ da quando abbiamo appreso la notizia della morte di Mandiaye, che siamo in una sorta di veglia continua: accompagnati dai messaggi, dalle telefonate, dalle lettere, dalle preghiere, dagli abbracci di tanti, ognuno con ogni mezzo vuole essere presente, in punta di piedi, in questa danza requiem per il nostro grande amico attore, con cui dal 1989 abbiamo posto le basi del nostro teatro meticcio, attraversando insieme i canti e i paesaggi d’Africa. Mandiaye era solito usare parole d’eternità: erano la sua sfida alla morte, quella caducità cui il teatro è geneticamente legato. Conserviamo una lettera speciale, scritta da Mandiaye per la morte di una persona cara alle Albe: “dobbiamo sapere che la morte vive con noi, è il nostro compagno più vicino, dorme con noi, si diverte con noi, fa tutto con noi, ma prima o poi ci tradirà… è per quello che mia nonna diceva sempre che bisogna tradirla prima che ti tradisca… per questo dobbiamo pregare, perché la lontananza di chi scompare diventi un bene per tutti noi, perché questa persona cui abbiamo portato amore diventi un’antenata di storia e racconti per tutti noi”. Mandiaye era un devoto alla luna, e per sostenere meglio e più a lungo la sua inguardabile luminosità, si metteva un dito sotto il mento e in questo modo si alzava il capo, con gesto infantile. Un gesto che ha più volte usato negli spettacoli e che ha indicato a noi come poter guardare “attraverso”. Anche noi ora ci metteremo il dito sotto al mento, per poter continuare a vedere il nostro amato compagno».

SECONDO BOX
«MINORI LLA RICERCA DI UNA VITA MIGLIORE», l’editoriale dell’ultimo numero della rivista «Pollicino Gnus» di Reggio Emilia.
“Allora: negli ultimi secoli gli europei sono andati dappertutto, hanno rubato tutto, hanno impiantato commerci dappertutto, hanno costruito dappertutto, si sono riprodotti dappertutto, hanno colonizzato dappertutto, e ora mi vieni a dire che avrebbero ragione di offendersi se andiamo noi da loro? Non credo alle mie orecchie! Gli europei non si sono mica indignati di venire a casa nostra per ingrandire i loro territori. O sbaglio? Sono loro che hanno cominciato a spostare le frontiere. Ora è il nostro turno, bisognerà che se ne facciano una ragione, perché andremo tutti a casa loro: africani, arabi, asiatici e latino-americani. Con la differenza che io non attraverso il confine con le armi, i soldati e la nobile missione di cambiare lingue, leggi e religioni, no, io non invado, non voglio trasformare niente, vorrei solo trovare un posticino dove stare in pace.” (Ulisse da Baghdad, Eric-Emmanuel Schmitt)
Era l’estate 2012 quando presi la decisione riguardante la tematica della mia tesi di laurea: avevo da poco terminato la lettura dell’interessantissimo e acutissimo “Respinti sulla strada: la migrazione ipermoderna di minorenni e ragazzi stranieri” di Renato Curcio, edito da Sensibili alle foglie; avevo seguito le lezioni della Professoressa Rita Bertozzi con una parte riguardante lo stesso tema e, infine, mi era stato da poco regalato (esisteranno poi le coincidenze?) lo splendido libro di Eric-Emmanuel Schmitt “Ulisse da Baghdad”.
E cos’hanno in comune questi tre avvenimenti? Proprio la tematica al centro del monografico e al contempo della mia tesi di laurea: la realtà dei minori stranieri non accompagnati.
Ho infatti iniziato, a partire dal Settembre 2012 e fino al Marzo 2013 ad analizzare le politiche sociali messe in atto nei comuni di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma rivolte ai minori stranieri non accompagnati (msna), per poi dedicarmi alla scoperta dei vissuti di questi ragazzi.
Ho incontrato e chiacchierato con una cinquantina tra minori e maggiorenni (ex msna), tutti uomini (per questo verrà sempre utilizzato il maschile, durante tutto il monografico) e ho intervistato loro e gli operatori che con loro vivono ogni giorno.
Li ho guardati dritti negli occhi, li ho ascoltati e li ho visti commuoversi, ripercorrendo passi cruciali della loro esistenza.
E attraverso l’emergere di queste storie ho scoperto un mondo tanto nascosto quanto pregno di sofferenze, dolori e di tanta tanta speranza verso il futuro.
La ricerca di una vita migliore (e felice) è al centro di questo numero di “Pollicino”.
La strada è certamente irta d’ostacoli, come vedremo, ma al contempo, non mancano la determinazione e la capacità di realizzare i propri sogni.
Il fenomeno dei minori stranieri privi di una sostanziale fonte di cure (care giver) è un tema di grande attualità e si iscrive nel più ampio contesto relativo alla migrazione, alla partenza verso un territorio che si reputa migliore, verso un futuro tutto da costruire, alla fuga da situazioni inumane e inaccettabili.
Tre sono gli ambiti generali che ci dà modo di incontrare, attraversare e sulla quale ci permette di riflettere:
– il rapporto della nostra società con l’identità, in quanto dal confronto con entità culturali, etniche, religiose e generazionali diverse, in una relazione di reciproco scambio, si mette prima di tutto in campo il proprio rapporto con l’identità e in secondo luogo la capacità di entrare in contatto proprio con realtà ed identità altre. L’analisi di tale relazione e di tali ripercussioni può essere davvero specchio di quale società abitiamo e creiamo. Accorgersi attraverso gli occhi di questi giovani uomini delle nostre modalità di accoglienza può essere un esercizio utile a comprendere meglio noi stessi e la realtà che ogni giorno costruiamo.
– il grado di civiltà, se così lo possiamo chiamare: uno dei fattori che maggiormente ci permettono di analizzare tale livello pensiamo sia proprio il comportamento nei confronti dei soggetti maggiormente indifesi, privi di autonomia e quindi, più bisognosi di cure, siano essi minori, migranti, donne, individui emarginati o persone con disabilità o difficoltà di ogni genere.
– l’allarmante razzismo di ritorno, se mai esso sia stato debellato, che più di un fenomeno è probabilmente un clima culturale, nel quale il nostro paese in particolare, ma l’intera Europa è sprofondata in questi anni (se mai ne è stata priva).
Oltre a queste, vi è una serie di ragioni che interrogano ognuno di noi ed il welfare state che lo Stato italiano riesce a organizzare, in un periodo di crisi economica. Tale nefasta contingenza non deve infatti provocare un arretramento sul piano dei diritti e delle politiche che, conquistate con anni di lotte e rivendicazioni, sono entrate a far parte del nostro ordinamento, anche a seguito di accordi internazionali, convenzioni o raccomandazioni da parte della Comunità Internazionale.
Fra queste questioni si inserisce la tutela dei minori, così come prevista dal diritto internazionale. L’ordinamento italiano deve continuare ad aggiornarsi e ad interrogarsi, insieme a coloro che progettano le politiche sociali, su quanto esse riescano realmente a rispondere ai bisogni e alle necessità dei destinatari a cui si rivolgono: i minorenni stranieri non accompagnati presenti in Italia.
Il contesto italiano attuale, nel quale si svolgono le storie di vita che incontreremo è assai eterogeneo, per quanto riguarda le differenze territoriali, ma presenta alcune caratteristiche generali.
Fra queste la principale è quella riguardante le politiche migratorie che negli ultimi anni sono state affrontate in misura maggiore attraverso i provvedimenti speciali del Presidente del Consiglio o le circolari del Ministro degli Interni, piuttosto che tramite politiche organiche.
In questo modo vi si è approcciati come ad un’emergenza (perpetua), piuttosto che un fenomeno organico con le proprie caratteristiche ed i propri punti nevralgici su cui intervenire strutturalmente. La dinamica migratoria è stata inoltre utilizzata all’interno di logiche elettorali con lo scopo di sfruttare la promessa (in alcuni casi utilizzata come mossa elettorale) della fine degli sbarchi o dell’inizio dei respingimenti in mare in modo da intervenire sulla parte istintiva e viscerale dell’elettore italiano, piuttosto che sulla materia grigia ed il cuore.
Si è così fomentata una cultura della paura, attraverso provvedimenti anti-umanitari e anti-costituzionali promossi dai recenti governi, contrapposta a quella dell’inclusione, che ha avuto tra l’altro come effetto quello di creare una vera e propria diffidenza nei confronti della diversità, dimenticando inoltre il recente passato italiano come popolo migrante.
Si è abbandonato, nell’inconscio di una parte della società italiana, il carattere di assoluta anormalità della morte di persone (siano essi maggiorenni o minorenni) che viaggiano e si spostano per cercare un futuro migliore, per raggiungere le condizioni di vita che la rendano degna di essere vissuta, per sé, per i propri figli, per le proprie famiglie.
Il fulcro di tale fenomeno è culturale ed è su questo piano che bisogna lentamente, ma inesorabilmente, iniziare un opera di stravolgimento delle convinzioni e dei pregiudizi attuali, in primis relativi alla migrazione, ma che vadano poi di conseguenza ad influire sul rapporto con la diversità in generale, in ogni sua forma e in qualunque campo essa si manifesti.
Per modificare tutto ciò si deve proporre un nuovo modello di “Italia”, che, considerata tra le porte d’Europa, deve rappresentare una nuova cultura di accoglienza e inclusione della quale deve farsi esempio e carico, ponendo al centro delle proprie politiche la tutela e il riconoscimento dei diritti umani inviolabili e strettamente connessi alla concezione stessa di umanità.
Marco Iori (redazione “Pollicino Gnus”)
SOLITA NOTA
(*) Notizie sparite, notizie sparate. Certezze, mezze verità, bufale, voci. Questa rubrica – che è nata sul mensile milanese «Come solidarietà» dove prosegue saltuariamente a uscire – prova a recuperare e/o commentare quel che i media tacciono e/o pompano (oppure rendono incomprensibile, con il semplice quanto antico trucco di de-contestualizzarlo) su migranti, razzismi, meticciato, intercultura e dintorni. Le puntate precedenti si possono vedere qui in blog (db)

Redazione
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