Trieste e Risiera San Sabba: ieri e oggi, contro ogni fascismo

       La manifestazione del 3 novembre (di CLAUDIO VENZA) e un ricordo di Sara Gesses (di GIANNI SARTORI)

Resoconto della manifestazione antifascista e antirazzista del 3 novembre 2018

di Claudio Venza

Seguo un discorso schematico che può facilitare la lettura

1. L’iniziativa è stata promossa dall’Assemblea Antifascista e Antirazzista (poi anche Antisessista) con diverse riunioni per più di un mese. Vi partecipavano varie decine di aderenti e quasi sempre si sono svolte presso la Casa delle Culture. Dai resoconti dei lavori in Internet avevo dedotto che molti nomi nuovi (almeno per me) comparivano come protagonisti attivi assieme a consumati politici e dirigenti sindacali.
2. Nel corso delle settimane si sono succeduti eventi che hanno condizionato l’attività, ma anche vari appuntamenti riusciti (dalla passeggiata in città sui luoghi di fatti antifascisti alla conferenza storica di Wu Ming a concerti e proiezioni..). Sul piano prefettizio si è creato un clima di terrore in città alternato a pressanti inviti a restare a casa. Il tutto mettendo logicamente sullo stesso piano i fascisti di CP e gli antifascisti.
3. Anche il Pd ha fatto la sua parte indicendo una manifestazione il 2 novembre proprio per evitare gli estremismi di quella del 3. Intanto esponenti religiosi, sembra di quasi tutte le chiese organizzate, condannavano sì Casapound, ma indicavano come migliore forma di protesta l’assenza dalle strade triestine per isolare i nostalgici.
4. Insomma il clima imposto alla città era di aperta esibizione di forza poliziesca con il blocco quasi completo delle strade centrali e uno spiegamento enorme che ricordava quello di Genova 2001. In effetti chi andava alla manifestazione di Campo San Giacomo poteva provare la strana sensazione di una città semideserta.
5. Il corteo appare subito quello delle grandi mobilitazioni dei primi anni ’70. E’ stato valutato in 10.000 e più il livello delle presenze. Con la notevole differenza di una minoranza di falci e martello: il PCI non esiste più e si vede. Altri neopartiti comunisti si confondono nella massa. A San Giacomo ci accolgono decine di giovani impegnati nell’organizzazione: tavoli per il cibo, striscioni, volantini e musica ad alto volume. Era da tempo che non ne vedevo tanti in attività militante.
6. Arrivano i pullman da mezza regione e oltre. Stavolta l’ANPI ha scelto di scendere in piazza e non solo promuovere incontri culturali. A Gorizia tre anni fa era incerta e ridotta. Ci sono striscioni dalla Carnia, da Udine, Gorizia e altre località del Friuli. Altra presenza massiccia è quella della CGIL che garantisce un ruolo di protezione alle decine di esponenti del PD relegati in fondo al corteo. La rabbia per chi ha sostenuto posizioni sostanzialmente razziste (Minniti) e assai poco antifasciste (Violante) è tanta e gli insulti di non pochi manifestanti si sprecano.
7. La composizione del lungo serpentone che scende da San Giacomo (come ai vecchi tempi) è assai varia e testimonia la pluralità dei partecipanti: in apertura lo striscione rosso “Liberiamoci dal fascismo” logicamente anche in sloveno; subito dietro un bandierone rossonero di Azione Antifascista; bandiere arcobaleno nella duplice veste di Arcigay e di pacifisti; decine di vessilli dell’Unione Sindacale di Base; fazzoletti partigiani (purtroppo tricolori…); cartelloni fatti a mano con passione e rabbia; striscione di Nonunadimeno che tende al fuxia; gruppi consistenti di senegalesi che finalmente gridano contro il razzismo con diversi megafoni; l’ICS con operatori coerenti e richiedenti asilo senza paura; il Coro Sociale in piena ripresa. Verso la fine si sente una potente esibizione sonora: è il famoso Coro partigiano a maggioranza slovena. E tante altre persone che cantano, ballano, gridano, fischiano.
8. Anche piccoli gruppi e singoli anarchici, quasi tutti giovanissimi, si fanno notare con drappineri e la classica A. Questo simbolo si trova anche su uno striscione bianco che denuncia l’arretratezza culturale del fanatismo nazionalista e clericale.
9. Al centro del corteo avanza a passo d’uomo un’auto rossa che porta l’ex partigiana e parlamentare ultranovantenne, Lidia Menapace, sorridente ed emozionata. Un’auto di una militante d’antica data, ora partecipante in pieno all’Assemblea promotrice, era andata a prenderla a Bolzano due giorni prima per il comizio conclusivo in Piazza Goldoni. In realtà le sue parole si sono quasi perse nel trambusto finale.
10. Gli echi di questa straordinaria mobilitazione dei giorni dopo ne ribadivano la sorpresa e l’eccezionalità. Il clima complessivo di una città amministrata dalla destra miope e securitaria (e il cui sindaco aveva omaggiato Forza Nuova) sembra mutato anche se molti commentatori qualunquisti si lamentano per i mancati guadagni dei commercianti, in pratica costretti dalla Questura a chiudere i negozi.
11. La sinistra istituzionale non ha perso l’occasione per ringraziare le “forze dell’ordine”per l’impegno e la professionalità. In fin dei conti nessuno cercava lo scontro con i fascisti calati da mezza Italia (calcolati attorno a 1.500) per cui la militarizzazione della città risultava un’intimidazione sia verso i manifestanti antifascisti che verso i cittadini. Non si dimentichi poi che la Prefettura, sicuramente su ordine del suo superiore, il Ministro degli Interni, aveva tagliato il percorso del corteo antifascista per autorizzare invece quello fascista su un itinerario assai più lungo e articolato.
12. La mattina del 3 si era svolta un’azione diretta simbolica in Piazza San Giovanni, uno dei punti di passaggio di CP. Un folto gruppo di giovani aveva occupato la piazza con lo striscione “Il fascismo non passerà” e aveva resistito, in modo pacifista, lasciandosi trascinare dai poliziotti e carabinieri intervenuti quasi subito. L’iniziativa aveva il sapore delle contestazioni studentesche di decenni fa e mostrava che la via legalitaria e moderata non soddisfa la necessità di opporsi direttamente ai fascisti. Le “forze dell’ordine”, lodate da qualcuno, reprimevano quindi la parola scomoda di un movimento antifascista più radicale e determinato.
QUI UN VIDEO sul 3 novembre a Gorizia e a Trieste: http://www.komunal.org/video/protesti/483-3-november-gorica-in-trst?fbclid=IwAR01WUA-UHEu2KYwIehd2RaybOqv5QCu3-yg7kWOIpQT_TL6L52nPyhAffM

NESSUN “GIUSTO” PER SARA GESSES
di Gianni Sartori

Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono.

Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio, cioè Villa Contarini-Venier, di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò a un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina – forse spinta dalla madre – di nascondersi in una “barchessa” per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
Qualche anno dopo – sempre casualmente – raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. Per timore di rappresaglie, la bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla RSI di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono – posta soltanto nel 2001 – ne parla come di un evento avvenuto «durante l’occupazione tedesca» senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano. Il tragitto dei 43 ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto. Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri di Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e – questo l’ho saputo solo recentemente – venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (quello che in alcuni scritti veniva definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come quello zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo «per riportarla insieme alla mamma». L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Non solo. A Padova la madre era riuscita a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Le aveva appuntato sul vestito un biglietto con l’indirizzo di alcuni familiari. Infatti qualcuno raccolse la bambina e la portò al recapito segnalato, dove pare sia rimasta qualche giorno, apparentemente salva e al sicuro. Ma poi – inesorabili – i tedeschi, accompagnati dalla manovalanza fascista (ricordo che all’epoca a Padova imperversava la criminale Banda Carità) arrivarono a riprendersela. Tornata nelle grinfie degli sgherri nazifascisti, Sara venne trasferita alla Risiera di San Sabba a Trieste dove già languivano i suoi familiari e gli altri ebrei patavini.
In Polonia la maggior parte dei deportati (47, tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e solo tre sopravvissero.
Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944. La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.

 

Redazione
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9 commenti

  • Iniziative sacrosante, nulla da eccepire. Conosco Claudio Venza ed è un compagno tra i migliori.
    Si parla tanto dei crimini del nazifascismo e poco o nulla di quelli commessi dallo stalinismo e dal movimento comunista ufficiale in genere. Sarebbe il caso di colmare questa lacuna. I gulag, i laogai non sono meno efferati.
    E aggiungo: una lotta che non rispetti i diritti umani è una lotta persa in partenza…

  • Se è per questo si parla ancora meno dei crimini del capitalismo e dell’imperialismo…
    Tuttavia penso che nulla sia paragonabile al nazifascismo, il vero Male Assoluto (anche se a volte mi vien da pensare: “la caricatura oscena del Male Assoluto”).
    Far di ogni erba un Fascio è la tecnica usata appunto dai fasci per ridimensionare, diluire, normalizzare il loro operato genocida.
    Quindi – da ex anarchico che ha trascorso gli anni migliori dell’adolescenza e prima giovinezza a litigare, anche duramente, molto duramente, con compagni leninisti o maoisti (su questioni come Kronstadt o il maggio 1937) ritengo fuori luogo e fuorviante l’intervento qui sopra riportato.
    Lo stalinismo – a mio avviso – costituisce una degenerazione (una putrefazione?) delle sacrosante istanze rivoluzionarie del 1917 (i Soviet, quelli originari), mentre i nazifascisti non sono mai stati altro che le guardie bianche dell’oppressione e sfruttamento del capitalismo.
    E tali rimangono.
    GS

  • domenico stimolo

    Utile osservazione dal punto di vista generale nel contesto della storiografia universale.
    Ma qualsiasi partecipante al sito interessato alle motivazioni che hanno mosso la manifestazione, antifascista e antirazzista, svoltasi a Trieste, si chiederebbe ma che c’azzecca la “spiegazione” mossa da Sergio Falcone?
    Lo scritto di Claudio Venza è intitolato “ resoconto della manifestazione…..”. Più chiaro di così!
    Quando si dice che si va fuori tema….senza accorgersene. Pazienza. Rileggere il testo può essere utile.

    • Non posso che confermare che la mia intenzione non era di tipo generale, bensì circoscritto alla manifestazione antifascista del 3.11 a Trieste. Volevo riassumere alcuni aspetti di un corteo enorme per Trieste (il più grande da decenni) e dare qualche elemento ad altri per conoscerlo e valutarlo. Peraltro è vero che non bisogna lasciarsi affascinare dal dato numerico, ma nemmeno trascurarlo. Detto ciò, resta la questione dell’adeguato trattamento di temi fondamentali quali la lotta ad ogni autoritarismo. Di oggi e di ieri.
      Non sono mancate le occasioni, e non mancheranno, per affrontare storia e presente dell’impegno libertario.

  • sergio falcone

    Ringrazio chi ha così cortesemente contrastato il mio intervento.
    Non sono andato “fuori tema”, tutt’altro. Le iniziative antifasciste sono giuste e sacrosante, ma affrontano solo una parte del problema. Il problema è il Potere e, più in generale, come si comportano gli esseri umani.

    Una politica si giudica dai risultati e non dai presupposti di partenza. So benissimo che il nazifascismo è cosa ben diversa dal comunismo e mai mi verrebbe in mente di confondere le due cose. Ma dove sono andati ad approdare i comunisti che hanno preso il potere? Quali risultati hanno ottenuto? Hanno di nuovo insanguinato il pianeta e lo hanno reso invivibile. Il comunismo avrebbe voluto emancipare il genere umano, si è trasformato in qualcosa di profondamente diverso dalle idee che animavano i suoi teorici. Si è mutato in una nuova forma oppressione. Tutte le rivoluzioni sono fallite.

    Ovunque io sia andato durante la mia non breve vita, ho sempre trovato che c’e’ chi domina e chi è dominato. Uno dei motivi per cui mi sono allontanato dagli ambienti presunti e pretesi antagonisti, dove spesso regna sovrana l’ipocrisia.
    Perché continuare a fare finta di nulla?

  • Gianni Sartori

    Invece nella mia meno breve – purtroppo – vita di proletario autoalfabetizzato, ho avuto modo di apprezzare a lungo le gioie del capitalismo. Quali? Tanto per citarne qualcuna: turni di notte alla Domenichelli o diurni alla Veneta-piombo (spesso in nero, oltretutto, non certo per mia scelta), sfratti, perquisizioni all’alba, denunce e processi per reati sostanzialmente di opinione (ah!, la democrazia borghese…), qualche pestaggio (di stato o parastato), gas CS a Genova…e volendo potrei continuare a lungo.
    Osservo che se si parla di “comunismo” va considerato che di fronte alle derive autoritarie e/o totalitarie (derive non scontate, a mio avviso….poteva, potrebbe – anzi: dovrebbe – andare anche diversamente) le alternative (gli “anticorpi”?) non sono mancate.
    Ho in mente il comunismo libertario della CNT e della FAI, ma anche compagni come Victor Serge, Andreu Nin, Jaime Balius, il mio quasi compaesano “Blasco”. Tutti, con diverse sfumature e sensibilità, comunisti e antistalinisti…

    L’alternativa è fare le anime belle e godersi ‘sta merda liberista che sta portando (o ha già portato?) il Pianeta al collasso.
    GS

    PS E comunque penso che sia Claudio Venza che – più modestamente – il sottoscritto abbiano criticato (non solo a voce, ma soprattutto per scritto) alquanto spesso non solo l’autocrate Stalin, ma anche Lenin e Trotski (vedi i miei interventi su Kronstadt e Nestor Mackno, anche in “Bottega”).
    Stavolta toccava ai fasci…fatevene una ragione.

  • Criticando nazifascismo e comunismo irrealizzato, non intendo fare l’apologia dell’esistente. Nemmeno di quello che molti intendono come “male minore”. Non capisco da cosa sia nato questo equivoco.
    Inoltre, starei bene attento a parlare del comunismo di sinistra e degli anarchici come ad una specie di antidoto.
    Primo, perché molto distanti – e questa distanza è andata aumentata col tempo – dai comunisti andati al potere.
    Secondo perché – e dobbiamo dirlo per dovere di onestà – non abbiamo mai potuto vederli vincenti. Se avessero vinto, come sarebbero andate le cose?
    Ho vissuto per intero l’onda lunga 1968-1977, oggi mi sono ridotto a non credere più a nessuno, men che mai alle etichette e ai distintivi. C’è troppa gente in giro che parla in un modo e vive in un altro.
    Prima di parlare di politica, voglio vedere bene chi ho di fronte. Se egli è modesto e coerente.
    Si parla tanto di “sconfitta”, ma non ho mai avuto il piacere di assistere a un dibattito libero, vorrei dire “laico”, sugli anni che ho vissuto. Non ho assistito a una sconfitta, ho assistito soprattutto all’abiura di una generazione. I compagni residuali sono fideisticamente avviluppati alle loro verità ideologiche e di organizzazione.
    Non prendere atto di quello che è avvenuto non sta producendo e non produrrà nulla di buono. Rafforzerà nei più l’idea della immodificabilità della società costituita.

  • Gian Marco Martignoni

    Avendo letto l’intera pagina che Il Manifesto ha dedicato alla grande manifestazione di domenica, compreso il bel commento di Giacomo Scotti, ringrazio Claudio Venza per la puntuale ricostruzione di tanti particolari che hanno favorito oggettivamente e soggettivamente la sua riuscita.

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