Un po’ di jazzate per il 30 aprile?

Chissà se quella di oggi è una scordata o solo una incompresa o non ancora abbastanza diffusa… nonostante l’Unesco

Sommario:

  • Perchè il 30 aprile
  • db chiese una mano (o un’unghia?)
  • ecco le risposte in ordine alfabetico: Agostino, Benigno, Maria Franca, Max, Pabuda con 7 immagini di Giuliano Spagnul e altre “storiche”
  • db fa finta di essere un medico (invece è un malato) e consiglia…
  • e su Radiotre il 30 aprile (o in streaming) un gran concerto di Ornette Coleman
  • ma che ci fa un contrabbasso abbandonato in terra?

PREMESSO CHE…

Dal 2011 il 30 aprile è stata dichiarata dall’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) International Jazz Day «per evidenziare il jazz e il suo ruolo diplomatico di unire le persone in tutti gli angoli del globo». L’idea venne dal pianista jazz – che è anche “ambasciatore di buona volontà dell’UNESCO” – Herbie Hancock. Così dal 2012 la giornata internazionale del jazz viene festeggiata nei 5 continenti e forse in qualche pianeta esterno. Come tutte le forme d’arte il jazz supera le differenze di lingua, religione, nazionalità; inutile aggiungere “differenze di razza” perchè le razze esistono solo nelle teste bacate dei razzisti.


DB CHIEDE UNA MANO, UN DITO

Un mesetto fa ho scritto alla mia piccola “ml jazz”

care e cari,

il 30 aprile è “Giornata Internazionale del Jazz”… E allora se ognuna/o di voi (sia di vecchio che di nuovo pelo jazzistico) scrivesse – per la “bottega” – una riga, indicasse un brano, raccontasse un’emozione? Se vi va di collaborare io penso di mettere il post il 29 aprile; e voi ovviamente mi dovete mandare i vostri testi (o foto o disegni o citazioni o rrrricordi o link) per tempo, g r a z i e – db

 

ED ECCO LE RISPOSTE IN ORDINE ALFABETICO. POI CHIUDE DB CHE SI FIRMERA’ Ulef Zafravobsky MA SOLO PERCHE’ QUALCUNO DEVE PUR STARE IN CODA A OGNI ALFABETO CHE SI RISPETTI.

 

AGOSTINO

Incontri ravvicinati. I miei genitori non erano particolarmente interessati al jazz, oppure forse non avevano mai avuto l’occasione di ascoltare del buon jazz. Ricordo che per alcune settimane avevamo acquistato, ero un ragazzo, quindi circa trent’anni fa, alcuni numeri della collana “I giganti del jazz” o qualcosa di simile, ma si trattava di vecchie registrazioni che non avevano lasciato traccia su quel dodicenne che io ero allora. Sei o sette anni dopo l’incontro. Enrico, mio coetaneo, mi invita a casa, voleva sviluppare un rullino e io ero curioso perché non avevo mai visto sviluppare un rullino e stampare fotografie in camera oscura (come fa mia moglie, più di vent’anni dopo). Enrico mi fa: “Ago, hai mai ascoltato jazz?”. E io rispondo: “Uhm, non molto”. Enrico: “Hai mai ascoltato Kind of Blue?”. E io: “No”. E poco dopo partono le prime note di So What, e poi il resto. 

Camminare. Nel resto della mia vita il jazz è stato auto-terapia più o meno inconsapevole. Se camminare per noi umani significa cadere e mantenere l’equilibrio, passo dopo passo, il jazz per me è un modo di camminare, spesso improvvisando, dal passato, attraverso il presente, verso il futuro, per mantenere in vita una piccola storia, un piccolo margine, una speranza. 

Quel concerto. Non c’ero, accadde circa tre rivoluzioni prima della mia nascita, ma a rappresentare ciò che volevo dire ci sarebbe quel concerto aperto di Ornette Coleman al manicomio di Trieste, di cui mi raccontò Daniele. Se ne trova ancora traccia (ad esempio qui https://www.labottegadelbarbieri.org/se-ne-va-ornette-coleman o qui http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2008/10/13/NZ_08_APE.html).


BENIGNO

Non ho le competenze musicali per capire quanto sia realmente brava, quanto “rispetti” il pezzo di Coltrane, però scelgo lei – Camille Bertault – perchè, in questa versione informale, mi mette allegria. Buon 29 aprile.

https://www.youtube.com/watch?v=ZwTroXPxsec

MARIA FRANCA

Stacey Kent (ho Dreamsville e Breakfast on the morning tram … belli belli belli entrambi). Il brano che segue è da Dreamsville.

https://www.youtube.com/watch?v=m7VRx29Q2yg

BACI

Suggestioni jazz underground

di Max Zanetti

Il New York Times, scrivendo lo scorso giugno della morte di Lorraine Gordon, definisce il Village Vanguard «uno dei più venerati jazz nightclub del mondo». Lorraine è stata sposata per 40 anni con il fondatore e proprietario del Vanguard, Max Gordon, dopo aver vissuto con Alfred Lion fondatore della Blue Note Records.

Dalla sua apertura, nel 1935, fino a oggi il Vanguard ha sempre avuto una conduzione familiare, ma la vocazione unicamente jazzistica è iniziata dagli anni 50. Prima di quella data, infatti, nel club venivano proposte serate con poeti e attori che si avvicendavano a ensemble di musica varia. In seguito, l’avvento della televisione ha convinto Max a dedicarsi solo al jazz, perché le altre performance non attiravano più il pubblico. Buon per lui e buon per noi, amanti del jazz, che abbiamo ascoltato registrazioni incredibili uscire da uno degli scantinati più famosi di Manhattan su cui, a mio avviso, svettano le registrazioni di John Coltrane nel 1961 e nel 1966.

Live at the Village Vanguard (1961) è stato uno dei più controversi album di Coltrane, mentre Live at the Village Vanguard. Again! (1966) raccoglie due fra i brani più suonati del catalogo di Coltraine: Naima e My Favourite Things.

Le scale del Vanguard che portano nel sottosuolo della città in un luogo senza finestre, illuminato solo da luci soffuse e dove ancora si sente l’odore del fumo, le ho scese un paio di volte ed entrambe con grande soddisfazione.

Ho apprezzato il piano pulito e vibrante di Christian Sands, classe 1989, in trio con Christian McBride, ma soprattutto la batteria veloce e coinvolgente di Ulysses Owens Jr, classe 1982, uno spettacolo da vedere e sentire. A metà del 2017 Ulysses, staccandosi dai tradizionali ensemble jazz, ha registrato l’album Falling Forward, proponendosi sul mercato con una line up inusuale, batteria-vibrafono-basso, costruendo un album di sola base ritmica a completo supporto delle sue intuizioni. Sicuramente rimarchevole, soprattutto per l’uso del vibrafono che nelle performance live nei club di New York ho visto usare di frequente.

A due passi dal Vangaurd, c’è un altro scantinato molto frequentato, lo Smalls. Meno celebrato del primo e con meno storia del Vangaurd, lo Smalls, aperto nel 1993, ha alcune caratteristiche peculiari: si suona tutti i giorni dalle 19.30 alle 4 del mattino, ha solo 40 posti e non si può prenotare ma soprattutto trasmette in live streaming tutte le performance. Per gli amanti del jazz con problemi di sonno in Italia, il sito su cui registrarsi gratuitamente per vedere e ascoltare chi e cosa suona è https://www.smallslive.com/.

Ci sono passato di recente, senza sapere ovviamente cosa avrei trovato, e ho ascoltato un quintetto fresco e originale condotto dal trombettista Hillel Salem. Anche lui giovanissimo, Hillel è un musicista di origini israeliane che suona proprie composizioni ma non solo. Una tromba mai troppo solista che duetta molto bene con il sax tenore e che lascia spazio, ma non eccessivo, ai virtuosismi della batteria e del piano. Hillel si muove nel poco spazio libero del locale parlando con tutti e, prima di un intenso brano jazz blues a chiusura della prima sessione, si rivolge al pubblico dicendo: «è solo la seconda volta che suoniamo la mia musica, però non credo sia male, cosa ne pensate?». Io penso che non lo sia per niente e credo che molti amanti del jazz presenti quella sera continueranno a seguirlo per vedere come e quanto crescerà.

Chi invece è già molto cresciuto, presenza fissa di molte serate al Terra Blues, altro locale al Village ma con una impostazione più commerciale, è SaRon Crenshaw.

L’ho visto suonare dalle 22 alle 2 del mattino, al 55 Bar, altro locale storico per gli amanti del jazz e non solo. Aperto nel 1919, un anno prima che venisse approvato il diciottesimo emendamento alla Costituzione americana che ha segnato l’ingresso degli Stati Uniti nell’era del proibizionismo, il 55 è – diversamente dal Vanguard e dallo Smalls – uno scantinato quasi a livello stradale ma che per il resto mantiene tutte le caratteristiche dei precedenti. SaRon ha pubblicato poco, nel 2017 è uscito Drivin’ a cura dell’etichetta indipendente One Trick Dog Record, ma se passate dal 55 e suona lui, non perdetevelo.

Per chi invece volesse vivere le suggestioni di questa città fredda e costantemente sferzata dal vento senza muoversi dal divano, suggerisco il film di Kasper Collin I called him Morgan (2016), documentario sulla vita e sulla tragica morte del trombettista Lee Morgan, avvenuta nel 1972 allo Slug’s Saloon, un jazz dive dell’East Village, che ha avuto meno fortuna dei locali al Greenwich ma che ugualmente ha fatto la storia.

PABUDA

La roba del batterista

Prima di ogni gig, il campo è suo. Joe occupa metà palco con gli arnesi che via via libera dalle custodie, dagli astucci, dalle fodere. Gli altri musicisti attendono intorno con pazienza e rispetto. Di solito, si limitano a controllare d’avere le scarpe ben lucide. Solo quelli proprio che si in confidenza, danno una mano. Ma senza invadenza. Attenendosi scrupolosamente alle sue istruzioni.

Lui è molto concentrato, sembra preso nell’allestimento della postazione di una mitragliatrice.

Quella roba lì lui la spolvera, la lucida, la olia, la regola, chiude morsetti, misura tensioni, allenta viti e rondelle. Poi torna a stringerle, ficca due stracci nella grancassa per smorzarne la potenza, prova distanze e accomodamenti, alza e abbassa aste, controlla pelli e corde, ammorbidisce pedali e prova piatti, fa il solletico al charleston piegandosi per avvicinare l’orecchio e sentire le risatine che fa, ausculta tutte le possibili vibrazioni e borbotta: “mhm… la mia vecchia merda è sempre rooba ok… la roba nuova è sempre veera meerda.”. Dopo di che, fa un po’ il giocoliere con le bacchette: uno sfizio che si toglie solo durante le prove e i preparativi, maai in concerto: li considera esibizionismi da cafone che non si confanno al suo stile.

Non ci crederai ma, caspita, il tipo parla davvero così: il drummer è proprio sboccato, ma dietro l’apparente limitatezza del suo succinto turpiloquio si nasconde una sensibilità sconfinata e una precisione millimetrica, che qualche collega invidioso, o pigro, ha scambiato per pedanteria, affibbiandogli il nomignolo di “Cacaspilli”. Tutti gli altri, invece, lo chiamano semplicemente Big Joe. Niente d’originale o particolarmente fantasioso: Joe è il batterista più grasso e grosso che si sia mai visto in giro. Caratteristiche piuttosto rare in quella categoria di musicisti. Le si nota soprattutto durante questi riti preparatori, dedicati al montaggio dell’ingombrante strumento. Sì, perché Joe li esegue prima d’indossare l’abito di scena: porta solo una maglietta striminzita e le braghe di una tuta da jogging. Così, mentre si affanna a montare i vari pezzi “di merda” della sua batteria, esibisce buona parte del suo corpaccione. È imponente ma non suscita timore. Al contrario: è invitante come una montagna di cioccolato. La ciccia è imperlata di sudore, la pelle lucida e brillante, liscia e morbida. Fossi una donna bionda ossigenata pallida e golosa mi verrebbe da morderlo tutto, facendo dei gridolini come squittii tra un morso e l’altro. Ma questo è un altro discorso. Meglio che queste fantasie me le tenga per me. Torniamo alla musica, apparentemente casta e innocente.

Quando Stan, il leader del gruppo, un sassofonista alto e dinoccolato, tutto ossa, nervi e polmoni, presenta ai compagni le nuove idee su cui ha gettato il sangue per l’intera notte precedente, sbuffando nello strumento tutte le sinuose curve melodiche che gli son passate per la testa, che s’ammorbidiscono e si stendono fino a diventare fili di suono dritti e piani, ma presto s’imbizzarriscono e s’attorcigliano in riccioli di note, cavati a viva forza dalla massa compatta del concetto sonoro, il drummer non si discosta molto dal solito registro comunicativo: “Ehi, Stan! Come t’è venuta in mente ‘sta robaa? Erano secoli che non tiravi fuori della merda così!”.

Stan ha l’orecchio fino: non solo per la musica, anche per cogliere tutte le sfumature, le tonalità e le cadenze e le inflessioni con cui il suo batterista è capace di pronunciare la parola “merda”: non ha dubbi: in questo caso esprime, dal più profondo del cuore, apprezzamento entusiastico, convinta ammirazione.

Poi, tra quella gente, non è che le parole abbiano troppa importanza. La partecipazione, la condivisione o il rifiuto si esprimono attraverso tutt’altri codici, ben più sofisticati e articolati. Roba che neanche tra gli innamorati… I movimenti degli occhi, per dire la cosa più banale. Ma non quelle occhiate che tutti si potrebbero immaginare, tipo i cenni d’intesa o gli sguardi di rimprovero. È una cosa molto più sottile.

Per esempio, quando Stan esegue col sax le linee centrali di un nuovo pezzo che propone fresco fresco al quartetto, insomma, quando per la prima volta fa ascoltare ai suoi colleghi della “merda” nuova, intravede gli impercettibili movimenti degli occhi di Big Joe “Cacaspilli”, mentre quello se ne sta perfettamente immobile seduto sullo sgabello dietro la batteria. Stan sa perfettamente cosa sta combinando il compare: sta guardando in successione i punti esatti dei tamburi, dei piatti e del rullante dove andrà a poggiare i suoi colpi, immaginandone l’intensità e l’accento. Uno per uno li vede quei colpi (e, nella sua testa già li sente) accompagnare e corroborare la musica appena accennata dal sax.

Stan riesce a misurare la mole di invenzioni ritmiche, distingue, seguendo i minimi movimenti degli occhi di Big Joe, le linee ritmiche che il ciccione sta immaginando. Lui, Stan, non sarebbe mai stato capace neanche di immaginarne un decimo. Stan sa che la fantasia di Big Joe è la salvezza del quartetto e della loro musica. Senza quella folle creatività verrebbe fuori una roba elegante e armonicamente ineccepibile, ma rigida e prevedibile come uno di quei soliti standard che fan venire il latte alle ginocchia.

Le palle degli occhi di Big Joe, in un certo senso, stanno tracciando dei segni sulla partitura mentale che il batterista sta componendo a partire dalle sollecitazioni offerte dal sax di Stan. È incredibile! Perché quei movimenti oculari non sono molto più ampi dei rapid eye movement che accompagnano il sonno paradossale e i sogni che lo popolano.

Stan è contento che l’omone della batteria, il “suo” gigante buono, sappia ragionare con la sua testa.

Il fatto che Stan sia in grado di percepire quei minimi movimenti oculari è la prova del legame che lo lega al suo corpulento batterista: un permanente dialogo creativo fatto di ascolto, di scambio, di intuizioni, di complicità e di fiducia. Visto da fuori, come lo vedo io, che sono un semplice agente procacciatore d’ingaggi e contratti, quella roba sembra telepatia allo stato puro. Ma, in fondo, so che non è così: quella roba è jazz, mescolato con massicce dosi d’amore.

Se Big Joe dovesse mai leggere queste righe, di sicuro mi direbbe, mentre mi abbraccia quasi stritolandomi, tra le braccia grosse come prosciutti: “Cazzo, nanetto, ma come ti viene in mente di sputtanarci scrivendo ‘sta merda?”.

da: www.pabuda.net

NOTA DELLA BOTTEGA: Pabuda ha dedicato numerose “neuropoesie” al jazz; per esempio qui Pabuda: «Lennie va in sordina» , qui Pabuda: «Solo Monk» e qui Un imprevisto (doppiamente) faraone: gran jazz più… ma pure qui, riprendendo Murakami Haruki: MIA IDEA DI BAKER

 

db – ma oggi si firma Ulef Zafravobsky- fa finta di essere un medico (invece è un malato) e dunque dà consigli come se piovessero …note

Questo era un verbale segretissimo – solo 19 persone ne avevano copia – ma visto che stiamo facendo un pa-jazz-o “dossierone” ECCOLO.

intervengono nell’ordine Er capo cor serpente (Ippocrate no?), Core mio, Meglio Te Sento, Anvedi, Testa Matta e Chi va cor Zoppo

IPPOCRATE – visto che la notizia del giorno è che tanti si curano in rete ci adatteremo: forse un primo chek-up con farmaci-alfieri gioverebbe a rafforzare le jazzdifese immunitarie; apriamo la discussione, raccomando ove possibile interventi brevi e densi alla Parker, alla Monk o alla Jazz Sebastian Bach. Aho, ormai trovate tuuuuutto (o quasi) su Youtube.

CARDIOLOGIA –  per iniziare un classico Sonny Rollins: My Old Flame oppure The Bridge.

OTORINO – se dico Ornette Coleman lei, ipotetico XY, cosa capisce?  Ornette Coleman Trio at the Golden Circle a esempio. E vediamo, anzi sentiamo, che effetto le fa Max Roach: Drums Unlimited.

OCULISTICA – rafforziamo lo sguardo con Enrico Rava che sta per compiere 80 anni ma suona ancora divinamente; oppure (per restare alla tromba ma non andare sul solito Paolo Fresu) il più giovane Fabrizio Bosso.

NEUROLOGO – inevitabilmente “COCOCO” cioè Continuare Con Coltrane (opera omnia) magari partendo da In a sentimental mood  con Duke Ellington ma per arrivare a My Favorite Things e A Love Supreme. Integrare però con Charles Mingus, tipo Original Faubus Fables e/o con Wynton Marsalis (Black Codes).

ORTOPEDICO: sulle costole mettiamo Miles Smiles o simile, Keith Jarret a piacere per le articolazioni ma per il collo e la gola ci vogliono Abbey Lincoln e Billie Holiday, in originale o con Ada Montellanico: per esempio Willow weep for me.

PRIMA CHE ALTRE/I MEDICI RIESCANO A EMETTERE SUONO…. IRROMPONO MUSICISTI MASCHERATI: uno parrebbe Satchmo (possibile?) con zia Ella, l’altro Archie Shepp con zia Billie e poi il quartetto dell’Art Ensemble of Chicago. Ma se quello è Eric Dolphy cosa ci fa sottobraccio con Esperanza Spalding e Federica Michisanti? E poi un trombettista libanese, possibile? E pooooooooi…

s e g u e ?

Magari segue l’anno prossimo con una carrellata di libri, film, ricordi di concerti, leggende e verità.

QUALCHE LINK: cioè db in “bottega” ha scribacchiato di jazz altre volte; per esempio qui e qui Eric: 1) se amate il jazz e… ma anche qui Siccome sono un “pazzo di jazz”… e qui Lettera di Charles Mingus a db

su Radiotre il 30 aprile dalle 23 (o in streaming) un gran concerto di Ornette Coleman
Archivio musicale – Speciale Giornata Internazionale del Jazz
ORNETTE COLEMAN QUARTET
Registrato presso il CPRF di Roma, l’8.2.1968  
Ornette Coleman, sax contralto, tromba, shenai;
Charlie Haden, contrabbasso;
David Izenzon, contrabbasso;
Ed Blackwell, batteria

Ma che ci fa un contrabbasso abbandonato in terra?

Guardate la sequenza QUI SOTTO. E’ la copertina dell’ultimo (penultimo? Ho perso il conto) cd di Roberto Bartoli. E’ un tipo proprio così: che appena vede un contrappasso solitario oppure un contrabbasso abbandonato lo suona per le feste e per le ferie. Jazz e dintorni. Credo che da piccolo abbia visto il film Gli aristogatti e sia stato contagiato (ricordate? Tutti quanti voglion fare jazz…). Voi adesso chiederete: Ma ‘sto Bartoli suona solo il 30 aprile? Macchè, lui suonerebbe sempre e dunque organizza concerti anche nelle case, soprattutto qui nella campagna fra Emilia e Romagna. Bel culo conoscerlo. A proposito: ah Robè ma quand’è il prossimo? Io ‘sto già a nota, ehm volevo dire a rota (db)

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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