Una speranza per il Congo?

di Gianni Boccardelli (*)

Dopo 46 anni di brogli, dittature, saccheggi e guerre, il 30 luglio il gigante africano è corso alle urne. Fra gli osservatori elettorali internazionali c’eravamo anche noi, una sessantina di volontari italiani [vedi «Carta» numero 29 del 2006]. Siamo arrivati qui su invito della società civile del Kivu: la missione è organizzata da Bcp [Beati i costruttori di pace] e da Chiama l’Africa che naturalmente si pronuncia «chi ama» ma è un gioco di parole difficile da tradurre in francese… o in swahili.

A proposito di traduzioni: sul nostro berretto si legge «Hereux les artisans de paix» ma da qualche settimana Joseph Kabila utilizza l’espressione “artisan de la paix”. Come osservatori dobbiamo essere imparziali, così decidiamo di nascondere la frase in francese.

Arriviamo a Bukavu. Qui è cresciuto il piccolo ulivo portato dall’Italia [300 volontari, arrivati in piena guerra] nel 2001 per il «Simposio internazionale per la pace in Africa». Cinque anni dopo torniamo come osservatori internazionali: 65 volontari, dai 22 ai 67 anni. Ci chiamano dal Kivu, una delle regioni più calde, per controllare i seggi a Bobamdana, Masisi; Matanda, Rutshuru, Beni, Oicha; Butembo, Uvira, Kamanjola, Luvungi, Minova [«non vedevamo bianchi dal 1984» e infatti i ragazzini scappano impauriti], Shabunda, Walungu; Kalehe…

Siamo tutti disarmati ovviamente ma su di noi si allunga l’occhio della Monuc, forza militare dell’Onu, che qui alcuni detestano e altri amano. Incontrando i militari facciamo loro domande impertinenti tipo: «sapete dov’è Nkunda?» [ha sulle spalle un mandato di arresto internazionale? È quasi un giallo]. Rispondono «sì, potremmo spazzarlo via in pochi giorni ma la decisione è politica, non spetta a noi». Nkunda è il capo filo-Rwanda. Le sue milizie stazionano nel territorio del Masisi. Divise lacere ma armi sofisticate. Non sono gli unici irregolari: oltre agli Interamwe [milizie hutu, rwandofone, in fuga dal 1994, senza direzione centrale] ci sono i Mai Mai, ora parzialmente organizzati in partito, «partigiani congolesi», per quel che valgono le etichette.

Ci capiterà di incrociare gli ultimi corsi di formazione al voto o di vedere, nei luoghi più improbabili, baracchine elettorali con relativi stendardi. Certo, con un po’ di malizia, qualcuno potrebbe obiettare che persino qui [a Bukavu o a Goma, nera di lava, come nell’Europa lontana anni-luce] la propaganda più ossessiva non riguardi la politica ma lo scontro fra i gestori telefonici. Però in Congo i cellulari sono una necessità – almeno per chi se li può permettere – non una mania/patologia come nell’Occidente dove si parla tantissimo e si comunica quasi nulla.

E’ il gran giorno. Il 30 luglio ovunque la stessa scena, gente assiepata che attende paziente. In alcuni seggi notiamo pigmei di etnia bambuti: incredulità e gioia, anche gli esclusi di sempre votano. In molti bureaux la correttezza regna, in altri rileviamo piccole irregolarità: non sembrano frodi ma scarsa conoscenza delle procedure. Quasi tutti i presidenti lamentano le difficoltà per gli analfabeti. La differenza sembra farla la formazione: dove ci sono stati i corsi quasi tutto fila liscio, negli altri un po’ di kaos c’è.

Grande l’impegno delle chiese ma fra i cattolici congolesi c’è un dissidente illustre, molto [troppo] ascoltato in Italia: Monswengo, vescovo di Kishangani e presidente della conferenza episcopale, anche alla vigilia del voto continua a dire «il popolo congolese non è pronto ». Filo-rwandese a oltranza come alcuni insinuano, vecchie ambizioni politiche frustrate o c’è dell’altro?

L’affluenza nel Kivu è altissima, quasi sempre oltre l’80%. Lo spoglio si fa al buio [nel kit elettorale una sola torcia], senza mangiare o riposare. Notte in bianco anche per noi wazungu [bianchi] ma valeva la pena: 20-21-22 ore ininterrotte di emozioni e di paure rientrate. Anche i capi della Monuc si dicono piacevolmente sorpresi dall’evolversi pacifico e positivo delle elezioni: «mai capitato in altre situazioni post-conflittuali»

Fuori dalle urne, per molti di noi incontri e choc. A esempio in una prigione “leggera” cioè per piccoli reati. Come tutte le galere del mondo anche quelle congolesi sono strapiene di graffiti. In francese, in swahili e [sorpresa] in latino. Anche se un paio di lettere sono scolorite si legge «Cogito ergo sum». Dentro il carcere, ancor più sorprendente, un solo detenuto pranza con l’unico secondino e con un poliziotto di passaggio. E’ la guardia ad aver chiesto alla moglie di preparare il cibo anche per il recluso: si divide tutto, per poco che sia.

Una fattoria ospita la rieducazione dei bambini-soldato. Ve ne sono 11 con tre educatori e una psicologa. E’ un progetto della Caritas locale che ha «recuperato» centinaia di ragazzi: assistiti psicologicamente, imparano un lavoro e dopo qualche mese tornano alle famiglie [se le hanno e se li «accettano»] oppure vanno in qualche comunità. Prima di star qui fra campi, conigli, maiali e scuola erano arruolati a forza in milizie più o meno irregolari. Raccontano. Soldati quando avevano 11 o persino 5-6 anni. Unica differenza: chi non ha la forza d’imbracciare l’arma finisce nei servizi ausiliari, gli altri sparano, uccidono. Due ragazzi dicono: «abbiamo rubato, assassinato, violentato donne». E un altro: «Anche se ero drogato, ricordo tutto, ho commesso crimini tali che forse neppure Dio potrà perdonarmi».

Il futuro del Congo resta incerto. Già arrivano denunce: le milizie filo-Rwanda si stanno riorganizzando. Non è detto che tutti accetteranno il responso delle urne. Un forte influsso lo giocano le potenze straniere [e le multinazionali]: lo scontro Rwanda-Congo si decide a Parigi e Washington. Intanto la Cina “invade” anche questi mercati. Eppure la società civile congolese sembra forte e proverà a giocare le sue carte.

«Tutti hanno il diritto di fondare sindacati o di affiliarvisi […] Il diritto di sciopero è riconosciuto e garantito»: sono passaggi della nuova Costituzione approvata con referendum. Emilio Lonati, rappresentante della Fim-Cisl, è con noi: «sono nati 278 sindacati, la legge ne prevede al massimo 5, dunque c’è ancora un grande sforzo da compiere».

Al ritorno Eugenio Melandri, Lisa Clarke, Albino Bizzotto così riassumono questa esperienza: «Il Congo è estremamente ricco di minerali e risorse naturali ma dopo il voto sappiamo che il popolo congolese è ricchissimo anche di speranze. Noi speriamo che diventi il centro di un grande movimento di pace per tutta l’Africa».

(*) Gianni Boccardelli è lo pseudonimo che uso (a volte per necessità, altre per una sorta di dedica incrociata a un amico lontano e a uno perduto) per firmarmi. Ho scritto molte volte sul Congo, curando anche un numero della rivista «Pollicino Gnus». Sull’esperienza qui raccontata sono usciti due libri, scritti entrambi da persone che vi hanno partecipato come volontari eppure… che più diversi non si può. Il primo, in ordine alfabetico è «Adesso, a poche ore da qui» (il sottotitolo spiega «reportage dalla Repubblica Democratica del Congo») di Enrico Pili con prefazione di Albert Tshiseleka Felha, pubblicato da Scuola sarda editrice; il secondo è «L’alba della democrazia: viaggio nel Congo che cambia» di Eugenio Melandri, edito dalla Emi.

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