Vita e salute…

… farmaci, sanità, biopolitica e malattie: un dossier di Barbara Bonomi Romagnoli (*)

prozac

La salute non è solo assenza di malattia

L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) definisce la salute come uno «stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia» e soprattutto uno fra i diritti fondamentali che spettano alle persone.

Troppo spesso questo diritto viene negato. A volte come sinonimo di salute si usa sanità e magari ci si riferisce invece ai tagli alle strutture pubbliche che dovrebbero garantire la salute collettiva o alla privatizzazione del sistema sanitario pubblico. Così come è accaduto in molti altri Paesi del mondo, dove le assicurazioni private sono ormai un obbligo, anche in Italia si va incontro a una sanità privata (intesa come strutture) per ricchi e qualche briciola pubblica per i poveri (l’ultimo governo ha anche ritenuto opportuno accorpare tre ministeri in uno, adesso abbiamo un unico ministero per il Lavoro, la Salute e le Politiche Sociali).

Scelte politiche che hanno gravi conseguenze su salute, benessere e accessibilità ai farmaci. Ampliando il discorso, si può dire che spesso viene meno anche la conoscenza e il rispetto dei differenti saperi medici, o più semplicemente del corpo e delle sue manifestazioni di disagio, evitando quand’è possibile la medicalizzazione eccessiva.

Il dossier di questo mese affronta quindi un tema assai complesso, difficile da ridurre in poche pagine, perché si potrebbe affrontare il nesso fra vita e salute da molteplici punti di vista, senza contare tutte le questioni che attengono alla delicata sfera della biopolitica: dall’eutanasia alla ricerca sulle staminali. Proponiamo spunti, suggeriamo alcune riflessioni e tematiche, dalla salute riproduttiva delle donne alla questione delle erbe medicinali e i farmaci da esse ricavati, si accenna alla questione delle pillole «magiche», psicofarmaci dati a volte con estrema superficialità ad adulti e bambini.

Non è solo una lista delle cose che non vanno, anzi. Raccontiamo anche la storia di una cooperativa che ha fatto dell’incontro fra culture il suo punto di forza e di medici che non fanno obiezione di coscienza per un aborto ma obiettano sulle politiche delle case farmaceutiche che decidono sulla vita e la morte di milioni di persone.

Del resto, come sostengono gli autori del terzo rapporto dell’Osservatorio italiano sulla salute globale «se un bambino di una nostra città morisse per una semplice diarrea ne parlerebbero i giornali. Ma degli oltre due milioni di bambini che ogni anno muoiono per questo ordinario problema intestinale non parla nessuno. Se poi consideriamo altre malattie facilmente curabili, a esempio la polmonite, il numero di quei morti sale a circa 9 milioni e mezzo». È a partire da questa evidente ingiustizia che il terzo rapporto si sofferma sull’analisi delle «politiche di aiuto sanitario rivolte ai Paesi in via di sviluppo, cercando di rappresentare le diverse filosofie alle quali sono ispirate e criticandone alcuni aspetti. Non è scontato cosa significhi aiutare qualcuno, lo si può fare in diversi modi. Si può operare “orizzontalmente”, avendo come obiettivo il miglioramento dei sistemi sanitari già presenti nei Paesi dove si interviene, oppure “verticalmente” creandone di nuovi e specifici, ma che dipendono direttamente – forse troppo – da chi dall’esterno porta un aiuto. Come valutare l’efficacia di questi interventi? Si tratta di questioni complesse, ma di sicuro uno dei criteri da adottare è confrontare il denaro investito rispetto al numero di vite salvate».

Dopo aver affrontato il tema della salute in rapporto alle trasformazioni della globalizzazione e delle disuguaglianze nella salute fra nazioni o all’interno di una nazione, l’Osservatorio affronta la questione del chi ha il potere e di come lo usi attraverso il nuovo rapporto dal titolo «Salute globale e aiuti allo sviluppo. Diritti, ideologie, inganni»: un volume corposo realizzato da un pool di esperti che parte della considerazione della rivista «Lancet» secondo cui molte persone «stanno morendo perché coloro che hanno il potere di prevenire quelle morti hanno scelto di non agire».

La salute della donna: intervista a Graziella Sacchetti

Fra gli obiettivi del millennio che entro il 2015 dovrebbero portare benefici a tutta l’umanità, al quarto posto c’è quello di diminuire la mortalità infantile al di sotto dei cinque anni, attraverso un sistema di assistenza sanitaria di base, mentre al quinto posto si annuncia di voler migliorare la salute materna poiché molte donne nei Paesi poveri muoiono per cause legate alla gravidanza e al parto. In questi casi si parla di Paesi in via di sviluppo, in realtà sappiamo bene che anche nel nostro avanzato Occidente la salute riproduttiva della donna non gode di un ottimo stato. Situazione aggravata in Italia dalle ingerenze della Chiesa cattolica sulle tematiche connesse all’aborto e in generale alle questioni che entrano nel complesso campo della cosiddetta bioetica.

In Italia alcune leggi, come la 40 sulla procreazione assistita, hanno rischiato di mettere in discussione il diritto all’aborto. Ma per rafforzare l’autodeterminazione delle donne, migliorarne la salute e aumentare la possibilità di una scelta libera e consapevole sul proprio corpo, esistono in Italia diversi centri gestiti da donne e per donne. Fra questi Crinali, associazione fondata a Milano nel 1996 che promuove iniziative e progetti di ricerca, formazione e cooperazione internazionale. Ha realizzato numerosi corsi, seminari, convegni sul contributo delle donne allo sviluppo sostenibile, alla soluzione non violenta dei conflitti e alla creazione di una società multiculturale.

Per dare sviluppo a queste attività è stata costituita anche la Cooperativa Crinali e nei vari progetti realizzati in questi anni nel campo della clinica transculturale sono stati coinvolti e formati più di cento operatrici/operatori di vari consultori di Milano e provincia e degli ospedali di Milano in particolare S. Carlo, S. Paolo, Buzzi e Sacco. «Abbiamo sempre lavorato insieme a native e migranti non solo per dare assistenza nel percorso riproduttivo delle donne che si sono rivolte a noi, ma anche per trasformare le istituzioni e renderle più accessibili a tutte» – racconta Graziella Sacchetti, una delle ginecologhe della cooperativa Crinali – «anche perché c’è da tenere presente che le donne straniere fanno in genere molti più figli delle italiane e spesso ci sono problemi con la non conoscenza della loro lingua e cultura».

In Italia è davvero garantita la salute riproduttiva?

«Negli ultimi 20-30 anni è cambiata molto l’ostetricia in Italia. Negli anni ’80 abbiamo assistito all’irruente irrompere della tecnologia, che, se da un lato ha avuto aspetti positivi, dall’altro ha significato anche un intervento tecnologico non solo sul piano fisico ma anche su quello emozionale-esperenziale».

È per questo che sono aumentati tanto i parti cesarei? Non sono pericolosi per la salute della donna?

«Non si può dire che con il parto cesareo non sia garantito il diritto alla salute, piuttosto la donna ha meno voce in capitolo perché la tecnologia le ha tolto questa capacità».

Un altro tema caldo in questi anni è quello dell’aborto…

«L’ivg cioè l’interruzione volontaria di gravidanza, rispetto alle italiane è sempre meno frequente, rispetto alle migranti invece più è recente la migrazione e più è frequente è la scelta. L’obiezione di coscienza è permessa dalla 194, certamente la convivenza con questo problema aumenta la difficoltà degli operatori anche nella comprensione del fenomeno, è importante capire e accettare che ci sono altre culture dove l’ivg è considerata un metodo contraccettivo. Del resto è così anche per alcune italiane anche se non ne sono consapevoli. Per esempio le donne dell’Est Europa, soprattutto Romania e Moldavia, aldilà della sofferenza vivono l’ivg con grande differenza rispetto a noi, anche per via dei minori sensi di colpa dovuti dalla loro cultura non fortemente cattolica. Diverso invece per le donne del Sud America molto cattoliche che vivono malissimo l’aborto».

Che rapporto avete con le donne migranti?

«I luoghi di salute si sono riempiti di donne migranti, da qui la fondamentale importanza della formazione di mediatrici linguistico-culturali, così che le donne migranti abbiano un rapporto meno asimmetrico con il dottore e/o operatore. Crinali fa doppia formazione verso gli altri e all’interno nel proprio gruppo affinché sia comprensibile in che modo il percorso migratorio incide sulla salute della mamma e del bambino. Il primo nato nella migrazione anche se non è il primo figlio è quello che potrebbe avere maggiori problemi».

Fra gli obiettivi di sviluppo del millennio al quinto posto c’è la salute materna…

«Non ci credo più. Ho iniziato a fare la ginecologa quando l’obiettivo era dimezzare almeno le morti per parto. Mi ritrovo con gli stessi indici di 25 anni fa, se non peggiori. Sarebbe da mettere al primo posto, non al quinto. Credo che anche le politiche di cooperazione non abbiano portato agli obiettivi sperati. Ho lavorato due anni in Africa e i pochi passi che si sono fatti sono merito delle donne africane che hanno studiato, è stata una loro lotta personale, un processo di empowerment di alcune di loro. Nel mondo muoiono ancora milioni di donne per parto o aborti illegali. Purtroppo sono arrivata a pensare, con dolore e forse troppo scetticismo, che siano obiettivi irrealistici.

Tranquillanti e psicofarmaci nella società dei consumi: tratto da «Psychofarmers®» di Pietro Adamo e Stefano Benzoni, Isbn edizioni, 2005

Nel 1963 la casa farmaceutica Roche mise in commercio uno dei primi tranquillanti a base di diazepam: il prodotto si chiamava Valium e nel volgere di pochi anni è diventato il farmaco più venduto negli Stati Uniti. Tre anni più tardi ai nuovi tranquillanti, più sicuri e maneggevoli dei vecchi barbiturici, i Rolling Stones dedicarono la famosa Mother’s Little Helpers. Per i «piccoli aiutanti di mamma» è un successo: se ne parla in trasmissioni televisive e sceneggiature cinematografiche, vengono consumati illecitamente sui mercati clandestini, diventano argomento di conversazione di borghesi annoiati. La psicofarmacologia abbandona definitivamente le corsie dei manicomi.

La chimica per la mente non è più solo appannaggio di hippies, bohémiens e tossicomani. A quarant’anni di distanza da quella rivoluzione, Valium e affini resistono in un mercato sempre più affollato di alternative variopinte: della confezione del prodotto di casa Roche si può persino trovare una versione in miniatura per la casa delle bambole. Nei soli Stati Uniti oltre un milione di persone ricorrono in modo abituale ai tranquillanti senza consultarsi con un medico. Li usano a scopo di suicidio non solo casalinghe disperate, ma anche decadute contesse nostrane, rockstar, attori, poeti. Si sviluppa una vera e propria mitologia, un po’ in sordina rispetto a quella «liberazionista» suscitata dagli psichedelici, ma altrettanto celebrativa e con un impatto forse maggiore sull’immaginario collettivo. Fiutato l’affare costituito dalla svolta pop in psicofarmacologia, l’industria farmaceutica foraggia senza tregua prodighi ricercatori per sviluppare molecole, curare vecchie malattie, scovare nuovi disturbi. E mentre John F. Kennedy, Janis Joplin, Elvis Presley e l’intera troupe del film Lawrence d’Arabia fanno i conti con le conseguenze di un consumo disinvolto di anfetamine – e l’eco di quegli scandali riecheggia ancora nel 1983 in un moralistico episodio della serie televisiva Family Ties, in Italia Casa Keaton – sul mercato compaiono a raffica nuovi stimolanti e antidepressivi per un successo ancora oggi indiscusso. Nel 1987 viene messo in commercio l’antidepressivo Prozac, probabilmente il più noto psicofarmaco oggi in commercio: lo usano (e ne abusano) ventidue milioni di americani, per un consumo che nel 2001 vale circa due miliardi di dollari. E più o meno negli stessi anni in cui gli armadietti della sala medica della Juventus si riempiono di psicofarmaci, tracce del principio attivo del Prozac sono rinvenute in alcuni acquedotti britannici e nel sangue dell’autista che guida l’auto di Lady Diana contro un pilone di cemento armato. Libri come l’autobiografia sessual-farmacologica di Elizabeth Wurtzel, Prozac Nation, diventano best seller di fama mondiale. Si stampano gadget e T-shirts con la scritta «Dio ci ha fatto sorelle, il Prozac ci ha reso amiche». Gente comune e celebrità sono colte con le mani nel sacco a rubare in farmacia, come in altri tempi si sarebbe fatto in banca, a falsificare prescrizioni, ad addizionare con psicofarmaci bevande di giovinette indifese per poi approfittarne.

Paxil, Xanax, Ritalin, Zoloft, etichette che valgono milioni di dollari, marchi noti più o meno come Coca-Cola, Nike, Gucci, Sony, da vendere nello stesso mercato, da consumare ed esibire con analoga frenesia. Prodotti che hanno abbandonato quasi del tutto l’aura austera delle terapie mediche per guadagnarsi una mitografia degna dei beni di consumo di massa. Un fenomeno che in Italia riguarda ogni giorno almeno cinque milioni di persone e alimenta un mercato da 380 milioni di euro l’anno.

Questo libro è – a nostra conoscenza – il primo tentativo di ricomporre la mitografia degli psicofarmaci in un’unica “storia”, di accostare le ragioni chimiche del loro successo alla mitologia, non di rado sommessa, dei loro effetti. L’immagine che ne risulta appiana le contrapposizioni attraverso cui solitamente diamo senso alle questioni mediche: “sano-malato”, “sintomo-cura”, “medico-paziente”. Distinzioni e gerarchie che si perdono, sostituite da nuovi sistemi di valori, sempre più simili a quelli attraverso cui scegliamo e giudichiamo scarpe, orologi e automobili.

(*) pubblicato nel marzo 2009 sulla rivista «Cem Mondialità» (www.cem.coop). Nel cercare «il meglio del blog» mi sono sorpreso nel trovare un sacco di bei post che io pure avevo dimenticato ma anche di scoprire che alcuni articoli o dossier – come questo di Barbara – per qualche misterioso motivo mancano. L’ho riletto in questi giorni, anche dopo aver visto «Mani sulla sanità», il docufilm di Giuliano Bugani e Daniele Marzeddu, e non mi pare affatto invecchiato.

LA VIGNETTA E’ RIPRESA DALLA RETE. NON HO TROVATO INDICAZIONE DELL’AUTORE O DELL’AUTRICE. CHI LO SA ME NE INFORMI, GRAZIE.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.