Vivendi: buttare fuori gli “anziani”

Quando i piani industriali fanno male alla salute

di Vito Totire (*)

Alcune notizie stampa riguardanti Vivendi fanno venire in mente un profilo intermedio fra Dracula e mr. Hyde. Si parla di “ripulire il sangue”, in sostanza assumendo (pochi) “nativi digitali” ma per rimpiazzare 5.000 o meglio 10.000 “anziani”. Resa pubblica l’entità della spesa (presumo irrisoria) ipotecata per facilitare la fuoriuscita.

L’età media dei lavoratori è 49 anni, reputata troppo “geriatrica” perché Vivendi possa pensare a un recupero attraverso corsi di aggiornamento. Eppure i corsi di formazione ormai devono diventare una prassi generale e utile davvero per tutti i comparti produttivi.

Credo che questo modo – di Vivendi – di far conoscere il proprio “programma industriale” sia fortemente ansiogeno e che i lavoratori – soprattutto se “attempati”- si stiano procurando catene di aglio contro chi vuole succhiare il loro sangue. Fuor di metafora, parliamo di una azienda che eredita tremila cosiddetti “esuberi” nell’ambito del contratto di solidarietà attivato tre anni or sono (occorrerebbe peraltro monitorare la gestione della legge 68/1999 relativa al collocamento obbligatorio). Vari esperti in materia di organizzazione e di psicologia del lavoro hanno dato indicazioni utili sulle modalità con cui “comunicare la crisi”, ciò anche al fine di evitare il più possibile traumi e distress ai lavoratori. Certo il problema non è addolcire la pillola ma resta sempre quello di trovare l’equo bilancio sociale fra produzione, reddito e impatto ambientale. Ma un dato drammatico va ricordato come monito per il futuro, per non ripetere gli stessi errori: un’ondata di suicidi (furono 58 tra il 2008 e il 2010) seguì, alcuni anni fa, la ristrutturazione di Telecom France e tutti gli osservatori indipendenti misero in relazione quella silenziosa strage con la scelta aziendale e in particolare con i modi nei quali venne condotta. Dopo l’ondata di lutti vi fu una doverosa inchiesta penale e solo allora fu abbozzata da Telecom France qualche autocritica ipotizzando interventi di prevenzione del distress lavorativo.

Occorre riflettere sulla storia per evitare di replicare gli “errori”. A prescindere dal nome dell’azienda e della nazionalità del padrone.

(*) Vito Totire è medico del lavoro/psichiatra

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