«Il corteo dell’acqua»

Rita Manganello sui racconti di Yoshimura Akira

«Il corteo dell’acqua» di Yoshimura Akira  – edito da Atmosphere libri – è una serie di tre racconti, il primo dei quali dà il titolo al libro. Buona narrativa giapponese che si legge con piacere, agevolati dalla prosa fotografica che valorizza i dettagli e conduce il lettore nei luoghi delle vicende tratteggiate e nell’interiorità dei personaggi.

Narrazione di grande efficacia descrittiva che mette in luce l’essenzialità dello spirito giapponese, poco incline al ridondante, anche nei momenti di intensa drammaticità. Nelle storie affiora un’impronta poetica che non cede all’esasperazione dei toni lasciando spazio al naturalismo opportunamente dosato.

Lo scenario del primo racconto è uno sperduto villaggio montano scoperto a seguito della caduta di un bombardiere durante la guerra. Qui si insedia il cantiere di un’impresa dedita alla costruzione di una diga situata sul fondo valle. Il protagonista, precedentemente detenuto in carcere per l’assassinio della moglie, si presenta come lavoratore nel cantiere.

Nel flusso della narrazione egli non esita a fornire, con lucida freddezza, il resoconto dell’uccisione della moglie fedifraga, fatto che gli procura una condanna lieve; le radici del gesto efferato sono rintracciabili in un’infanzia sofferente e un’adolescenza solitaria. Un’acuta sofferenza alimenta la coscienza inquieta di un adulto che, con razionale distacco esibisce il suo macabro feticismo consistente nel conservare parte dei resti scheletrici della defunta moglie.

Credevo che avere sempre con me le sue ossa avrebbe affievolito la mia collera nei suoi confronti.

Il turbamento del protagonista si manifesta in un amalgama rivelatore di un animo rassegnato al tormento accolto con doverosa forza d’animo.

Nel duro lavoro alla diga la morte è un accadimento che non desta alcuna sorpresa.

Nel computo dei costi di progettazione lavori pareva fosse contemplato anche il risarcimento alle vittime commisurato alla potenza massima in kilowatt.

Una natura battuta dalla pioggia e rigogliosa fa da cornice agli avvenimenti.

La storia è animata dal dialogo silenzioso del protagonista che osserva la reazione degli abitanti del villaggio provati dalla presenza del cantiere; l’uomo agisce per delega del lettore: noi conosciamo i fatti filtrati dalla sua coscienza e osservazione turbata, e non si può dire che gli accadimenti non contribuiscano ad accentuare il suo turbamento. Una coscienza a tratti autoaccusatoria ma distaccata.

Nel secondo racconto – La ferrovia sulla schiena – il protagonista, altro io narrante, insiste sistematicamente nella sua ossessione per le ossa. Durante un intervento chirurgico ai polmoni, il chirurgo estrae cinque costole che l’uomo pretende di riavere indietro e conservare, affascinato in parallelo dalle orate scarnificate, ridotte a semplici lische – dirà la moglie – presenti in fotografia sulla rivista Graph. Le lische costituiscono l’evidenza che sollecita in lui il desiderio di osservarle da vicino. Parte per un breve viaggio esplorativo lasciando a casa la moglie incinta e il figlio di due anni.

Mentre osservavo la pioggia dalla finestra mi sono tornati in mente gli occhi luminosi delle orate che mi guardavano dal vaso e le lische in trasparenza. E spontaneamente ho rivisto il colore delle mie costole che rilucevano in un contenitore dopo l’operazione.

Delle costole asportate ne otterrà una, conservata con cura per una decina d’anni, sottratta poi dal fratello minore dell’uomo, infastidito da questo comportamento morboso.

La cicatrice sulla schiena è occasione di gioco per il figlio piccolo del protagonista.

Mi sono immerso nel futon e ho chiuso gli occhi. Nitida come non mai ho percepito la cicatrice sulla mia schiena. Curve rotaie di ferro. Immaginavo un trenino con su il mio bambino avanzare mezzo storto su di loro, cigolando sulle piccole ruote, lungo la mia schiena.

Qui la finzione si mescola alla realtà, infatti Yoshimura Akira fu sottoposto a intervento chirugico ai polmoni a ventuno anni; lo veniamo a sapere dalla postfazione a cura della traduttrice Maria Cristina Gasperini. L’intervento chirurgico fu elemento cruciale nella scelta definitiva della carriera letteraria dell’autore. Ashimura non mancò di incontrare Yukio Mishima [1] durante gli studi universitari, come riportato nell’autobiografia Watashi no bungaku hyōryū.

Inseguire le proprie ossessioni è un tratto distintivo osservabile in questa serie di racconti di fattura accurata, unitamente a elementi fattuali tratti da svariate materie fra cui la storia, con un attenzione particolare a guerra, la medicina, la geografia, l’ingegneria e la zoologia. Puntare sulla ricerca meticolosa in questi campi, funzionale alla stesura delle trame, è la cifra stilistica dello scrittore, apprezzato nel mondo della moderna letteratura giapponese.

Da alcuni suoi lavori anche risalenti agli anni dello studio universitario sono stati tratti radiodrammi, sceneggiati e film trasmessi da radio e televisioni giapponesi a partire dagli anni Settanta.

Anche se metto al centro i fatti, io scrivo romanzi. Tolto il superfluo, scrivo la storia che ho in mente.

Noto come lo scrittore “che fa ricerca”, Yoshimura Akira è considerato un innovatore della kirokubungaku, la letteratura di genere documentario basata sulla raccolta dei dati e l’aderenza al fatto (nella postfazione ben lo spiega Maria Cristina Gasperini).

Nel terzo racconto – La Fila – la morte torna ad affacciarsi persecutoria nelle ansie del protagonista. Durante viaggi di lavoro anche brevi telefona a casa per ricevere rassicurazioni sullo stato in vita dei parenti afflitti da una salute precaria. Infausti ricordi d’infanzia tempestano la sua memoria rendendolo incline a tali preoccupazioni.

Neppure con il matrimonio ero riuscito a liberarmi dall’angoscia che accadesse qualcosa in mia assenza. In effetti mia figlia da piccola si era procurata una grande ustione dalla guancia all’orecchio mentre ero fuori una notte, e mia moglie era stata investita da un’auto, aveva perso conoscenza ed era stata ricoverata in ospedale sempre una volta che ero via per lavoro.

Successivamente l’attenzione si concentra sul giovane nipote Shunsuke, la cui “stranezza” è conseguenza della visita di commiato alla defunta nonna. Stranezza aggravatasi a seguito della sua partecipazione a due funerali. Shunsuke assimila l’idea della morte come evento ineluttabile.

A seguito del peggioramento del bambino, lo zio gli fa visita ascoltando il suo ragionamento al limite della presa di coscienza circa la fila:

Al secondo episodio di stranezza, mio nipote aveva pronunciato la parola “fila”.«Gli uomini muoiono tutti?» mi aveva chiesto con gli occhi impauriti» (…) «Allora stiamo tutti in fila verso il giorno in cui moriremo…». «È vero, è una fila. Dici una cosa molto appropriata. Una fila, è proprio una fila» convenni, e per la prima volta sul suo viso era affiorato un sorriso.

La conversazione fra zio e nipote è il sigillo che chiude il racconto lasciando al lettore le considerazioni sulla naturalezza di un rapporto costruito sull’ascolto del bambino da parte dell’adulto, rispettandone la delicata percezione della sorte non negoziabile che ci accomuna tutti.

[1] di Mishima non possiamo non ricordare il suicidio rituale e l’estetica della morte, ossessione che ricorre frequentemente nei racconti de «Il corteo dell’acqua».

Yoshimura Akira (1927-2006) è un pluripremiato scrittore giapponese. Ha scritto, tra gli altri, うなぎ «Hagoku», 1983 (da cui è stato tratto il soggetto del film «Unagi», L’anguilla, Palma d’Oro al festival di Cannes nel 1997), 水の葬列 «Mizu no sōretsu» (Il corteo dell’acqua 1967), 破船 «Hasen», 1982.

Dopo il catastrofico tsunami dell’11 marzo 2011, il suo «Sanriku kaigan ōtsunami» (Il grande tsunami della costa del Sanriku, 1970) fu ristampato in 150.000 copie. Sposato alla scrittrice Tsumura Setsuko, è stato presidente della Nihon bungeika kyōkai (Japan Writer’s Association) e membro del PEN Club.

 

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