Il cubo alieno, la borgata, James Joyce e i viaggi nel tempo

Recensione a «Paradox» di Massimo Spiga

Si inizia inseguendo i 5 aprile, ogni anno «alle ore 1:11». Saltiamo dal 1999 al 2001, al 2004, al 2007 e poi al 2013: ci prepariamo, con Perla – la protagonista, prima bambina e poi 25enne – e con Tao, barbone sapiente e/o sovversivo e/o pazzo, all’arrivo del «cubo».

La prima parte di «Paradox» (Acheron: 308 pagine per 12 euri) di Massimo Spiga mi ha conquistato. Poi nelle altre tre sezioni in cui il romanzo è diviso ho trovato pagine molto belle e altre troppo sbruffone/agitate per piacermi.

Come di consueto, non racconterò la trama; d’altronde in questo caso sarebbe stata davvero dura perché siamo dalle parti del caos o, se preferite, di «Finnegans Wake» incrociato con William Burroughs, con spruzzate di Hakim Bey e Abel Zug, di George Dyson, giochi di ruolo, Valerio Gentili e Marco Philopat… Ma devo confessare la mia ignoranza per altri riferimenti citati da Spiga nei «Titoli di coda»: infatti, per dirne una, «la storia raccontata in Paradox si svolge all’interno della vasta cosmologia narrata in Multiverse Balad (Origami edizioni, 2014) di Andrea Atzori» e io nulla ne so. Chiedo il minimo della pena.

Già nelle primissime pagine, descrivendo «la città vecchia» e inquadrando alcuni protagonisti, Spiga si mostra maestro di sintesi: scrivere che c’è una «intera comunità asservita alla santissima Trinità nella sua forma più essenziale: bevi / fuma / fotti» fa risparmiare molte pagine e chiarisce la situazione con invidiabile chiarezza. Come «espressione Clint» oppure «immaginazione contro obbedienza».

E ancora: «La vita scorre lenta per chi non ha un cazzo da fare». Oppure: «capi che riqualificazione significava prendere la gente più pezzente e chiuderla in un unico quartiere, in modo che non sporchi il centro e non importuni i turisti». O un ben triste: «Perla si chiese se valesse la pena licenziarsi e mettesi a vendere grammi agli angoli della strada come tutte le persone normali». La città dove abita «Perla Spada, classe 1988» – a suo modo «ambasciatrice dell’umanità» – è «inattiva, atrofizzata, immobile, inanimata, spenta, sterile, defunta, estinta, trapassata, dimenticata, finita, trascorsa, sepolta». Ma forse un «cronoclisma» è in arrivo…

Una frase di Paracelso apre il libro: «Chi nasce, nasce per soffrire. Chi è creato, è creato per servire». Segnalo ai seguaci di Marja che «ovviamente anche la canapa è un Dio – ovviamente! – quando il suo sacrificio tramite il consumo umano lo rende una sostanza sacramentale». Raccomando a cinefili e/o a chi si sente una minoranza religiosa le pagine dove appare un cane – «peloso e sbavante affetto» – di nome Dio, «il primo cane vittima di persecuzioni religiose della storia dell’umanità».

Imperdibile per chi ama lo stile Burroughs. E ancor più per joyciane/i. Accenno solo un paio di ideuzze/ideone: «Finnegans Wake» viene usato per fermare – anzi «cambiare» – gli avversari più pericolosi ma anche per lanciare messaggi da un piano spaziotemporale all’altro, correndo dunque nell’esilio parigino…

Ove mai vi intrighino Lovecraft, il precetto taoista Wu Wei, la Chiesa di Satana, l’Aleph (qui in versione insolita), la Cabala, il fiume di escrementi, i Roshaniya, gli dèi schiavi, il presidente Saragat, Mauser nel senso di bangbang, i viaggi nel tempo, Kismet, i cani umani, le macchine di Rube Goldberg allora non perdetevi «Paradox»; per me c’è un po’ troppo in un libro solo ma ne sono comunque uscito con un certo godimento.

«Abbiamo perso ma avevamo ragione. La marea monterà un’altra volta». Sì e anche io, come il saggio e “buffo” Tao, continuo a sperare. Non solo: come chi si arruola nelle «armate» di Ned Ludd, Pugachev, Muntzer a volte commetto «il crimine più innominabile»: mi diverto.

IL MIO AMICO SEVERO DE PIGNOLIS MI CHIEDE DI FARE QUESTA DOMANDA A MASSIMO SPIGA: «Mi sa che a pagina 128 c’è un errore: dove è scritto “2016” dovrebbe essere 2013. Me lo confermi?».

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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