Industria, sanità, scuola: cose serie

di Franco Astengo

L’emergenza sanitaria ha messo a nudo l’estrema fragilità del presunto e sedicente “Sistema Italia”.

Una fragilità evidente in tutte le articolazioni sistemiche: nelle istituzioni centrali, nel decentramento, nel complesso delle infrastrutture, nell’assenza di una programmazione economica e di un piano industriale, nella capacità di affrontare la molteplicità di esigenze derivanti dai problemi emergenti nei servizi collettivi, come sanità e scuola, abbandonati alla logica della privatizzazione del profitto e dall’incuria.

Una società quella italiana al riguardo della quale la politica ha coltivato nel corso del tempo individualismo, corporativismo e clientelismo: fattori non affrontati in passato e non risolti dalla supplenza esercitata per anni dalla Magistratura posta a guardia della ricorrente “questione morale”.

Anzi, aggiungendosi l’elemento di spostamento in negativo nel ruolo delle Regioni che si è accompagnato alle spinte autonomiste e alla personalizzazione esasperata realizzata con l’elezione diretta dei Presidenti – diventati chissà perché “Governatori” – i fattori appena citati di individualismo, corporativismo, assistenzialismo si sono esaltati con l’arrivo al governo del M5S.

Gli esponenti del MoVimento in partenza corifei della cosiddetta “antipolitica” si sono dimostrati pronti a tramutarsi nei più voraci divoratori di potere mai visti nella recente storia d’Italia.

M5S ovviamente collocati al Governo non da soli , senza i “pieni poteri” che altri hanno reclamato ma perno di una operazione trasformistica che, attraverso le figure lasciate fisicamente inalterate del Presidente del Consiglio e del Guardasigilli (particolare questo non trascurabile secondo l’attualità) sono transitati dall’alleanza con la Lega a quella con il PD. M5S e alleati di volta in volta tutti molto disinvoltamente.

Così nella crisi verticale che stiamo attraversando la centralità sembra essere quella del rilancio dei consumi individualistici, dell’abbattimento dell’IVA, della riduzione delle tasse, della rottamazione delle cartelle, in un Paese soffocato da bonus e CIG ma che dispone di 4400 miliardi di ricchezza privata e nasconde 120 miliardi all’anno di utili al fisco nel quale (pensando alla “vexata quaestio” degli aiuti europei) il rapporto deficit/PIL è schizzato al 158,9%.

Domani 25 giugno i metalmeccanici (beninteso Cgil, Cisl e Uil hanno la loro buona parte nel disastro fin qui descritto) tenteranno di sollevare l’attenzione sulle “cose serie” dell’assenza di programmazione e di piano industriale.

In questo momento – nonostante il MISE sia sempre saldamente in mano ai taumaturghi del MoVimento – rimangono aperti 144 tavoli di crisi industriale.

Sono a rischio – per adesso senza aver fatto i conti con la situazione postemergenza sanitaria resa occultata da CIG e blocco dei licenziamenti – circa 300mila posti di lavoro.

I settori interessati sono quelli centrali per l’intera economia nazionale: siderurgia, automobilistico (chissà perché adesso chiamato “automotive”), elettrodomestico, avionica, civile.

Qualcuno ha opportunamente scritto che siamo nel cuore della manifattura italiana. Un cuore, ha aggiunto, sfibrato però dal declino delle partecipazioni statali, dalle scommesse azzardate dell’imprenditoria privata italiana, dalle scorribande delle multinazionali.

Tanto per fare esempi.

Nella siderurgia dopo l’accordo di marzo tra governo e Arcelor Mittal, che confermava il progetto di una guida pubblico/privato, la situazione dell’Ilva di Taranto è tornata in alto mare: la multinazionale franco-indiana infatti, nel frattempo, ha presentato un piano che prevede circa 5.000 esuberi.

A Piombino gli indiani di Jindal faticano a rilanciare la fabbrica e si sta facendo strada l’idea del fiancheggiamento da parte dello Stato.

A Trieste Arvedi ha spento l’altoforno e si attendono certezze sul futuro degli attuali esuberi, mentre a Terni ThyssenKrupp ha deciso la dismissione dell’impianto Ast aprendo di fatto una fase di grandissima incertezza e fibrillazione per i suoi 1400 addetti. Continuano a sperare i 500 operai della ex Alcoa, in Sardegna: la nuova proprietà (SiderAlloys) si è impegnata a far ripartire l’unica fabbrica italiana dell’alluminio primario dopo aver ottenuto dal governo un costo dell’energia ribassato, ma già troppe volte i lavoratori del Sulcis sono stati illusi. Ricordiamo che si parla di alluminio, cioè di un materiale assolutamente strategico.

Nell’industria automobilistica, in attesa di vedere sviluppi ed effetti della fusione tra Fca e Psa, restano irrisolte la crisi della Blutec di Termini Imerese (ex Fiat), ancora alla ricerca di un nuovo soggetto industriale e con i 680 dipendenti in cassa integrazione da 10 anni; della Bosch di Bari (un migliaio di lavoratori), vittima del declino del motore diesel; della Mahle, con il licenziamento dei 400 addetti ritirato ma con il futuro tutto da decifrare; della CnhI.

Nel settore degli elettrodomestici tremano la Whirlpool di Napoli, con la multinazionale americana che conferma il disimpegno; la Embraco in Piemonte finita nel gorgo dell’inchiesta giudiziaria sul progetto di reindustrializzazione di Ventures; la Wanbao di Belluno che, dopo la “fuga” della multinazionale cinese ha il futuro nelle mani del commissario straordinario. E ancora, la Fiac della multinazionale svedese che trasferisce forzatamente oltre 100 lavoratori da Bologna a Torino, praticamente un licenziamento mascherato, operazione per adesso stoppata; mentre è in atto l’operazione trasferimento della Cavalli di Sesto Fiorentino (alta moda) a Milano che costerà almeno 100 posti di lavoro.

Ancora: la Bekaert di Figline Valdarno, con il sogno (in salita) coltivato dai suoi oltre 300 operai che attraverso il workers buyout puntano a rilevare la fabbrica abbandonata dalla multinazionale belga. La Sirti con 764 esuberi su 3500 addetti. La Alpitel, la Somitech (avviata al concordato liquidatorio), i traballanti 1500 posti di lavoro della Lfoundry. La Jabil di Marcianise che, grazie alla lotta degli operai, è riuscita a scongiurare i licenziamenti decisi dalla multinazionale hi-tech americana nonostante l’emergenza Covid. Nel settore aerospaziale, la Dema, la PiaggioAero e i suoi 1250 dipendenti per il 50% in cassa integrazione, così come quelli della Ema di Avellino.

Per la Bombardier di Vado Ligure, trazione ferroviaria,a gennaio era stato prorogata la CIG per 12 mesi.

Intanto Romano Prodi, il grande promoter, fin dagli anni’80, delle privatizzazioni propone l’ingresso dello Stato come socio di minoranza nelle grandi strutture industriali: un modo curioso di piangere sul latte versato.

Non si esaminano qui – per evidenti ragioni di economia del discorso – il tema delle forniture energetiche e degli effetti dello scambio, nel passato intercorso su larga scala, “industria/speculazione edilizia” affrontando il quale si arriverebbe al nocciolo del tema (in ogni caso non obliabile) dell’occupazione di spazio da parte del cemento e relativo tema della difesa ambientale, dell’assetto idro geologico ecc.

Intanto Confindustria pensa soltanto a demolire definitivamente il concetto di contratto nazionale, si pone arrogantemente come debitrice nei confronti dello Stato per gli spiccioli della restituzione delle accise e sembra far finta di non sapere che il crollo economico atteso per l’autunno non sarà paragonabile a quello della crisi del 2008, né a quello causato dallo shock petrolifero degli anni’70, dell’austerità.

In quel tempo sindacato e forze politiche tentarono – giusto o sbagliato che fosse l’indirizzo – una reazione al livello cui si ponevano le questioni; oggi ci sarebbe bisogno di andare oltre, di ridelineare un progetto di vera e propria nuova identificazione collettiva sul piano economico e sociale ma non paiono proprio esserci le risorse, prima di tutto intellettuali e morali.

LE IMMAGINI – scelte dalla “bottega” – SONO DI GIULIANO SPAGNUL

 

La Bottega del Barbieri

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