Libertà per Vincenzo Vecchi

La sua dichiarazione ai giudici e quella dell’avvocato Giuseppe Pelazza. Comunicati solidali e documenti di «L’arrotino», «Il grimaldello», «familiari e compagn* di Vincenzo», dell’ex compagna di Vincenzo e del Comité de soutien à Vincenzo.

I falconi della settimana (ogni mercoledì): 24esimo appuntamento. Pensieri di libertà in libertà con Sergio Falcone

• LIBERTÀ PER VINCENZO VECCHI! •

SOLIDARIETÀ A VINCE

Lo scorso 8 agosto, dopo una latitanza durata oltre 7 anni, è stato arrestato in Francia il compagno anarchico Vincenzo Vecchi. In seguito alla condanna a 11 anni e mezzo per «devastazione e saccheggio» per i fatti del G8 di Genova, Vince era infatti diventato irreperibile per lo Stato.

Una scelta ardua e coraggiosa, coerente con ciò che lui stesso dichiarò nell’aula di tribunale prima della sentenza: «…in quanto anarchico, ritengo i concetti borghesi di colpevolezza o innocenza totalmente privi di significato». Quindi, una volta condannato definitivamente, ha deciso di partire, di non farsi acciuffare dai tanti apparati polizieschi che lo Stato gli ha sguinzagliato dietro.

Anni di clandestinità non devono essere stati facili, ma il modo in cui Vince ha affrontato la pena che lo Stato gli ha inflitto ci ha fatto sentire realmente complici con lui per la sua scelta.

Purtroppo il lavoro di Digos, Ucigos e tante altre merde ha portato alla sua cattura ed ora è prigioniero nel carcere di Rennes, in attesa della richiesta di estradizione in Italia dove dovrebbe scontare la condanna per la rivolta di Genova.

Spesso sentiamo scandire nei cortei «il nostro amore per la libertà è più forte di ogni autorità» ed è proprio questo amore che deve aver spinto alla scelta della latitanza. L’idea che ora il nostro compagno sia rinchiuso fra le quattro mura di un carcere ci colpisce al cuore, ma non ci abbatte; getta anzi benzina sul fuoco della lotta contro questo sistema.

Durante questi sette anni la forza della scelta radicale fatta da Vince ha dato alle lotte è stata fondamentale per alcuni e il fatto che lo Stato abbia faticato così tanto per riuscire a mettergli le catene rafforza l’immagine di un potere non sempre invincibile. La rabbia che percorre le nostre vene è tanta, ma questa rabbia non potrà che scatenarsi contro il potere e i suoi apparati, con sempre più vigore.

Quelle di Genova sono state giornate di lotta, di guerra al capitalismo, di rivolta contro l’esistente. Non possiamo quindi che riportare le parole dette da Vince nelle aule di tribunale: «Mi sono sempre assunto la piena responsabilità e le eventuali conseguenze delle mie azioni, compresa la mia presenza nella giornata di mobilitazione contro il G8 del 20 luglio 2001, anzi sono onorato di aver partecipato da uomo libero ad un’azione radicale collettiva, senza nessuna struttura egemone al di sopra di me».

Vogliamo esprimere massima solidarietà a Vince, con la voglia di rivederlo al più presto al nostro fianco nella lotta per l’abbattimento di questo sistema.

Vince libero! Juan libero!

Morte allo Stato! Per l’anarchia!

Centro di documentazione anarchico “L’arrotino” di Lecco

VINCE LIBERO!

Luglio 2001- agosto 2019: da Genova a Saint Gravé dans le Morbhian.

Con l’arresto di Vincenzo, lo Stato chiude il cerchio – il suo cerchio – sul g8 di Genova. Tutti i condannati sono stati rintracciati e imprigionati. A diciotto anni dai giorni di Genova, undici anni da scontare. Se si considera la latitanza una scelta, ma pur sempre una scelta imposta da contingenze repressive, si arriva a ventisette anni di vita.

Lo Stato dimostra di avere parecchia memoria, poca fretta e tentacoli globali.

Oggi più che mai.

Oggi, nel tempo in cui siamo più schiavi che mai del capitalismo e della globalizzazione, parole rimosse dal discorso collettivo. Oggi, in cui lo Stato-nazione ha sempre meno ragion d’esistere in funzione di uno Stato-mondo onnipresente e onnisciente (si veda in particolare la caccia all’uomo globale, dal caso Battisti a quest’ultimo di Vincenzo). Oggi, in cui i politici traggono sempre più consenso e potere nell’innalzare muri contro i dannati della terra depredati e saccheggiati.

Il g8 di Genova rimane un grosso rimosso della memoria collettiva, e non può non addossarsene grande carico la sinistra, coi suoi discorsi di recupero istituzionale delle spinte contro la globalizzazione. Lo vediamo ancora oggi: la guerra tra capitalismo fossile e green economy. Nient’altro che la stessa “evoluzione” che ci venne propinata col digitale: grande risparmio di carta, più alberi, più rapidità, più sostenibilità.

Stronzate.

E’ alla radice il male e si chiama capitale. Chiamarlo in altro modo non fa che annacquare le armi della critica.

Che prospettiva credete ci possa essere tra 30 anni? Non c’è nemmeno bisogno di leggere gli allarmanti articoli sulla catastrofe climatica. Se oggi siamo 7miliardi e mezzo abbondanti a vivere sulla Terra, è verosimile credere che entro il 2050 si sfioreranno i 10miliardi.

E se già oggi siamo in una condizione di povertà dilagante (salvo i padroni del mondo e i loro adepti) con megalopoli concentrazionarie in cui il benessere è diviso dalla povertà da un filo spinato, va da sé che la prospettiva – nonché la necessità primaria dell’ordine costituito – è quello di asservire, di disinnescare ogni sentimento radicale di cambiamento. E in questo arriva a supporto una standardizzazione di usi, costumi e sentimenti che ha davvero dell’inverosimile. Un recente testo di Bonanno sottolineava come la crescente abilità dell’Intelligenza Artificiale è abbinata a una decrescente abilità umana, con un doppio avvicinamente che consentirà in brevissimo alla macchina di riprodurre l’umano. D’altronde ogni foto sui social, ogni captcha, ogni indicazione che forniamo, non fa altro che aumentare la precisione della repressione. Chi non la avverte tale è semplicemente perché pur girando a destra e a manca nel mondo rimane nel recinto, oltre – cosa essenziale – ad avere il giusto passaporto in tasca (sul turismo come oppio dei popoli, un’altra volta).

Ad aumentare il disgusto, ma anche a dare la tara dei tempi, l’ultimo bollettino del Viminale, con cui il governo rivendica l’aumento degli arresti degli anarchici del 180%, da 14 a 39 arresti rispetto l’anno precedente.

Si aggiungano anche le insistenti notizie di pianeti abitabili a distanze al momento irraggiungibili, ma che lasciano intravedere quella che sembra essere la prospettiva del capitale e del potere: spremere lo spremibile, come sempre, per sempre e ovunque.

E allora? E allora difendere Vincenzo, difendere la rivolta del luglio del 2001 a Genova, affilare le armi. Lo scontro sociale in questi anni di mancanza di offensiva e radicalità sta correndo i 100 metri alla velocità di Bolt, in direzione di sfruttamento, controllo, tristezza, distruzione e abbrutimento.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur.

Saronno, 21 agosto ’19  – M. B.

Dichiarazione Vincenzo – Genova udienza 7 dicembre 2007

Innanzitutto vorrei fare una breve premessa: in quanto anarchico, ritengo i concetti borghesi di colpevolezza o innocenza totalmente privi di significato.

La decisione di voler dibattere in un processo di “azioni criminose”, che si vogliono imputare a me e ad altre persone, e soprattutto l’esprimere qui le idee che caratterizzano il mio modo di essere e di percepire le cose, potrebbe essere oggetto di valutazioni sbagliate: è necessario quindi precisare da parte mia che lo spirito con cui rilascio questa dichiarazione, dopo anni di spettacolarizzazione mediatica dei fatti di cui si dibatte qui dentro, è quello in cui anche la voce di qualche imputato si faccia sentire. Con questo breve intervento comunque non cerco né scappatoie né giustificazioni: per me sarebbe assurdo anche il fatto che la corte decida che sia legittimo rivoltarsi, non spetta ad essa.

Rileggere i fatti accaduti sotto una certa ottica, con un certo tipo di linguaggio (quelli della burocrazia dei tribunali per intenderci) non equivale solo a considerarli parzialmente, ma significa distorcerne la portata, la loro collocazione storica, sociale e politica, significa stravolgerli completamente da tutto il contesto in cui si sono verificati.

Quello che mi si contesta in questo processo, il reato di devastazione e saccheggio, implica secondo il linguaggio del codice penale che «una pluralità di persone si impossessa indiscriminatamente di una quantità considerevole di oggetti per portare la devastazione»: per questo tipo di reati si chiedono condanne molto alte e questo nonostante non si tratti di azioni particolarmente odiose o di crimini efferati.

Mi sono sempre assunto la piena responsabilità e le eventuali conseguenze delle mie azioni, compresa la mia presenza nella giornata di mobilitazione contro il g8 del 20 luglio 2001, anzi sono onorato di aver partecipato da uomo libero ad un’azione radicale collettiva, senza nessuna struttura egemone al di sopra di me. E non ero solo, con me c’erano centinaia di migliaia di persone. Ognuno che con i propri poveri mezzi, si è adoperato per opporsi a un ordinamento mondiale basato sull’economia capitalista, che oggi si definisce neoliberista… la famigerata globalizzazione economica, che si erge sulla fame di miliardi di persone, avvelena il pianeta, spinge le masse all’esilio per poi deportarle ed incarcerarle, inventa guerre, massacra intere popolazioni: questo è ciò che definisco devastazione e saccheggio. Con quell’enorme esperimento a cielo aperto fatto su Genova (nei mesi precedenti e nelle giornate in cui si tenne quella kermesse di devastatori e saccheggiatori di livello planetario) che qualche ritardatario si ostina ancora a chiamare gestione della piazza, è stato posto uno spartiacque temporale: da Genova in poi niente più sarebbe stato come prima, né nelle piazze né tanto meno nei processi a seguito di eventuali disordini. Si apre la strada con sentenze di questo tipo ad un modus operandi che diventerà prassi naturale in casi simili, cioè colpire nel mucchio dei manifestanti per intimorire chiunque si azzardi a partecipare a cortei, marce, dimostrazioni… non credo sia fuori luogo parlare di misure preventive di terrorismo psicologico.

Non starò qui a dibattere invece sul concetto di violenza, su chi la perpetra e su chi da essa si deve difendere e via dicendo: questo non per assumere atteggiamenti ambigui riguardo l’utilizzo o meno di certi mezzi nella lotta di classe, ma perché reputo questa sede non adatta per affrontare un dibattito che è patrimonio del movimento antagonista al quale appartengo.

Due parole in merito al processo alle forze di polizia. Si prova con il processo alle cosiddette forze dell’ordine a dare un senso di equità… i pubblici ministeri hanno voluto paragonare ad una guerra fra bande le violenze tra polizia e manifestanti: senza troppi giri di parole dico solo che io non mi sognerei mai di infierire vigliaccamente su persone ammanettate, inginocchiate, denudate, o in palese atteggiamento inoffensivo col preciso intento di umiliare nel corpo e nella mente… Sono ormai abituato a sentirmi paragonare a provocatore, infiltrato, ecc. ed è dura, ma essere paragonato ad un torturatore in divisa no… questa affermazione è a dir poco rivoltante! È degna di chi l’ha formulata. E poi allestire un processo a poliziotti e carabinieri, giusto per ricordare che siamo in democrazia significa ridurre il tutto ad un pugno di svitati violenti da una parte e dall’altra a casi di eccessivo zelo nell’applicazione del codice. Questo, oltre ad essere sinonimo di miseria intellettuale, indica la debolezza delle ragioni per cui sprecarsi al fine di preservare l’attuale ordinamento sociale. Dal mio punto di vista processare la polizia parallelamente ai manifestanti significa investire le cosiddette forze dell’ordine di un ruolo troppo importante nella vicenda; significa togliere importanza ai gesti compiuti dalla gente che è scesa in strada per esprimere ciò che pensa di questa società, relegando tutti quanti nel proprio ruolo storico di vittime di un potere onnipotente.

Carlo Giuliani, così come tanti altri miei compagni, ha perso la vita per aver espresso tutto ciò col coraggio e con la dignità che contraddistingue da sempre i non sottomessi a questo stato di cose e finché i rapporti tra le persone saranno regolati da organi esterni rappresentanti di una stretta minoranza sociale, non sarà l’ultimo. E siccome sono disilluso ed attribuisco il giusto significato al termine democrazia, l’idea che un rappresentante dell’ordine costituito venga processato per aver compiuto il proprio dovere mi fa sinceramente sorridere. Lo stato processa lo stato direbbe qualcuno a ragione.

Sicuramente ci saranno delle condanne e non le vivrò di certo come segnale di indulgenza o di accanimento nei nostri confronti da parte della corte. Esse andranno valutate, in qualsiasi caso, come un attacco a tutti coloro che in un modo o nell’altro avranno sempre da mettere in gioco la propria esistenza al fine di stravolgere l’esistente nel migliore dei modi possibile.

Un’immagine di archivio del 21 luglio 2001 mostra gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Genova durante il vertice del G8.
ANSA/LUCIANO DEL CASTILLO

 

AL G8 C’ERAVAMO TUTTI

Chi di noi ha partecipato alle iniziative contro il G8 di Genova, prima, durante, dopo di esso, in solidarietà con i compagni e le compagne arrestati/e e condannati/e ad un gran numero di anni di carcere, si è sentito stringere ancora una volta lo stomaco dopo l’arresto di Vincenzo Vecchi, compagno anarchico latitante in Francia da 7 anni a causa della condanna a 11 anni e mezzo di carcere per i reati di devastazione e saccheggio.

Questo arresto, avvenuto in Francia dove Vincenzo vive e lavora e dove, adesso, è in carcere, è stato reso possibile dalla peculiarità degli organi della repressione nonché dalla loro tracotanza nello spiare i legami sentimentali di ognuno di noi. Noi che, come Vincenzo, siamo onorati di aver partecipato da donne e uomini liberi a un’azione radicale collettiva, senza nessuna struttura egemone al di sopra di noi e con noi centinaia di migliaia di persone a fianco (dalla dichiarazione letta da Vincenzo durante il processo).

Altri, più giovani, a una ventina di anni e qualche migliaia di chilometri di distanza, hanno evidentemente raccolto i frutti di quella semina, come di altre. Grande mobilitazione, in Francia, contro l’arresto di Vincenzo e la sua estradizione, sia davanti al tribunale, durante l’udienza, che altrove. Per ora la richiesta di estradizione fatta dall’Italia non è stata eseguita. Perfino i giudici francesi hanno perplessità per come si sono svolti i processi agli arrestati per quel G8, processi che hanno visto una decina di persone pagare per tutte (mentre, ovviamente, i funzionari di polizia responsabili delle torture sono stati promossi).

Vincenzo aveva visto giusto. Disse, tra l’altro, in aula: «Con quell’enorme esperimento a cielo aperto fatto su Genova (nel 2001) è stato posto uno spartiacque temporale: niente più sarebbe stato come prima, né nelle piazze né tanto meno nei processi a seguito di eventuali disordini. Si apre la strada a un modus operandi che diventerà prassi naturale in casi simili, cioè colpire nel mucchio dei manifestanti per intimorire chiunque si azzardi a partecipare a cortei, marce, dimostrazioni».

E dal DASPO per i tifosi a quello urbano per tutti i poveri, dal Decreto Minniti a quello sicurezza bis – forti del sostegno di stampa e tv asservite, nonché del controllo tecnologico e della condizione di schiavitù sul lavoro per facchini, rider, operatori di call center e nere schiene, piegate e senza nome, a raccogliere frutta e verdura – i governi che si sono succeduti hannodi fatto, azzerato ogni possibilità di manifestazione, picchetto, presidio: si può essere condannati fino a 12 anni carcere. Le aggravanti di associazione sovversiva e finalità di terrorismo vengono adesso indicate per ogni arresto compiuto fra gli appartenenti ai movimenti rivoluzionari, detenuti da subito nei braccetti di alta sorveglianza o in regime di carcere duro.

All’inasprimento di questi ultimi anni si è giunti dopo gli arresti e le condanne definitive, sino a 12 anni, per il G8 di Genova: dal 2013 è ancora detenuto Jimmy nel carcere di Rebibbia mentre altri e altre sono sempre sottoposti a misure restrittive della libertà.

Ricordiamo che gli ultimi arrestati (e ancora in attesa di giudizio) nelle operazioni che hanno visto lo sgombero dell’Asilo di Torino, piuttosto che in Trentino o nella cosiddetta Prometeo, come i compagni e le compagne già condannati in via definitiva in altre “operazioni”, sono detenuti in Alta Sorveglianza 2 oppure in carceri a regime di 41bis con l’applicazione di sado-democratiche misure quali l’isolamento, l’impossibilità di ricevere libri, i processi in video conferenza ed altro.

Solidarietà incondizionata a tutte e tutti gli arrestati

CHI DEVASTA E SACCHEGGIA SONO LO STATO E IL CAPITALE 

Spazio di documentazione “Il Grimaldello”, via della Maddalena, 81

LIBERTÀ PER VINCENZO! NÉ PRIGIONE NÉ ESTRADIZIONE

Vincenzo è stato arrestato l’8 agosto 2019 a Rochefort en Terre dove viveva da anni dopo essersi sottratto ad una condanna spropositata, più di dodici anni di carcere, per aver partecipato al controvertice del g8 a Genova nel 2001. Attualmente è rinchiuso presso il carcere di Vezin le Coquet, vicino a Rennes.

In seguito al suo arresto, in Francia sono nati quasi 30 comitati di sostegno che si pongono l’obiettivo della sua liberazione. Sono state già organizzate diverse mobilitazioni in occasione delle udienze del 14 e del 23 agosto presso la corte d’appello di Rennes. Grazie anche al sostegno e alla solidarietà è stato ottenuto un supplemento d’inchiesta al fine di ottenere dall’Italia tutti i documenti ufficiali del processo di Genova e del relativo mandato di cattura internazionale in quanto al momento ciò che è stato fornito dallo stato italiano risulta lacunoso ed impreciso. Ciò ha permesso di dilatare i tempi della procedura di estradizione che diversamente sarebbe già in corso. La giustizia italiana ha tempo fino al 10 ottobre per fornire quanto richiesto.

Il tempo guadagnato apre un varco che va sfruttato fino in fondo. Per questo come parenti, amici e compagni di Vincenzo ci siamo recati a Rochefort en Terre, dove abbiamo conosciuto le tante persone che lì sostengono Vincenzo con forza e determinazione e a maggior ragione qui in Italia raccogliamo la proposta francese di mobilitazione internazionale per il 14 e il 25 settembre, vigilia dell’udienza che darà risposta alla richiesta di libertà provvisoria per Vincenzo.

Invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi il 14 e il 25 settembre, nelle proprie città, per la libertà di Vincenzo e in solidarietà a tutti i ribelli di Genova, con ogni mezzo che la fantasia mette a disposizione.

Amici, familiari e compagn* di Vincenzo

L’avvocato Giuseppe Pelazza sul reato di devastazione e saccheggio

L’intervento dell’avvocato Giuseppe Pelazza sul reato di devastazione e saccheggio al convegno “Il Primo Maggio di Milano” del 26 Giugno 2015 al Teatro Verdi tratto dal blog Scateniamoli [non più attivo].

A me tocca di fare l’usuale discorso noioso sul diritto, mentre sarebbe molto più interessante cercare di approfondire i contenuti degli interventi precedenti; in ogni caso, interessante o noioso che sia, ritengo utile vedere la strumentazione che l’apparato di potere si dà nei confronti dei movimenti, comunque questi si sviluppino oggi.

Possiamo innanzitutto notare un aumento repressivo sul piano di normative che mai prima erano state applicate, aumento che può essere collocato tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo. Prendiamo il reato di devastazione e saccheggio. Perché si è avuto questo salto di qualità applicativa di un certo armamentario penale? Perché esiste un’intelligenza collettiva del nemico di classe – come si diceva una volta –, che studia i modi migliori per affrontare chi è antagonista, chi non è in linea con le aspettative del potere. Questa intelligenza collettiva si è resa conto a un certo punto che l’armamentario usuale del codice penale non bastava più. Qui può essere illuminante rifarsi a un esempio storico. Pensiamo a una manifestazione come quella del 10 settembre 1994, seguita allo sgombero dell’allora occupato centro sociale Leoncavallo di via Salomone, nel corso della quale avvennero scontri e rotture di negozi, di automobili ecc. estremamente significativi. In quel caso la Procura della Repubblica di Milano si mosse sulla base del Codice Penale contestando la radunata sediziosa, che è un reato contravvenzionale blando, il danneggiamento, il porto di armi improprie, il travisamento e così via. Per inciso, la sentenza fu di assoluzione per la radunata sediziosa e il danneggiamento (perché non c’erano le prove). Il giudice nella sentenza scrisse: «Scoppiarono gravissimi disordini cui seguirono atti vandalici di inaudita violenza, posti in essere lungo tutta la via Turati fino a piazza della Repubblica e che lasciarono il cuore di Milano in condizioni simili a un campo di battaglia. Le fotografie i filmati e le deposizioni testimoniali hanno fatto emergere infatti uno scenario da guerra civile, che nessuna delle parti ha neppure lontanamente pensato di negare o ridimensionare». Ci furono – le ho contate – più di 40 vetture incendiate e più di 20 tra sedi di banche e negozi e gravemente danneggiati, se non bruciati. Il tutto si concluse con alcune condanne e qualche mese di arresto per i reati contravvenzionali di danneggiamento e porto di armi improprie.

Col cambio della situazione complessiva, evidentemente, tutto ciò non basta più. È richiesto un comando più diretto, forte e immediato, non solo sul piano interno, ma anche sul piano internazionale. Questi due piani si legano, siamo alla stagione delle guerre. Ed è così che questa “intelligenza collettiva” dice: «Muoviamoci col 419». Questo avviene, come già detto, sul finire degli anni Novanta e l’inizio degli anni 2000. Non è un caso che l’applicazione estesa dell’art. 419 c. p. («Devastazione e saccheggio») si abbia a Genova nel 2001. La violenza estrema di questo tipo di imputazione, che prevede pene da un minimo di 8 a un massimo di 15 anni, è il pendant di legalità formale alla violenza extra-legale, alle torture alla Diaz, a Bolzaneto e così via. Il potere ha l’esigenza di rispondere operando una forzatura delle norme del codice penale, in modo da azzerare gli spazi di agibilità politica. Perché dico “forzatura”? Perché è sufficiente leggere l’articolo in questione: «Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 285 commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni».

È significativo che si dica «fuori dei casi preveduti dall’articolo 285» perché quest’ultimo punisce la stessa fattispecie della cosiddetta «devastazione e saccheggio» quando è compiuta per attentare alla sicurezza dello Stato («Chiunque, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato, commette un fatto diretto a portare la devastazione, il saccheggio o la strage nel territorio dello Stato o in una parte di esso è punito con l’ergastolo» (nella formulazione del 1930 era la pena di morte). Quindi la fattispecie deve essere di una gravità incredibile, non può consistere in una serie di danneggiamenti, nel qual caso bisogna applicare il reato di danneggiamento. È significativo il richiamo all’antecedente storico del Codice Rocco, il Codice Zanardelli, che anch’esso equiparava la devastazione, il saccheggio e la strage e puniva chi la volesse portare in una parte del Regno o volesse suscitare una guerra civile, con la reclusione da 3 a 15 anni. In ogni caso, conseguendo l’intento, la pena era da 10 ai 18 anni.

L’uso del reato di devastazione e saccheggio al quale stiamo assistendo è completamente al di fuori del nostro tessuto normativo perché la legge penale richiede che sia fatta un’interpretazione sistematica delle norme nel loro insieme alla luce dei princìpi costituzionali di ragionevolezza delle pene, di proporzionalità e di eguaglianza. Ciò significa che fatti di minor gravità non possono essere puniti con pene di maggior gravità, come quelle previste per fatti più gravi. Facendo solo un rapidissimo excursus su fatti analoghi, vediamo per esempio l’articolo 420 («Attentato a impianti di pubblica utilità»): «Chiunque commette un fatto diretto a danneggiare o distruggere impianti di pubblica utilità, è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la reclusione da uno a quattro anni». Se poi ci fosse il danneggiamento o la distruzione dell’impianto, la pena diventa da 3 a 8 anni. Il massimo di questa fattispecie è uguale al minimo della devastazione e saccheggio. Così, ancora, abbiamo l’articolo 429 («Danneggiamento seguito da naufragio»): da uno a 5 anni e, «se dal fatto deriva il naufragio, la sommersione o il disastro», da 3 a 10. Si può andare poi a vedere l’art. 432 («Attentati alla sicurezza dei trasporti»): da uno a 5 anni e, «se dal fatto deriva un disastro», da 3 a 10 anni. Vediamo, infine, l’esempio forse più eclatante, il reato di insurrezione armata, previsto all’art. 284 per cui «chiunque promuove un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato è punito con l’ergastolo e, se l’insurrezione avviene, con la morte. Coloro che partecipano alla insurrezione sono puniti con la reclusione da 3 a 15 anni; coloro che la dirigono, con la morte» (la pena di morte, dopo il 1945, è stata soppressa e sostituita con l’ergastolo).

Che cosa si deve intendere per insurrezione? Gli studiosi del diritto internazionale descrivono l’insurrezione come «una sollevazione in armi di grandi masse di cittadini, di notevole estensione e organizzazione, portata contro un determinato Stato, nella pienezza di poteri in un dato momento storico, e nel suo territorio» { Cfr. Giorgio Lattanzi, Ernesto Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, Volume 6, “I delitti contro la personalità dello Stato”, Libro II, Artt. 241-313, a cura di Ercole Aprile, Giovanni Ariolli, Francesco Nuzzo, Giuffrè, Milano, 2010, p. 323 }. Ed Ettore Gallo, insigne giurista che è stato anche presidente della Corte Costituzionale, nel definire i requisiti per la sussistenza della insurrezione ritiene «necessario che la sollevazione di masse in armi possegga tale consistenza di partecipazione anche territoriale da parte dei cittadini da doversi ritenere pericolosa per l’assetto dello Stato» { Ettore Gallo, Insurrezione armata contro i poteri dello Stato, in “Giustizia penale”, 1981, II, p. 243 }.

Quindi, per la partecipazione a un evento d’una portata tale qual è quella dell’insurrezione armata, la pena va da 3 a 15 anni, mentre per qualche macchina bruciata, qualche scritta e qualche negozio danneggiato il Primo Maggio si vuole comminare una pena che va da 8 a 15 anni. È già successo a Genova, è già successo a Milano per i fatti dell’11 marzo 2006 (in quest’ultimo caso però si fece il giudizio abbreviato, furono riconosciute delle attenuanti e le pene furono quindi contenute). Siamo al di fuori di ogni regola di diritto.

E al di fuori di ogni regola di diritto, restando in tema di Expo, è anche la schedatura di massa di chi voleva lavorarci. In questo caso la violazione è addirittura clamorosa, un vero e proprio stravolgimento del meccanismo per cui ciò che costituisce divieto diventa obbligo. L’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori vieta di assumere informazioni sulle opinioni politiche e su qualunque cosa non attenga la capacità di svolgere l’attività per la quale il soggetto viene assunto? Ebbene, il contenuto di tale divieto nel caso di Expo diventa un obbligo, un obbligo che passa attraverso la Questura. Ho cercato di capire da che cosa possa nascere una simile inversione: probabilmente da un’applicazione tenuta riservata – non ho trovato riscontri precisi e puntuali – della legge sulla protezione civile del 1992, che prevede la possibilità di emanare provvedimenti extra ordinem, cioè al di fuori della legalità ordinaria, nei casi di emergenza nazionale. Nel 2001 ci fu infatti un decreto legge, promulgato in vista delle Olimpiadi di Torino, che parificò i grandi eventi alle situazioni di emergenza, permettendo di deviare dalla legalità e di prendere provvedimenti legati allo “stato di eccezione”. Questa legge che parificava i grandi eventi alle situazioni di emergenza fu abrogata nel 2012, però un successivo decreto legge fece salvi i decreti e i provvedimenti emessi in base a essa. Il Decreto Legge 26 aprile 2013 numero 43, poi, ha ribadito, ancora una volta, l’attribuzione al Commissario Unico per Expo 2015 di poteri di deroga alla legislazione vigente. Sono riuscito a reperire alcuni decreti e ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri in ordine all’esecuzione dei lavori in Expo, che infatti consentono di derogare a tutta una serie di normative in materia di edilizia, appalti e così via. Non ho invece trovato provvedimenti autorizzativi della deroga all’art. 8 Statuto, perché secondo me se ne vergognano o non li hanno neppure fatti. Il Commissario Unico di Expo si deve essere sentito quindi legibus solutus, al pari degli organi prefettizi e della Questura.

Sempre in tema di forzature giuridiche, a proposito del Primo Maggio, possiamo ricordare anche quelle sull’utilizzo di prelievi del Dna. Occorre prestare attenzione, perché con una norma che nega in sostanza l’art. 349 del Codice Penale, si possono fare prelievi coattivi di saliva, sangue, capelli o che so io. Siamo all’invasione dei corpi dei cittadini da parte del potere, in modo diretto.

Questo è il quadro con cui abbiamo a che fare. Le conclusioni le lascio in carico all’assemblea, ché io non sono in grado di trarle da solo. Sulle tematiche sollevate prima, posso solo dire che io sono vecchio, ormai, e il discorso dell’extrapolitica non mi convince. La politica c’è, è nelle cose; anche volendo fare extrapolitica tu compi un’azione che ha un significato politico. Secondo me l’azione politica è sempre necessaria. Allora su questo piano, dal mio punto di vista di avvocatucolo, ritengo che alla pratica del massimo livello possibile di resistenza e opposizione vada abbinata la capacità di non farsi rinchiudere negli steccati, pena la sconfitta.

https://milanoinmovimento.com/news-stream/dallarete-lavvocato-giuseppe-pelazza-sul-reato-di- devastazione-e-saccheggio

VINCENZO LIBERO! NO ALLE ESPULSIONI!

L’8 agosto 2019, nel corso di un’operazione congiunta tra la polizia italiana e quella francese sulla base di un mandato di cattura europeo, Vincenzo viene arrestato a Rochefort en Terre in Bretagna. Vincenzo viveva lì da anni dopo essersi sottratto ad una condanna spropositata, più di dodici anni di carcere, per aver partecipato al contro-vertice del G8 a Genova nel 2001. In attesa che la Francia decida se consegnarlo o no all’Italia attualmente è rinchiuso presso il carcere di Vezin- le Coquet, vicino a Rennes. 

Circa trecentomila persone sono scese in strada a Genova per opporsi all’imposizione dell’ennesimo vertice dei potenti della terra, in continuità con le opposizioni avvenute tra il 1999 e il 2001 a Seattle, Praga, Nizza, Goteborg, Napoli e infine Genova.

Per dirla con le parole che Vincenzo ha usato al Tribunale di Genova durante l’udienza del 2007: «Ognuno che con i propri poveri mezzi, si è adoperato per opporsi a un ordinamento mondiale basato sull’economia capitalista, che oggi si definisce neoliberista… la famigerata globalizzazione economica, che si erge sulla fame di miliardi di persone, avvelena il pianeta, spinge le masse all’esilio per poi deportarle ed incarcerarle, inventa guerre, massacra intere popolazioni».
Il livello della repressione poliziesca è stato molto alto. Numerosi arresti, centinaia di feriti e un ragazzo ucciso da un proiettile sparato dalle forze dell’ordine, responsabili anche dei pestaggi e delle torture avvenuti specialmente nella scuola Diaz e nella caserma di Genova-Bolzaneto.

In seguito, dopo numerose carcerazioni preventive in un clima da caccia alle streghe, 10 manifestanti sono stati condannati a pene che vanno dagli 8 ai 15 anni di prigione per il reato di “devastazione e saccheggio”, da Genova in poi sempre più applicato per reprimere le lotte. Vincenzo è uno di questi.

«[…] da Genova in poi niente più sarebbe stato come prima, né nelle piazze né tanto meno nei processi a seguito di eventuali disordini. Si apre la strada con sentenze di questo tipo ad un modus operandi che diventerà prassi naturale in casi simili, cioè colpire nel mucchio dei manifestanti per intimorire chiunque si azzardi a partecipare a cortei, marce, dimostrazioni… non credo sia fuori luogo parlare di misure preventive di terrorismo psicologico».

La lotta per strappare dalle mani della rappresaglia poliziesca e dello Stato compagni come Vincenzo fortifica la volontà e la determinazione di chi non si sottomette a quell’ordine mondiale, progettato anche durante il vertice G8 del 2001 a Genova, le cui miserie abbiamo davanti agli occhi.

Invitiamo a partecipare alle assemblee e a sostenere le iniziative per la liberazione di Vincenzo nei giorni di mobilitazione organizzati insieme ai comitati di sostegno in Francia:

14 settembre, 15.00 Stazione Centrale

25 settembre, 19.00 in Darsena

Amici, familiari e compagn* di Vincenzo
Milano, 11 settembre 2019

COMUNICATO PERQUISIZIONE 9 AGOSTO 2019

L’8 agosto 2019 Vincenzo viene arrestato in un piccolo paese vicino a Rochefort en Terre mentre stava lavorando.

Il 9 agosto la casa dove vivo con mia figlia a Milano viene sottoposta a perquisizione da parte della “Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali – Sezione antiterrorismo interno” della Questura di Milano. L’operazione parte intorno alle 13.00 quando i poliziotti intercettano la cat-sitter che stava scendendo al pianterreno con l’ascensore. La obbligano a risalire e le chiedono di aprire la porta, avendo lei le chiavi. La signora si rifiuta dicendo che lei ha un accordo con me e che non sa neppure chi siano loro che nel frattempo avevano indossato i cappucci sul volto. Lei ha fatto notare che in Brasile, suo Paese di origine, di solito chi si presenta così vestito è un “brigante”. Loro sono così costretti ad aprire autonomamente la mia abitazione.

La perquisizione dura 4/5 ore durante le quali sono state effettuate riprese video delle operazioni e la signora è rimasta in qualità di testimone essendo io “irreperibile” perché in ferie e non avendo nominato un avvocato. Per tutto il pomeriggio la signora viene privata del suo telefono cellulare che viene trattenuto dai poliziotti. Lei non ha mai potuto rispondere al telefono, né avvertirequalcuno della sua condizione di segregata in casa mia.

Verso le 20.00 l’operazione si è conclusa e la signora è stata condotta in questura per firmare il verbale di sequestro delle molteplici cose che mi sono state portate via: telefoni cellulari, schede telefoniche, cd, tablet, volantini, giornali, scritti vari, lettere e anche una bella e delicata stella marina. Preciso che su detto verbale di sequestro è scritto che la perquisizione è stata eseguita «»al fine di evitare che cose o tracce pertinenti al reato per cui si procede potessero essere distrutte o alterate…».

Ma di quale reato si tratti non è dato sapere fino al giorno 31 agosto quando, dopo esser stata contattata telefonicamente dalla Questura di Milano, ho ritirato la notifica a me indirizzata. E lì ho appreso che la perquisizione è stata effettuata senza un mandato perché solo a posteriori, precisamente in data 12 agosto, il Sostituto Procuratore Dott. Enrico Pavone, la convalida con una nota scritta in calce al verbale dove dice che «il sequestro effettuato dalla Digos, concerne schede telefoniche, documenti ed altri beni, che dovranno essere analizzati al fine di verificare i rapporti tra Vincenzo Vecchi e XXX, ora indagata per il reato ex art. 378 c. p.». Finalmente si parla di un reato!! Si tratta del reato di favoreggiamento.

Comincia a farsi un po’ di chiarezza. In questura ho comunque chiesto al mio interlocutore perché non mi avessero ancora consegnato una copia del mandato di perquisizione visto che avevo sempre pensato, ingenuamente, che le perquisizioni fossero fatte a seguito di un mandato. A quel punto l’ispettore mi ha risposto dicendomi che era loro prassi comunicare verbalmente il motivo della perquisizione. E che infatti loro lo avevano comunicato alla signora che curava il gatto. Gli ho risposto che non era assolutamente vero e che questa procedura mi suonava quantomeno stravagante! Detto ciò comunque il mio avvocato qualche giorno dopo si è recata in tribunale per ritirare il mandato e in quell’occasione abbiamo avuto l’ultima conferma dell’inesistenza del mandato in oggetto.

All’oggi abbiamo fatto un’istanza di dissequestro che è stata rigettata senza motivazioni e a breve la impugneremo davanti al Gip.

Alla luce di quanto accaduto si impone una riflessione anche di carattere politico. Io sono la ex convivente di Vincenzo, nonché la madre di sua figlia. Fino a quando lui è stato in Italia noi vivevamo insieme. Questo significa che, nonostante io sia un familiare stretto di Vincenzo, mi si accusa comunque di favoreggiamento, cosa alquanto inedita in Italia dove il favoreggiamento non si applica ai parenti. Questo ci fa comprendere che il clima politico che stiamo vivendo è interessato al fatto che la solidarietà, anche quella della famiglia, sia condannata quando viene rivolta verso chi ha criticato questo stato di cose, il sistema capitalista tanto per intenderci. La repressione e la criminalizzazione delle lotte passa oggi anche attraverso l’attacco alla solidarietà nel tentativo di abbattere i sostegni e le complicità a chi effettivamente dice o fa qualcosa di antisistemico perché forme concrete ritenute dallo Stato molto pericolose.

A ciò si aggiunga la componente fascista e razzista di alcuni solerti questurini che quando la signora è stata condotta in questura per la firma del verbale le hanno ritirato il passaporto senza tenere in alcuna considerazione il fatto che a breve lei si sposerà e di fatto consegnandola nelle mani dell’Ufficio Immigrazione. E nonostante la convocazione del futuro marito, la signora è stata costretta a tornare una volta a settimana per la firma e le è stato comminato un decreto di espulsione. Ora ha deciso di non tornare più in questura in quanto lì è stata minacciata di essere rimpatriata a brevissimo oltre ad avere dovuto subire commenti maleducati, razzisti e sessisti. Anche questa vicenda, di aver infierito così pesantemente su una persona sostanzialmente estranea alle vicende di Vincenzo Vecchi e del g8 di Genova, non può non farci riflettere sulla provocazione in atto che guarda caso riguarda una donna immigrata. Quindi da un lato un tentativo di colpire i solidali in qualsiasi modo, ma dall’altro l’accanimento verso i migranti che ormai è un leit motiv degli ultimi tempi nei paesi occidentali e che viene perpetrato nei campi di detenzione, in mare, e che purtroppo sempre più coinvolge ampi strati della società civile come dimostrano i frequenti episodi di cronaca.

Milano, 13 settembre 2019

 

Diffondiamo l’appello alla mobilitazione del 25 settembre del Comité de soutien à Vincenzo tradotto in italiano

Solidarietà a Vincenzo!

Stop alla criminalizzazione di tutte le lotte! 

Appello alla mobilitazione il 25 settembre dappertutto e il 26 alle 9 davanti al tribunale di Rennes

Mentre si accaniscono:

– a perquisire casa dell’ex-compagna di Vincenzo, che è sotto inchiesta per favoreggiamento. Ha già vissuto delle perquisizioni e, da qualche tempo, una sorveglianza ravvicinata.

–  a estradare una delle sue amiche che, occupandosi degli animali, ha incrociato la polizia che stava facendo la perquisizione. I suoi documenti non erano in regola e si trova davanti una procedura di espulsione verso il Brasile.

–  a imprigionare Vincenzo. Mentre la giustizia italiana ha lanciato un MAE (mandato d’arresto europeo) illegale, noi ricordiamo Genova nel 2001, quella manifestazione dove, come è stato provato, la polizia ha torturato e ucciso.

Ovunque in Europa le lotte vengono represse in modo violento, quando non si uccide, e viene sbandierata da un punto di vista giudiziario la violenza dei manifestanti, degli altromondisti, degli ecologisti, dei giovani delle città, dei gilets jaunes, degli immigrati alle frontiere…ma nel frattempo alla violenza della polizia viene concessa dagli stati l’amnistia.

Noi consideriamo Vincenzo un prigioniero politico così come l’antifascista Antonin Bernanos, arrestato ingiustificatamente a Parigi. Entrambi sono stati attaccati per il loro impegno politico.

Ci teniamo a sottolineare la nostra solidarietà a TUTTE LE VITTIME DELLA REPRESSIONE POLIZIESCA E GIUDIZIARIA, troppo spesso subita ingiustamente da tutti e tutte coloro che lottano per un altro mondo dove l’aiuto reciproco non si arresta per il colore della pelle né per le frontiere, dove la solidarietà non ha limiti. La lista è già lunga: Steve morto recentemente a Nantes, Adam et Fathi morti a Grenoble, Rémi Fraisse morto alla ZAD di Testet, Adama morto a Beaumont-sur-Oise, Babacar morto a Rennes, i numerosi Gilets jaunes feriti, mutilati o incarcerati, gli 8 sindacalisti di Good Year, Geneviève Legay a Nizza… quante altre vittime ci aspetteranno prima che vi uniate alla nostra lotta?

Quale risposta dare a una repressione politica, quando il dialogo con la sua società civile si trova frantumato, o ridotto al minimo, come abbiamo potuto osservare negli ultimi movimenti sociali?

Insieme siamo più forti!

Il Comitato di Sostegno a Vincenzo fa un appello a tutti i comitati esistenti a diffondere questo appello alle altre organizzazioni politiche, sindacali, associazioni nelle proprie città, regioni e più in generale a tutti i vostri contatti nelle città europee.

Facciamo di questa data un movimento internazionale per esigere la liberazione di Vincenzo, la fine della repressione in Europa dei movimenti sociali e delle manifestazioni. Denunciamo il MAE come uno strumento deviato per incarcerare dei prigionieri politici! Aspettiamo con impazienza la delibera sulla libertà condizionale di Vincenzo il 26 settembre alla corte d’appello di Rennes, dove noi saremo chiaramente presenti.

Seguite le assemblee, presidi e azioni su:
– (fr) https://www.comite-soutien-vincenzo.org/
– (it) https://www.sosteniamovincenzo.org/

Opuscolo sul reato di devastazione e saccheggio

https://www.sosteniamovincenzo.org/opuscolo-sul-reato-di-devastazione-e-saccheggio/

Appello internazionale e transeuropeo di solidarietà per Vincenzo Vecchi

https://www.sosteniamovincenzo.org/appello-internazionale-e-transeuropeo-di-solidarieta-per-vincenzo-vecchi/

Come il MAE incancrenisce le libertà fondamentali: il caso Vincenzo Vecchi

https://www.sosteniamovincenzo.org/come-il-mae-incancrenisce-le-liberta-fondamentali-il-caso-vincenzo-vecchi/

Il comitato italiano di sostegno a Vincenzo Vecchi

https://www.sosteniamovincenzo.org/

L’indirizzo di posta elettronica: info@sosteniamovincenzo.org

Il comitato francese di sostegno a Vincenzo Vecchi

www.comite-soutien-vincenzo.org

L’account Facebook

https://www.facebook.com/soutienvincenzo/

La petizione da firmare (con ogni possibile urgenza)

http://chng.it/Y66TqGyT 

L’account YouTube

https://www.youtube.com/channel/UC1Rk8YmFoloLzpwu6ixTP5w

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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