La pressione psicologica della NATO, tipo…

… bombardare. E molto altro che il giornalismo con l’elmetto in testa  non vede, non vede e proprio non vede. Oppure capisce al contrario.

articoli, video, immagini di Stefano Orsi, Giuseppe Masala, Daniele Archibugi, John Mearsheimer, Fabio Alberti, Francesco Vignarca, Marinella Mondaini, Demostenes Floros, Fabio Marcelli, Franco Cardini, Gianandrea Gaiani, Manlio Dinucci, Francesco Masala, Domenico Gallo, Davide Malacaria, Oskar Lafontaine, Alessandro Marescotti, Sergio Cararo, Pino Arlacchi, Pepe Escobar, Daniela Calzolaio, Maria Ancona, Guido Viale, Banksy e altre/i

Il catechismo geopolitico – Francesco Masala 

La dottrina Monroe dichiara la protezione unilaterale degli Stati Uniti sull’intero emisfero occidentale.

Un esempio della dottrina Monroe:

Nella prima importante applicazione della Dottrina Monroe, le forze statunitensi si ammassarono nel 1867 sul fiume Rio Grande per sostenere le richieste degli Stati Uniti che la Francia abbandonasse il suo regime fantoccio in Messico, guidato dal principe degli Asburgo, Massimiliano. La Francia alla fine obbedì, segnando una vittoria significativa per la diplomazia coercitiva degli Stati Uniti…(da qui)

Ma la dottrina Monroe non si può più adottare, la sta già usando la Russia

Provate a sostituire qualche parola e potrete leggere:

…le forze russe si ammassarono nel 2022 ai confini dell’Ucraina per sostenere le richieste della Russia che la Nato (e quindi gli Usa) abbandonasse il suo regime fantoccio in Ucraina, guidato da Zelensky. La Nato non rispose…

 

Neanche la dottrina Truman si può applicare visto che Russia non è un paese comunista, “in base alla dottrina Truman, gli Stati Uniti hanno promesso di inviare denaro, equipaggiamento o forza militare a paesi minacciati e che resistevano al comunismo.”

Neppure la dottrina Carter si può applicare, visto che la Russia non minaccia la libera circolazione del petrolio mediorientale (da qui)

La dottrina geopolitica degli Usa e dell’Occidente (i paesi della Libertà) è la seguente:

facciamo come cazzo ci pare!

 

 

 

 

La ripresa del pacifismo politico – Fabio Alberti

Nell’epoca della guerra mondiale a pezzi le politiche per il disarmo e la nonviolenza sono destinate a fallire se non si modifica la postura occidentale nelle relazioni internazionali. Prima che l’appartenenza ad alleanze militari si tratta di mettere in discussione esplicitamente la dottrina della supremazia strategica incorporata nella Nato360. Una dottrina che, oltre che immorale, alimenta necessariamente il riarmo e la guerra.

A questa va contrapposta la proposta dello sviluppo condiviso e della cooperazione globale di fronte alle sfide comuni dell’umanità. Per questo le politiche per la pace per essere efficaci devono mettere la centro la critica della politica estera italiana ed europea. A fianco del pacifismo strumentale e del pacifismo etico, va rilanciato il pacifismo politico. La parola d’ordine della neutralità attiva lanciata dalla Rete Italiana Pace e Disarmo è fondamentale e sarebbe un grave errore lasciarla cadere.

Nel suo celebre saggio del 1966 sull’era atomica[1] Norberto Bobbio identificava tre principali filoni del movimento pacifista[2]. Per usare le sue parole: “…il primo strumentale, ovvero la pace attraverso il disarmo, il secondo istituzionale, ovvero la pace attraverso il diritto, il terzo etico e finalistico, ovvero la pace attraverso l’educazione morale…”.

Nel primo filone Bobbio propone di inserire le correnti teoriche e pratiche che concentrano la propria azione sui mezzi (gli strumenti) della guerra distinguendo poi gli sforzi per distruggere le armi o almeno per ridurne al minimo la quantità e la pericolosità e quelli con lo scopo di sostituire i mezzi violenti con mezzi non-violenti. Si tratta oggi delle tante campagne e organizzazioni impegnate, anche a livello internazionale, per il disarmo e per la difesa non armata.

Nel terzo filone Bobbio inseriva le filosofie politiche e religiose che concentrano la propria attenzione sul cambiamento morale e culturale, insistendo sulle culture collettive e sulle pulsioni individuali. Vanno inserite in questo filone le politiche normalmente raccolte nella definizione di Educazione alla pace e alla non-violenza e di costruzione della cultura di pace, a cui molte risorse vengono dedicate dalle religioni e da tanti collettivi es associazioni.

Poi c’è, intermedia tra i due filoni sin qui indicati, la corrente che Bobbio definisce “Istituzionale” o “giuridica”, nella quale egli raccoglieva ritengono si debba affidare la prevenzione della guerra alla politica, con la costruzione di trattati e istituzioni internazionali atte ad impedirla (pacifismo giuridico). Si parla qui del pensiero e delle pratiche politiche che affondano le radici nel “Progetto per una pace perpetua” di Kant o che alla fine dell’800 ha posto le basi teoriche per la nascita della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi.[3]

Si tratta di quello che definirei il “pacifismo politico” perché affida alla politica ed in particolare alla politica estera e ai rapporti negoziali tra gli Stati, il compito di costruire le condizioni politiche affinché le armi non vengano costruite ed utilizzate, nel mentre che si sviluppi una cultura umana che renda la guerra un tabù e la metta “fuori dalla storia”. In questo ambito il ruolo del movimento per la pace è esiziale.

Il vasto e multiforme movimento per la pace italiano, riunito nella Rete Italiana Pace e Disarmo e in altre reti e coordinamenti comprende un insieme di organizzazioni, persone, forze politiche che coprono l’intero arco delle correnti pacifiste individuate a suo tempo da Bobbio.

Nella Rete e nel più generale movimento per la pace convivono bene gruppi che si concentrano sulla contestazione delle alleanze militari con coloro che lavorano sulla formazione alla nonviolenza, coordinamenti che si battono per il disarmo atomico con associazioni che dedicano il proprio tempo ad interventi di educazione nelle scuole.

Un universo che batte su tutti i tasti del pensiero pacifista, anche se non sempre con un riconoscimento reciproco dell’altrui indispensabilità e con limitata consapevolezza dell’interconnessione esistente tra le diverse dimensioni. È questa una ricchezza che andrebbe reciprocamente maggiormente riconosciuta dalle diverse anime del pacifismo Ma sappiamo che la strada dell’unità nella diversità è difficile.

Volendo fare una rapidissima disamina dei risultati conseguiti dai movimenti per la pace nel secolo e mezzo che ci divide dalla nascita del pacifismo come movimento politico, che possiamo far risalire convenzionalmente al primo congresso mondiale dei “Friends of Peace” di Londra nel 1843, possiamo misurare contemporaneamente successi e insuccessi.

Sul piano morale e del pensiero sono stati conseguiti importanti risultati. Oggi deliri come “guerra igiene del modo” non possono più essere nemmeno pronunciati, mentre gli Stati sono costretti ad aggettivare la guerra nei modi più fantasiosi per giustificarla di fronte alla opinione pubblica (guerra umanitaria, difesa preventiva, operazione militare speciale, ecc.).

La guerra è stata definita “flagello dell’umanità”, dalla Carta dell’Onu che l’ha messa, almeno giuridicamente, fuorilegge. La Chiesa cattolica ha, di fatto, ritrattato la teoria della guerra giusta che datava da Tommaso d’Aquino. Se pensiamo che il secolo scorso usciva da un periodo di 300 anni di guerre intraeuropee e coloniali e dal riconoscimento vestfaliano del “diritto alla guerra” in capo ad ogni Stato, l’avanzamento è certamente notevole.

Questo è certamente il risultato dell’incessante lavoro degli uomini e delle donne di pace, ma nasce anche dall’impressione che nelle menti e nell’esperienza di milioni di uomini e di donne hanno fatto la Prima e la Seconda guerra mondiale, con l’inclusione nel perimetro della guerra e del terrore dell’intera popolazione civile. Insomma, questi risultati sono costati cento milioni di morti.

Più ambigui sono i risultati sul terreno del disarmo…

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Stay behind, l’Ucraina e 5 domande – Guido Viale

L’operazione Stay behind era – forse è ancora – un’iniziativa segreta della Nato, controllata operativamente dai servizi segreti degli Usa. Serviva a preparare una resistenza, da “dietro” il fronte, in caso di un’occupazione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, in caso di una vittoria elettorale dei comunisti. Per prevenirla o, nel caso, affrontarla, veniva addestrata una folta schiera di combattenti anticomunisti, venivano predisposti depositi segreti di armi, ma soprattutto, con il consenso degli Stati maggiori delle forze armate, venivano stretti rapporti con tutte le organizzazioni fasciste presenti in Italia, indotte o incoraggiate a perpetrare tutte le stragi che hanno costellato la storia del paese tra la fine degli anni ’60 e quella degli ’80. Non “per sport”, ma per preparare, attraverso varie emanazioni – Anello, Rosa dei Venti, Mar, Decima Mas, ecc. – dei colpi di Stato come quelli in Grecia e in Turchia, per allineare l’Italia agli altri Stati fascisti dell’Europa, compresi Spagna e Portogallo, ben inseriti nella cosiddetta difesa del “mondo libero”.

Non ci sono riusciti perché la resistenza popolare era – allora – troppo forte, ma quel lavoro dietro le quinte ha segnato la storia d’Italia da allora in poi. Beh! Vi dice niente?

È quello che è stato fatto in Ucraina, Paese non Nato, ma prenotato a diventarlo, tra il 2004 e il 2014, armando e addestrando gruppi e milizie naziste che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Euromaidan: metà manifestazione di insofferenza popolare – soprattutto di giovani – per il regime, metà colpo di Stato. Confermatosi tale non con le successive elezioni, che pure avevano mandato al governo il capo e padrone di una di quelle milizie, ma certo con l’impegno da questi profuso nel tenere alte tensione e persecuzione della componente russofona della popolazione, in particolare quella insediata nelle ricche e ancora industrializzate regioni dell’est. Queste sono state spinte a rivendicare la propria autonomia prima in termini politici, poi imbracciando le armi con proprie milizie, infine chiedendo o accettando il sostegno dei militari russi. Intanto in tutto il paese si svolgevano ormai da tempo “esercitazioni” sempre più massicce della Nato, a cui le forze sempre più armate dell’Ucraina erano state di fatto integrate.

La vittoria elettorale ottenuta da Zelensky con la promessa di porre fine a quella guerra non era bastata a invertire la rotta: evidentemente i condizionamenti per proseguirla erano troppo forti. Fino a che non si
è arrivati alla secessione – o all’occupazione – della Crimea e poi, otto anni e 14.000 morti dopo, alla tentata invasione prima e alla sistematica distruzione poi dell’intero Paese da parte delle forze armate russe.

Qui il comunismo non c’entra più, perché la Russia è da tempo uno Stato capitalista, in gran parte forgiato dall’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato su di esso sotto il governo di Eltsin. Il confronto è tra la Nato e la Federazione Russa: l’aggressore è quest’ultima, ma il regista dell’intera vicenda è la Nato.

Dopo otto mesi e oltre 200mila morti sul campo è difficile pensare a una vittoria di uno dei due eserciti alle condizioni che i loro governi pongono. È più probabile che l’inverno favorisca il consolidamento di una situazione di stallo affidata alle “lunghe gittate”, in cui alle incursioni sul campo degli uni corrisponda un bombardamento degli altri, mandando avanti la strage e la distruzione del Paese. L’esito sarà deciso dagli Stati Uniti (non dalla Nato), perché senza le loro armi l’esercito ucraino non può combattere un solo giorno in più, per lo meno nelle forme in cui lo fa adesso. Le scorte di armi e munizioni degli Stati Uniti stanno esaurendosi, ma iI bottino per loro è già sostanzioso: Svezia e Finlandia annesse alla Nato, Ucraina in procinto di esserlo, Georgia e altre repubbliche di nuovo in bilico. Le forniture di gas dalla Russia, quand’anche volessero riprendere, interrotte per sempre dalla distruzione del gasdotto senza che chi l’ha subita osi fiatare; l’economia tedesca e dell’Unione alle corde e l’Europa intera coinvolta in una guerra destinata a non finire e ad accrescerne la dipendenza dagli Usa, condizione ideale perché l’espansione della Nato riprenda non appena se ne presenterà una nuova occasione. La disgregazione dell’impero russo e il rovesciamento di Putin auspicati inizialmente da Biden rimandati, ma certo non sospesi.

  1. Ma se per ipotesi si raggiungesse la vittoria invocata da Zelensky – la riconquista sul campo delle regioni orientali, ormai Federazione Russa – se ne dovrebbe comunque trarre un bilancio: valeva la pena pagare con centinaia di migliaia di morti e di invalidi, con milioni di profughi, ieri in fuga, oggi invitati a lasciare l’Ucraina perché l’infrastruttura che permetteva loro di vivere è stata distrutta, con un Paese che si è indebitato per i prossimi decenni e con gli aiuti indispensabili alla ricostruzione, se mai ci saranno, certamente non così generosi come quelli per le armi?
  2. E il tutto per tornare alla situazione che c’era se si fossero rispettati – e preteso con una mediazione internazionale più efficace che venissero rispettati – gli accordi di Minsk II, riconoscendo alle regioni russofone una giusta autonomia, ma senza minacciare la Federazione Russa con la presenza della Nato alle porte di Sebastopoli? Ma non era quello, evidentemente, ciò che voleva chi stava dietro le quinte.
  3. E ancora: non ci si sarebbe forse stato bisogno dei 14mila morti della guerra al Donbass e della distruzione di quella regione se dopo Euromaidan – rivolta popolare o colpo di stato che fosse – non si fosse perseguitata la componente russofona della popolazione con il falso obiettivo nazionalistico – in realtà nazista – di “ucrainizzare” anche lingua e tradizioni di tutti?
  4. E ora?Se la situazione di stallo è destinata a protrarsi continueranno anche la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina ad opera dell’armata russa (quelle infrastrutture che ancora oggi sono alimentate dal gas russo…), le sofferenze e l’esodo della sua popolazione, il rancore di chi ha perso tutto, amici e parenti compresi, senza ottenere nulla in cambio.
  5. E tra un anno o due, o forse anche più, non ci si chiederà forse se non sarebbe stato meglio proporre un cessate il fuoco per cominciare a trattare sulle condizioni che avrebbero potuto rendere più accettabile il ritorno a una situazione basata sul rispetto di tutti in una reciproca autonomia?

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“Pressione psicologica”. Così “Repubblica” descriveva nel 1999 i bombardamenti Nato contro le centrali elettriche della Serbia

“Bombe alla grafite e la Serbia è al buio”. Così titolava Repubblica il 3 maggio 1999 quando la Nato era impegnata a bombardare il paese balcanico. E questo il sottotitolo: “Il portavoce Nato ‘Uno strumento di pressione psicologica, possiamo spegnere l’interruttore ogni volta che lo vogliamo. Disagi a Belgrado: forni chiusi e mezzi di trasporto fermi.”

Su segnalazione di Fabio Falchi su Facebook, vi proponiamo alcuni stralci dell’articolo di Repubblica, principale megafono – allora e oggi – delle politiche belliche dell’Alleanza Atlantica, che vi fornisce l’idea di quanta ipocrisia ci sia nel racconto di oggi del quotidiano degli Elkann sugli attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine.

“L’ultimo ritrovato della tecnologia bellica. Ma soprattutto un micidiale strumento di pressione psicologica sui serbi. Le bombe alla grafite lanciate per la prima volta la notte scorsa sulle centrali elettriche di Obrenovac e Nis – e che hanno tenuto per sei ore al buio buona parte della Serbia – hanno avviato una nuova strategia di guerra. Che consiste nel provocare continue interruzioni dell’energia elettrica, senza distruggere gli impianti che la producono”. PRESSIONE PSICOLOGICA, scrive Repubblica.

“La Nato insomma ha in mano la spina della corrente elettrica in Serbia. E può staccarla a suo piacimento. […] I tentativi di ripristinare le reti elettriche che i tecnici serbi hanno messo in atto durante la giornata sono stati vani. Ancora nel primo pomeriggio infatti numerose zone di Belgrado sono tornate nel totale black out”.

“La Nato ha garantito di aver avuto cura di risparmiare il bombardamento alla grafite di strutture di particolare importanza civile, come gli ospedali. Ma le fonti serbe hanno comunicato che neppure le strutture sanitarie sono state risparmiate.volta che vorrà  farlo”.

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Il futuro delle relazioni Russia-occidente. Cosa ha detto oggi Lavrov in conferenza stampa – Marinella Mondaini

 

Il ministro ha detto tra le altre cose, che “gli Stati Uniti e la Nato sono direttamente coinvolti nel conflitto in Ucraina, essi non solo forniscono armi, ma addestrano anche il personale militare per l’Ucraina nel Regno Unito, in Germania, in Italia e in altri paesi” .

Poi sulle dichiarazioni recenti del Papa, Lavrov le ha definite “non cristiane” e anche se il Vaticano ha tentato di rimediare dicendo che probabilmente c’è stato un malinteso, l’autorità dello stato Pontificio è persa. Riguardo la sicurezza europea ha detto: “se un giorno i nostri vicini occidentali ed ex partner, vorranno riprendere il lavoro congiunto sulla sicurezza europea, non sarà possibile, perché ripristinare significa ritornare alla situazione di prima, ma il business come era prima non ci sarà”.

In pratica Lavrov detto chiaro e tondo che le precedenti relazioni tra Russia e Occidente non possono essere più ripristinate.

Inoltre Lavrov ha chiarito bene anche l’interessante punto del controllo degli armamenti: “Non è la Russia che si è presa una pausa nelle trattative, dedicate alla possibilità di trovare un accordo nella sfera della limitazione delle armi offensive strategiche. I colloqui sono iniziati nel 2021, uno nel mese di luglio e l’altro a settembre, le posizioni erano diametralmente opposte, è chiaro perché gli americani volevano mettere al centro del tavolo i nostri nuovissimi armamenti che sono stati annunciati nel 2018, gli ipersonici, ecc. Noi non abbiamo rifiutato, e ci siamo resi disponibili a dialogare sul tema del controllo degli armamenti tenendo conto delle nostre nuove armi, sperando che anche gli americani venissero incontro a noi per avvicinare le nostre posizioni. Nella riunione di settembre si era deciso che il lavoro futuro deve venir fatto da due gruppi di esperti. Un gruppo doveva occuparsi di determinare quali tipi di armi hanno carattere strategico, cioè possono venire impiegate per raggiungere determinati scopi strategici. Per la Russia verificare se ciò che abbiamo noi e ciò che hanno gli Usa è strategico, indipendentemente dal fatto che un’arma sia atomica oppure no, è estremamente importante, perché il sistema americano Prompt Global Strike non è nucleare, tuttavia nel raggiungimento dei suoi scopi militari è persino più efficace! Qui bisogna avere un bilancio fra le parti, bisogna sedersi al tavolo e esaminare con onestà la situazione per ottenere quello che Putin ha definito la “parificazione della sicurezza”.

E ancora: “Ma da settembre del 2021 tutto si è arenato, gli statunitensi non hanno nessuna intenzione di continuare a lavorare su questo tema. Non si sono più fatti sentire. La Russia continua a essere disponibile, è consapevole della sua responsabilità. Putin ha dichiarato a giugno del 2021 che la guerra nucleare non deve esser mai scatenata perché nella guerra nucleare non ci sono vincitori. Non solo, ma la Russia è andata oltre: ha dichiarato che non solo non si può scatenare la guerra nucleare, ma non è ammissibile nemmeno alcun tipo di guerra tra potenze nucleari, perché persino se uno escogita di iniziarla con mezzi convenzionali, il rischio che degeneri in una guerra nucleare è enorme. Ecco perché noi con preoccupazione e sgomento osserviamo la retorica che l’Occidente vomita, accusandoci di preparare provocazioni con l’uso di armi di distruzione di massa, ma l’Occidente stesso, intendo Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, stanno facendo di tutto per accrescere la loro partecipazione diretta alla guerra che loro, con le mani degli ucraini, conducono contro la Russia.  E questa è una tendenza molto pericolosa.”

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Armi all’Ucraina: per l’Italia un costo di 450 milioni di euro. L’analisi dell’Osservatorio Mil€x – Francesco Vignarca

L’Osservatorio indipendente sulle spese militari italiane ha diffuso la stima alla vigilia del dibattito parlamentare che toccherà anche il tema della cessione di sistemi d’arma a Kiev, in vista di un possibile sesto decreto. Si tratta di una proiezione comunque al ribasso, tra dettagli secretati e previsioni normative equivoche

Una cifra complessiva di oltre 450 milioni di euro: è questa la valutazione che l’Osservatorio Mil€x è in grado di fare oggi a riguardo dei costi per l’Italia dell’invio di sistemi d’arma all’Ucraina impegnata nel conflitto armato successivo all’invasione russa dello scorso febbraio. La stima è diffusa alla vigilia di un nuovo dibattito parlamentare (con la presentazione di diverse mozioni) che toccherà anche il tema della cessione di armi all’Ucraina, in vista di un possibile sesto decreto interministeriale con dettaglio di materiali da inviare a breve alla volta di Kiev.

Va ricordato che l’autorizzazione alla “cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina” è stata definita con il decreto legge n. 14 del 2022 (nel quale è stato trasposto il contenuto del decreto legge n. 16 del 2022), convertito con la legge n. 28 del 2022. Nonostante tale autorizzazione, che ha validità temporale fino al 31 dicembre 2022, si riferisca materiali d’armamento già in possesso della Difesa italiana che non verranno pagati dall’Ucraina si è voluto esplicitare -in maniera superflua- che si tratta di un provvedimento in deroga alla legge 185/90 sull’esportazione di armi. Per rendere effettiva la decisione si è dovuto procedere all’adozione di un atto di indirizzo del Parlamento. L’elenco dei mezzi, dei materiali e degli equipaggiamenti militari e le modalità di cessione degli stessi (anche ai fini contabili) sono stati definiti con diversi decreti del ministro della Difesa, adottati di concerto con il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e con il ministro dell’Economia e delle finanze. Al momento risultano definiti cinque decreti interministeriali, con dettagli sugli armamenti scelti secretati, quattro dei quali emessi durante la XVIII legislatura con l’ultimo invece adottato a nuove elezioni già avvenute e illustrato dal ministro della Difesa Guerini al Copasir lo scorso 4 ottobre. L’obbligo di aggiornamento delle Camere previsto dal decreto legge con cadenza almeno trimestrale è stato assolto con alcuni dibattiti periodici, e relativa approvazione di documenti, che però non hanno mai toccato i dettagli sui materiali inviati e sui costi relativi.

Già lo scorso aprile il nostro Osservatorio aveva provato a definire una prima stima generica di costo per le casse pubbliche di questa decisione di sostegno militare all’Ucraina, a partire dall’unica cifra diffusa formalmente da Guerini durante un’audizione parlamentare (e presa come riferimento base anche dalle analisi internazionali): 150 milioni di controvalore. Il costo reale per il nostro Paese deriva però dalla modalità “internazionale” di copertura che è stata decisa a livello di Consiglio europeo (i fondi militari sono esclusi dalle competenze specifiche dell’Unione, secondo i Trattati costitutivi): il ricorso allo strumento European peace facility (Epf). Come già evidenziato si tratta di uno strumento finanziario “fuori bilancio” a supporto delle iniziative militari internazionali europee istituito il 22 marzo 2021 con una prospettiva settennale (che non si ipotizzava certo di dover utilizzare così copiosamente per l’Ucraina) e una dotazione previsionale di 5.692 milioni di euro. Dunque l’EPF è finanziato dai contributi annuali degli Stati membri dell’Ue stabiliti in base al Reddito nazionale lordo: la quota di contribuzione annuale dell’Italia è quindi di circa il 12,5%. Le erogazioni successivamente decise nel corso dell’anno hanno superato di molto il budget annuale previsto e si attestano al momento a un totale di 3,1 miliardi di euro confermati a ottobre 2022. La modifica sostanziale, in aumento, delle cifre previsionali non ha però modificato la modalità di erogazione fondi a copertura degli invii delle armi, che rimane definita in base al controvalore degli armamenti secondo i meccanismi di funzionamento già stabiliti. Ciò significa che ciascun Paese può richiedere rimborsi EPF in base a quanto dichiara di aver inviato all’Ucraina: poiché però i controvalori dei materiali d’armamento spediti sono molto più alti del fondo comune già deciso la copertura non potrà essere integrale. Al momento, soprattutto a seguito delle forti pressioni della Polonia che è ai vertici della lista dei sostenitori militari dell’Ucraina, ci si sta orientando su una copertura pari a circa il 50%. Cosa significa questo per l’Italia, in termini reali e considerando che invece l’erogazione verso il fondo EPF è definita con quote già previste a priori? Partendo dall’unica cifra diffusa in qualche modo dal ministero della Difesa il nostro Paese si dovrebbe vedere restituiti 75 dei 150 milioni spesi ma a fronte di una “quota EPF” di circa 387 milioni di euro. Cioè un totale complessivo per le casse pubbliche che supera abbondantemente i 450 milioni di spesa. Anche l’eventuale aumento del “controvalore dichiarato” dall’Italia (assumendo che la cifra fornita da Guerini mesi fa sia solo una stima minima di base, superata dagli invii successivi) non anderebbe a migliorare l’impatto finanziario, anzi lo peggiorerebbe per vari motivi. Da un lato perché la segnalazione spregiudicata di alti “valori di magazzino” per ottenere più rimborsi da parte di alcuni Paesi Ue sta già creando tensione tra gli alleati, senza dimenticare che l’EPF -come visto- già ora non è in grado di coprire interamente le richieste: se l’Italia chiedesse un maggiore rimborso la quota non coperta supererebbe dunque per mera algebra i 75 milioni stimati al momento. Dall’altro perché l’intensificarsi di richieste da parte degli Stati membri potrebbe spingere a decisioni di irrobustimento del totale del Fondo, a cui l’Italia come detto contribuisce per un non residuale 12,5%, di fatto aumentando e non certo diminuendo la forbice tra erogato e ricevuto.

La stima appena effettuata di almeno 450 milioni di euro di costo per l’invio di armi a sostegno dell’Ucraina deve inoltre essere considerata solo come base anche per un altro importante motivo inserito nella decisione governativa dello scorso marzo confermata dal Parlamento. Il decreto legge già citato prevede infatti che “le somme in entrata derivanti dai decreti ministeriali” che individuano i materiali d’armamento ceduti devono essere riassegnate integralmente sui pertinenti capitoli dello stato di previsione del ministero della Difesa. Ciò significa che al dicastero di Via XX Settembre dovranno essere garantiti fondi per reintegrare i propri arsenali con sistemi d’arma paragonabili a quelli inviati in Ucraina. Un reintegro che potrebbe impattare per diverse centinaia di milioni, considerando che riguarderà per forza di cose pezzi “nuovi” con un costo di listino sicuramente superiore al valore dichiarato dei residui di magazzino. Al momento non è comunque possibile sapere cosa si debba intendere con “somme in entrata” -e quindi come poterle stimare- poiché nessuna indicazione specifica è stata fornita su di esse nonostante un Ordine del Giorno in tal senso sia stato presentato e accolto dal governo (senza votazione) durante il dibattito parlamentare dello scorso maggio 2022. In base a quale sarà l’indirizzo preso, che potrebbe essere definito e chiarito nell’ambito delle decisioni sulla legge di Bilancio in discussione a breve, la stima complessiva del costo per l’Italia del sostegno militare all’Ucraina potrebbe dover essere significativamente ritoccata, in aumento.

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Ucraina, gli Usa si preparano alla guerra mondiale. Noi che facciamo? – Fabio Marcelli

Un articolo pubblicato dalla giornalista austrialiana Catlin Johnstone ha analizzato in modo convincente, quanto sconfortante, l’esistenza di un’ampia corrente di pensiero che sostiene che la prospettiva della terza guerra mondiale, condotta dall’occidente contro Russia e Cina, sia oramai inevitabile e che occorra prepararsi per tempo a tale eventualità incrementando le spese militari e predisponendo in modo adeguato tutti i necessari apparati bellici, ma anche conducendo una martellante campagna di condizionamento psicologico di massa in stile goebbelsiano per vincere le resistenze opposte dall’opinione pubblica.

Catlin Johnstone fa riferimento anche a un articolo molto recente, pubblicato dalla rivista mainstream di relazioni internazionali Foreign Affairs, che è stato significativamente intitolato “Could America Win a World War? What It Would Take to Defeat Both China and Russia“, che perora con convinzione la causa del riarmo in vista della guerra contro i due antagonisti. La giornalista australiana passa poi ad illustrare una serie impressionante di prese di posizione di studiosi delle relazioni internazionali pubblicate su media importanti come il Washington PostForeign Policy, il New Yorker e altri, che convergono sulla necessità per gli Stati Uniti di prepararsi alla guerra contro Cina, Russia e anche Iran.

Secondo Alberto Bradanini, che è stato ambasciatore d’Italia a Pechino, “le pontificazioni elencate costituiscono l’evidenza che l’esercito della grande menzogna è pericolosamente uscito di senno. Il suo verbo obbedisce alla narrativa degli strateghi occulti che valutano l’ipotesi di un conflitto globale non solo possibile, ma persino naturale, e che nessuno può evitare”. Ovviamente tutto ciò non viene neanche preso in considerazione nel nostro paesucolo governato da servi del potere occidentale e abitato da circa 60 milioni di poveri cristi e povere criste, intenti in grande maggioranza a sbarcare il lunario con difficoltà e assolutamente ignari della catastrofe che si sta preparando sulla loro pelle.

Citando lo storico Andrea Graziosi, Bradanini ci dà un quadro purtroppo veritiero dell’Italia scrivendo che “la cultura politica italiana è irrilevante e provinciale ed è concentrata su aspetti periferici, in una logica capovolta rispetto alle priorità e agli stessi interessi dell’Italia, un paese desovranizzato, marginale e asservito agli interessi altrui”. Il minestrone immangiabile che i media dominanti (i cosiddetti giornaloni, cioè praticamente il complesso della stampa quotidiana italiana, con l’unica rilevante eccezione del Fatto Quotidiano) ci ammanniscono quotidianamente, prosegue Bradanini, “le nazioni autocratiche (il regno del male) costituiscono una minaccia per le democrazie occidentali (il regno del bene)”. Una narrazione ultra-semplificata e mistificatoria della situazione attuale, che scimmiotta ridicolmente propositi e ideali della coalizione antinazista che vinse la seconda guerra mondiale.

Scimmiottamento tanto più ridicolo se si pensa che di tale coalizione faceva parte l’Unione Sovietica e che oggi gli stessi stati occidentali hanno votato contro una risoluzione di condanna del nazifascismo all‘Assemblea generale delle Nazioni Unite. Narrazione però che, forse proprio per la sua forma primitiva e grottesca, ha avuto indubbiamente il merito di coagulare attorno a sé le cosiddette classi dirigenti europee e quella italiana in particolare. Impresa peraltro non troppo difficile dato il livello culturale estremamente basso di tali classi dirigenti, composte da personaggi mal fabbricati in vitro che non hanno vissuto alcuna vicenda storica significativa durante la loro insulsa esistenza.

Del tutto condivisibile anche l’affermazione dello stesso Bradanini, secondo il quale “nell’era dell’arma nucleare dovrebbe invece prevalere il principio di massima cautela moltiplicando gli sforzi a favore del dialogo e del compromesso, della de-escalation e della distensione”. Ma quale dei nostri dissennati politici sarebbe oggi in grado di capire il senso di questa affermazione? Forse solo Sergio Mattarella, ma beninteso a giorni alterni. Il verbo e la prassi della guerra dilaga del resto in tutto il mondo, come dimostrano le aggressioni turche al Rojava, quella israeliana alla Palestina, quella saudita allo Yemen, quella marocchina al Sahara occidentale, per limitarsi ai casi più noti. Prima la Nato (che come rivelato dal Fatto ha preparato l’attuale conflitto a partire almeno dal 2014) e poi la Russia hanno fatto scuola.

Quindi stiamo messi male. È il caso di levare con forza la voce del dissenso pacifista per dire basta al riarmo, all’escalation e alla guerra. Questo contagio potrebbe estendersi agli altri paesi europei, agli Stati Uniti e ai paesi direttamente coinvolti nel conflitto ucraino, la stessa Ucraina e la Russia; ma solo questi paesi sono in grado di operare quella svolta oggi indispensabile e urgente per salvare la civiltà umana.

Cominciamo quindi a lavorarci dichiarando la nostra netta dissociazione dalla Nato e dalle logiche belliciste, a iniziare dalla manifestazione delle donne prevista sabato prossimo 26 novembre a Roma.

da qui

 

 

Spesa militare e collasso climatico

Il rapporto “Climate collateral – How military spending accelerates climate breakdown” dimostra che la spesa militare e la vendita di armi hanno un impatto profondo e duraturo sulla capacità di affrontare la crisi climatica, tanto meno in un modo che promuova la giustizia. Ogni dollaro speso per le forze armate non solo aumenta le emissioni di gas serra, ma distoglie anche risorse finanziarie, competenze e attenzione dall’affrontare una delle più grandi minacce esistenziali che l’umanità abbia mai vissuto: spesa militare e collasso climatico

AUTORI:  Mark Akkerman, Deborah Burton, Nick Buxton, Ho-Chih Lin, Muhammed Al-Kashef

Editor Deborah Eade

In collaborazione con Stop Wapenhandel, Tipping Point Nord Sud, Global Campaign on Military Spending

Riassunto

Mentre i negoziatori mondiali sul clima si riuniscono per il vertice annuale (COP27) in Egitto, è improbabile che le spese militari siano all’ordine del giorno. Eppure, come dimostra questo rapporto, la spesa militare e la vendita di armi hanno un impatto profondo e duraturo sulla capacità di affrontare la crisi climatica, tanto meno in un modo che promuova la giustizia.

Ogni dollaro speso per le forze armate non solo aumenta le emissioni di gas serra, ma distoglie anche risorse finanziarie, competenze e attenzione dall’affrontare una delle più grandi minacce esistenziali che l’umanità abbia mai sperimentato. Inoltre, il costante aumento delle armi e degli armamenti in tutto il mondo sta aggiungendo benzina al fuoco del clima, alimentando la violenza e i conflitti e aggravando le sofferenze delle comunità più vulnerabili ai danni del clima.

La traiettoria della spesa militare e delle emissioni di gas serra è sulla stessa ripida curva ascendente. La spesa militare globale è aumentata dalla fine degli anni ’90, per poi impennarsi dal 2014 e raggiungere la cifra record di 2.000 miliardi di dollari nel 2021. Eppure, gli stessi Paesi maggiormente responsabili delle ingenti spese militari non sono in grado di trovare nemmeno una frazione delle risorse o dell’impegno per affrontare il riscaldamento globale.

La nostra ricerca rivela quanto segue:

I Paesi più ricchi e maggiormente responsabili della crisi climatica spendono più per il settore militare che per i finanziamenti al clima

  • I Paesi più ricchi (classificati come Allegato II nei negoziati sul clima delle Nazioni Unite) spendono per le loro forze armate 30 volte di più di quanto spendono per fornire finanziamenti per il clima ai Paesi più vulnerabili del mondo, cosa che sono obbligati a fare per legge.
  • Sette dei primi dieci emettitori storici sono anche tra i primi dieci spenditori militari globali: in ordine di grandezza gli Stati Uniti spendono di gran lunga di più, seguiti da Cina, Russia, Regno Unito, Francia, Giappone e Germania. Gli altri tre dei primi dieci paesi che spendono in campo militare – Arabia Saudita, India e Corea del Sud – sono anche grandi emittenti di gas serra.
  • Tra il 2013 e il 2021, i Paesi più ricchi (Allegato II) hanno speso 9,45 trilioni di dollari per le forze armate, il 56,3% della spesa militare globale totale (16,8 trilioni di dollari), a fronte di una stima di 243,9 miliardi di dollari per ulteriori finanziamenti per il clima. La spesa militare è aumentata del 21,3% dal 2013.

La spesa militare aumenta le emissioni di gas serra

  • Un rapporto del 2020 di Tipping Point North South ha stimato che l’impronta di carbonio delle forze armate globali e delle industrie di armi associate era pari a circa il 5% del totale delle emissioni globali di gas serra nel 2017. A titolo di confronto, l’aviazione civile rappresenta il 2% delle emissioni globali di gas serra.
  • In termini di consumo di carburante, se le forze armate mondiali fossero classificate come un unico Paese, sarebbero il 29° maggior consumatore di petrolio al mondo, appena davanti a Belgio e Sudafrica.
  • Secondo altre stime del CEOBS e di Scientists for Global Responsibility (SGR), l’impronta di carbonio annuale delle forze armate ammonta a 205 milioni di tonnellate per gli Stati Uniti e a 11 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente per il Regno Unito, mentre la Francia rappresenta circa un terzo dei 24,8 milioni di tonnellate stimati per l’Unione Europea.

Non ci sono prove che le forze armate possano essere ecologiche

Le forze armate dei Paesi più ricchi si vantano sempre più dei loro sforzi per affrontare il cambiamento climatico, indicando l’installazione di pannelli solari nelle basi, la preparazione di difese contro il livello del mare e la sostituzione dei combustibili fossili in alcuni dispositivi militari. Un’analisi più approfondita, tuttavia, suggerisce che si tratta più di chiacchiere che di sostanza:

  • Nella maggior parte delle strategie militari nazionali sul clima, gli obiettivi di riduzione sono vaghi e indefiniti. Il Defence Climate Change and Sustainability Strategic Approach del Regno Unito del 2021, ad esempio, non fissa alcun obiettivo di riduzione, se non quello di “contribuire al raggiungimento dell’impegno legale del Regno Unito di raggiungere emissioni nette zero entro il 2050”.
  • Le forze armate non sono state in grado di trovare alternative adeguate al carburante per i trasporti e le attrezzature utilizzate nelle operazioni e nelle esercitazioni, che rappresentano il 75% del consumo energetico militare. Il carburante per aerei rappresenta da solo il 70% del carburante utilizzato dalle forze armate, seguito dalla propulsione navale e, in misura minore, dai veicoli terrestri. Le forze armate devono affrontare le stesse sfide del settore dell’aviazione civile: i carburanti alternativi sono ancora troppo costosi, poco disponibili e non sostenibili.
  • La maggior parte degli obiettivi dichiarati di “net zero” si basano su presupposti falsi: dipendono da tecnologie come la cattura del carbonio, che ancora non esistono su scala, o da combustibili alternativi che hanno gravi costi sociali e ambientali.
  • Nel frattempo l’esercito continua a sviluppare nuovi sistemi d’arma che inquinano ancora di più. Ad esempio, i caccia F-35A consumano circa 5.600 litri di petrolio all’ora rispetto ai 3.500 dei caccia F-16 che stanno sostituendo. Dato che i sistemi militari hanno una durata di vita di 30-40 anni, ciò significa bloccare sistemi altamente inquinanti per molti anni a venire.

Inoltre, le alleanze militari come la NATO sono state chiare sul fatto che non comprometteranno il dominio militare per affrontare il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico, nei diversi piani di sicurezza nazionale, rimane una richiesta di aumento delle spese militari per affrontare questa “minaccia”, piuttosto che una sfida a ridurre o ripensare le loro operazioni.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fatto impennare la spesa militare e le emissioni

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2014, e in particolare l’enorme escalation del febbraio 2022, sono state utilizzate per approvare un forte aumento delle spese militari (e quindi delle emissioni di gas serra), senza che né la Russia né l’alleanza NATO, composta da 30 membri, abbiano mai preso in considerazione gli impatti sul clima.

  • La Commissione europea prevede un aumento di spesa da parte degli Stati membri di almeno 200 miliardi di euro, basato sulla combinazione di fondi extra ad hoc e aumenti strutturali a lungo termine. Gli Stati Uniti hanno approvato un bilancio militare record di 840 miliardi di dollari per il 2023 e il Canada nel 2022 ha annunciato un aumento di 8 miliardi di dollari per i prossimi cinque anni. La Russia ha approvato un aumento del 27% della spesa militare dal 2021, che porterà il bilancio a un totale di 83,5 miliardi di dollari nel 2023. Gli obiettivi climatici sono stati rapidamente buttati fuori dalla finestra quando si tratta di obiettivi militari. Solo nel 2022 sono stati ordinati 476 caccia F-35, i più inquinanti, 24 per la Repubblica Ceca, 35 per la Germania, 36 per la Svizzera, sei in più per i Paesi Bassi oltre agli ordini precedenti, e 375 per gli Stati Uniti.
  • La guerra sta già dirottando risorse dai finanziamenti per il clima alle spese militari. Nel giugno 2022, il Regno Unito ha stornato i fondi dal suo bilancio per il clima per finanziare parzialmente un pacchetto di sostegno militare all’Ucraina da 1 miliardo di sterline. Il governo norvegese ha sospeso tutte le erogazioni di aiuti allo sviluppo, compresi i finanziamenti per il clima, per avere una “visione d’insieme” delle potenziali conseguenze della guerra in Ucraina.

Il più grande vincitore di questa bonanza di spesa militare è l’industria delle armi

L’industria delle armi è cresciuta grazie all’aumento globale della spesa militare e alla diversificazione in settori come il controllo delle frontiere e la gestione dell’immigrazione. L’Agenzia europea per la difesa (EDA) ha riferito nel 2021 che “l’acquisto di nuove attrezzature ha beneficiato in misura maggiore dell’aumento generale degli investimenti nella difesa” negli ultimi anni.

Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, e in particolare l’annuncio tedesco di una spesa supplementare di 100 miliardi di euro, i prezzi delle azioni delle grandi aziende produttrici di armi sono saliti alle stelle…

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Chi spara contro la centrale nucleare di Zaporizhia?

“E’ inverosimile – dice Gaiani – che la Russia colpisca una centrale che ha occupato. L’obiettivo dell’Ucraina ormai è evidente a tutti ed è coinvolgere la Nato in questa guerra, ed è un obiettivo molto pericoloso che l’Ucraina di Zelensky persegue non da sola”.

Redazione PeaceLink

In questa intervista al direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, nei primi cinque minuti si affronta la questione degli attacchi alla centrale nucleare di Zaporizhia. Gaiani dice: “Mi pare strano che i russi continuino a bombardare una centrale nucleare che controllano e all’interno dellla quale schierano, lo dicono gli ucraini, cinquecento militari e mezzi pesanti”.

Dal minuto 5 in poi il discorso si amplia alla questione della Nato che Zelensky vorrebbe coinvolgere in questa guerra in forma diretta e non solo in forma indiretta tramite il massiccio supporto bellico, l’addestramento, l’aiuto logistico e di intelligence.

“L’obiettivo dell’Ucraina – dice Gaiani – ormai è evidente a tutti, a parte quelli che non lo vogliono vedere, ed è quello di coinvolgere la Nato in questa guerra, ed è un obiettivo che l’Ucraina di Zelensky persegue non da sola”.

Sul coinvolgimento diretto della Nato, voluto da Kiev, spingono anche la Polonia e i paesi Baltici ma altri paesi fondatori dell’Alleanza Atlantica, argomenta Gaiani, “non ne vogliono sapere”.

A partire dal minuto 8 il discorso si sposta sul disegno politico-militare del governo ucraino. E su questo Gaiani, senza tanti giri di parole, dice: “Mi pare che a Kiev ci siano delle valutazioni molto pericolose”. Valutazioni che non combaciano con quelle dei paesi fondatori della Nato. “Possono essere in linea con l’attuale regime di Kiev, ricordiamo che a Kiev non c’è più la libertà e la democrazia di cui tanti parlano, dodici partiti sono stati messi fuorilegge, incluso il secondo classificatosi alle ultime elezioni, con l’accusa di essere filorussi, in quella che di fatto è anche una guerra civile perché ci sono milioni di ucraini che sono dalla parte dei russi e decine di migliaia che combattono con i russi. E allora mi pare che gli interessi del regime di Kiev combacino sempre meno della Nato e dell’Europa, interessati sì a difendere l’Ucraina e a fermare la Russia ma non a pagare un prezzo per arrivare a questo che sia una guerra globale che si combatterà ovviamente in Europa”.

E Gaiani in chiusura ricorda che “la Russia può mobilitare molte più forze di quelle che ha mobilitato finora” proseguendo questa guerra “ben oltre l’inverno”.

L’analisi di questa intervista sostanzialmente pone in evidenza una “linea di faglia” che sta lentamente formandosi dentro quello che è il blocco della Nato, una sorta di frattura invisibile ma profonda fra il blocco tradizionale della Nato “occidentale” e il blocco orientale (Polonia e paesi baltici di recente ingresso nella Nato) che probabilmente puntano ad un collasso del regime di Putin e a una disgregazione della Federazione Russa. Si legge infatti su Limes: “Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia sono i membri più antirussi della Nato e spingono perché la guerra in Ucraina diventi una sconfitta russa di ampie proporzioni”.

Decisiva sarà la posizione di Biden e degli Stati Uniti del trovare la via d’uscita, contemperando le spinte più oltranziste della “new” Nato e le caute frenate della “old” Nato. Ma sarà importante anche la posizione della Commissione Europea, finora distintasi per una posizione barricadera supportata dalla maggioranza dell’Europarlamento finalizzata a una “vittoria” militare contro la Russia, fino alla riconquista della Crimea e del Donbass.

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Le armi Nato all’Ucraina e il terrorismo internazionale

Le armi che la Nato fornisce agli ucraini stanno confluendo attraverso canali segreti, ma non troppo, verso il Terrore internazionale. Una prospettiva sulla quale tanti avevano dato l’allarme, ma che ora si è fatta concreta.

Attacchi terroristici e armi NATO

Ad avvertire del pericolo è stato il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari nel corso del 16° vertice dei capi di Stato e di governo della Commissione per il bacino del lago Ciad (LCBC) che si è tenuto ad Abuja.

La regione del Lago Ciad è un’area economicamente e socialmente integrata dell’Africa occidentale e centrale, che si trova a cavallo tra Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, Paesi che hanno creato una forza comune per far fronte al Terrore che vi imperversa.

Così Buhari nel suo intervento: “Nonostante i successi registrati dalle truppe della Multinational Joint Task Force (MNJTF) e le varie operazioni nazionali in corso nella regione, le minacce terroristiche incombono ancora sulla regione. Sfortunatamente, la situazione nel Sahel e la guerra che infuria in Ucraina sono le principali fonti di armi e di combattenti che stanno rafforzando le fila dei terroristi nella regione” (al Manar).

Non c’è nulla di imprevisto in tutto questo. Nessuno sa che fine facciano le armi che vengono spedite in Ucraina, di cui tante certo arrivano al fronte (quando non sono distrutte dai russi durante il trasporto), ma altre vengono vendute al mercato nero, disperdendosi così in rivoli che arrivano in tutto il mondo.

Tanto che i repubblicani Usa hanno chiesto un monitoraggio più stretto degli armamenti inviati a Kiev. Un disegno di legge del quale si è occupato un recente articolo del Washington post, che riferisce le preoccupazioni sul punto di alcuni esponenti politici  americani, per concludere che, nonostante il Pentagono abbia inviato alcuni ispettori a monitorare le spedizioni, non si è fatto granché.

Due ispezioni per 22mila armi

“All’inizio di novembre, – si legge sul Washington Post – gli osservatori statunitensi avevano fatto solo due ispezioni di persona da quando è iniziata la guerra nel febbraio scorso, e ciò rappresenta circa il 10% delle 22.000 armi fornite dagli Stati Uniti, compresi i missili terra-aria Stinger e i missili anticarro Javelin, che richiederebbero un controllo più accurato”.

Sulla violenza dispiegata dai terroristi che operano nel bacino del Ciad – Boko Haram e altri gruppi nati da tale matrice – poco si narra sui nostri media, se non quando le loro efferatezze arrivano al parossismo – come l’attacco al villaggio di Baga, in Nigeria, costato la vita a oltre duemila persone. E a volte si dice dell’efferatezze compiute contro i bambini, rapiti per farne bambini-soldato e attentatori kamikaze oppure delle “spose” nel caso delle bambine.

Potremmo elencare una serie di attentati a villaggi, città, chiese, scuole, ma ci limitiamo a riportare un cenno meno cruento e più recente, ripreso da un rapporto ripreso dal sito Amani.

“La violenza perpetrata dai gruppi terroristici che operano nel bacino del lago Ciad ha ulteriormente aggravato la situazione umanitaria nella regione, sfollando quasi tre milioni di persone, secondo le Nazioni Unite. A causa della terribile situazione della sicurezza alimentare, si dice che anche che circa 11 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria”.

Le armi ucraine non arrivano solo nel bacino del Ciad, si stanno disperdendo altrove nel mondo, in maniera minacciosa. E prima o poi saranno utilizzate anche contro chi le ha inviate, come insegna la storia dei mujaheddin afghani.

La lotta contro la tirannia, come tale è presentato il sostegno dell’Occidente a Kiev, ha i suoi lati oscuri.

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IN NOME DEL TERRORISMO L’EUROPA CI CHIAMA ALLA GUERRA – Domenico Gallo

Tutti accusano la Russia di terrorismo, cioè di fare la guerra, allo scopo di farci fare la guerra e moltiplicare il terrorismo. I parlamentari della Unione Europea e della NATO bloccano i negoziati e incitano alla lotta

La guerra che sta massacrando l’Ucraina ha conosciuto una nuova escalation di sofferenza e di terrore. La nuova strategia militare della Russia che ha scatenato un diluvio di missili contro gli impianti di produzione di energia elettrica, ha provocato l’allarme dell’Organizzazione mondiale della Sanità. L’OMS ha denunziato che è a rischio la vita di milioni di persone perché “il freddo può uccidere” dal momento che 10 milioni di persone in Ucraina sono senza elettricità e riscaldamento a temperature che con tutta probabilità scenderanno a -20°C in alcune parti del Paese.

In questa situazione, dopo che il conflitto ha provocato oltre centomila morti da una parte e dall’altra, distruzioni incommensurabili, fiumi di dolore ed un oceano di odio che divide le popolazioni coinvolte, la Comunità internazionale e gli Stati europei, che sono direttamente chiamati in causa dalla guerra che divampa ai confini est dell’Europa, dovrebbero orientare tutti i loro sforzi per spegnere l’incendio e ottenere un immediato cessate il fuoco. Il primo obiettivo dovrebbe essere arrestare i massacri e puntare ad un negoziato di pace che ristabilisca la convivenza pacifica fra i popoli e la sicurezza collettiva.

Invece succede tutto il contrario. E’ incredibile che i Parlamenti, che dovrebbero esprimere la voce dei popoli, si arruolino nella guerra e istighino gli Stati e i decisori politici a puntare sull’escalation e a scartare ogni ipotesi di negoziato. Ha cominciato l’Assemblea parlamentare della NATO, riunitasi a Madrid per la sua 68ma sessione annuale dal 18 al 21 novembre. Questa volta i parlamentari delegati dai paesi membri della NATO, non si sono limitati alle rituali approvazioni delle decisioni assunte dall’Organizzazione del Patto atlantico, ma sono andati oltre. Hanno lanciato un acuto adottando una risoluzione che dichiara, tra altre cose, che “lo Stato della Russia, con il suo regime attuale, è uno Stato terrorista”. Il che significa che la Russia è il nemico contro il quale l’Alleanza deve puntare i suoi cannoni e prepararsi a combattere. Il grido di guerra è stato immediatamente raccolto e rilanciato, dal Parlamento Europeo con una risoluzione approvata il 23 novembre. Nel documento si passano in rassegna tutti gli atti di barbarie compiuti a causa e nel corso delle operazioni militari scatenate dalla Russia contro l’Ucraina (si parla di oltre 40.000 crimini di guerra), ma si va anche oltre attribuendo alla Russia un atto terroristico di cui è sospettata la Gran Bretagna su mandato degli USA, vale a dire il danneggiamento dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 il 26 settembre 2022. La risoluzione afferma giustamente che si tratta di un attacco ambientale ai danni dell’UE, ma contro ogni logica attribuisce alla Russia un atto di terrorismo portato proprio contro gli interessi della stessa Russia (e della Germania). La Risoluzione osserva, poi, che: ” negli ultimi mesi i parlamenti o le camere parlamentari di Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia e Cechia, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa hanno adottato risoluzioni in cui dichiarano la Russia uno Stato terroristico o uno Stato sostenitore del terrorismo o designano l’attuale regime russo come Stato terroristico; che nella risoluzione del Senato degli Stati Uniti del 27 luglio 2022 e nella risoluzione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti del 12 maggio 2022 si invitava il Dipartimento di Stato statunitense a designare la Federazione russa come Stato sostenitore del terrorismo”. Non possiamo essere secondi a nessuno, sembra dire il Parlamento Europeo che, in conclusione: “riconosce, alla luce di quanto precede, che la Russia è uno Stato sostenitore del terrorismo e uno Stato che fa uso di mezzi terroristici.” Questo “riconoscimento” in un certo senso è ovvio, se si considerano i mezzi, gli effetti e le conseguenze della guerra. Ogni guerra è una forma di terrorismo elevato alla massima potenza, per questo tutti gli Stati che ricorrono alla guerra compiono atti di terrorismo su vasta scala. Del resto quando gli Stati Uniti hanno scatenato la loro “operazione militare speciale” contro l’Iraq nel 2003, l’hanno chiamata: “shock and awe” (colpisci e terrorizza). Se si vuol fare una guerra e si vuole anche vincerla, bisogna colpire (cioè uccidere) molto e terrorizzare anche di più. Ma qui il problema non è riconoscere che la guerra è una inaccettabile barbarie. Anche per gli Stati deve valere la distinzione fra il peccato ed il peccatore. Il peccato deve essere ripudiato, ma il peccatore non può essere mandato all’inferno, deve essere incoraggiato ad uscire dalla sua condizione di peccato, specialmente se si tratta di una potenza economica e militare dotata di 6.000 testate nucleari. Nella risoluzione del Parlamento europeo invece si guarda al peccato (e lo si esaspera anche) per condannare il peccatore. Qualificando la Russia come “Stato terrorista”, è stato compiuto un altro passo in avanti nel girone infernale della guerra ed un passo indietro rispetto alla possibilità di ricercare un’intesa di pace. Anzi sono state poste le premesse perché la guerra continui anche dopo il cessate il fuoco. Infatti, come sarà possibile ristabilire una convivenza pacifica in Europa se l’interlocutore è uno “Stato terrorista”?

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“Lapsus freudiano” di Stoltenberg: la decisione dell’Ucraina nella Nato presa nel 2008 – Davide Malacaria

Piccolo scivolone del Segretario della Nato Jens Stoltenberg, che in una conferenza stampa tenuta il 25 novembre ha ribadito la politica della porta aperta della Nato, aggiungendo che “abbiamo ribadito la decisione che abbiamo preso nel 2008, a Bucarest, a quel vertice, sul fatto che l’Ucraina diventi un membro della NATO”.

Insomma, già nel 2008 era stato deciso che Kiev entrasse nella Nato e la sua adesione era solo questione di tempo. Ciò nonostante il fatto che la Russia avesse detto più e più volte, e ribadito in seguito più e più volte, che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato rappresentava per Mosca una sfida esistenziale inaccettabile, cosa peraltro nota a tutti gli analisti e politici americani (vedi, ad esempio, gli allarmi lanciati al tempo da Biden e dall’attuale capo della Cia William Burns).

L’intervento in Libia e la strage di Utoya

Un uomo per tutte le stagioni Stoltenberg, che nel 2011, allora primo ministro della Norvegia, trascinò il suo Paese in guerra, aderendo all’appello degli Stati Uniti per intervenire in Libia nonostante le informazioni ricevute da oltreoceano non fossero sufficienti a giustificare l’intervento, come denunciò una commissione d’inchiesta norvegese successiva.

Nonostante il tragico e sanguinoso caos nel quale è precipitata la Libia dopo l’intervento Nato, Stoltenberg ha ribadito più volte che era stata una scelta giusta per salvare i civili (tanti dei quali, peraltro, morirono sotto le bombe Nato).

Nell’anno dell’intervento in Libia, Stoltenberg fu anche protagonista indiretto del tragico attacco subito dal suo Paese il 22 luglio (due volte 11 per gli appassionati di numerologia, con l’11 numero ricorrente nelle azioni del Terrore).

L’attacco fu attribuito al neonazista Anders Breivik, quando ancora i neonazisti non erano alleati della Nato. Breivik fece esplodere un’autobomba sotto il palazzo del governo e tre ore dopo iniziò a sparare contro i ragazzi che partecipavano a un campo scuola sull’isola di Utoya, uccidendone 77 e ferendone altre decine.

Attentati che furono facilitati dalla leggerezza della Sicurezza, che, nonostante avesse contezza di minacce incombenti, lasciò libera al traffico la strada che conduceva ai palazzi del potere, permettendo all’attentatore di parcheggiare tranquillamente il furgoncino pieno di esplosivi sotto il palazzo del governo (Stoltenberg era assente).

Non solo, l’attentatore venne riconosciuto subito: appena dieci minuti dopo l’esplosione, la Sicurezza fu avvertita da una telefonata che indicava loro l’uomo sospetto, dettagliando come era vestito (da poliziotto) e il veicolo sul quale si era allontanato dopo l’attentato, con tanto di targa.

Nessun allarme nazionale fu diramato, così che i ragazzi di Utoya non ebbero contezza del rischio se non quando l’uomo in divisa (non si era nemmeno cambiato d’abito) iniziò a sparare su di loro; né furono approntati posti di blocco in città, che avrebbero potuto impedire all’attentatore di circolare liberamente e giungere a Utoya.

Tutto questo è stato accertato da una commissione d’inchiesta norvegese, insieme ai tanti inconvenienti convergenti che impedirono alla sicurezza di intervenire tempestivamente: l’elicottero delle forze speciali non poté essere usato perché il personale era in vacanza; il gommone usato dalle forze speciali per giungere all’isola ebbe un contrattempo fatale, da cui la necessità di ripiegare su barche private; ai poliziotti giunti per primi sul luogo della strage fu detto di non intervenire, ma di limitarsi a monitorare la situazione…

La strada per la guerra 

Tanti i punti oscuri, insomma, riguardo l’accaduto, che avrebbero potuto indurre la autorità almeno a una seria riflessione sulla loro inadeguatezza. Ma Stoltenberg non si dimise, anzi, la partecipazione alla guerra libica e l’eccidio successivo gli conferirono una visibilità e un’aura di autorevolezza prima ignota, tanto da essere prescelto alla guida della Nato.

E ora questo incapace guerrafondaio si muove e parla come fosse il dominus del Vecchio Continente, soffocando con la sua vacua e incendiaria prosopopea le voci che si levano per chiedere l’avvio di negoziati.

Ma tornando all’adesione dell’Ucraina alla Nato, torna alla memoria quanto ebbe a dire il consigliere di Zelensly Oleksiy Arestovych in un’intervista rilasciata nel 2019: “Il nostro prezzo per entrare a far parte della NATO è una grande guerra contro la Russia, che ha una probabilità di accadere del 99,9%”.

Tutto come previsto nel dettaglio. E ora che gli incendiari hanno dato fuoco al mondo strillano scandalizzati perché sull’Ucraina piovono missili russi.

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Lafontaine: “Attentato al Nord Stream è attacco alla Germania. Espellere truppe USA”

Gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra indiretta con la Russia in Ucraina, ha dichiarato il fondatore del Partito della Sinistra tedesco (Die Linke), Oskar Lafontaine, a Deutsche Wirtschafts Nachrichten. E sono riusciti a trascinare l’Europa in questa storia a causa della “meschinità e del servilismo” dei suoi leader. Ora i lavoratori dell’UE devono pagare il prezzo delle “ambizioni da grande potenza delle folli élite di Washington” e della codardia dei leader europei, afferma Lafontaine.

L’attentato ai gasdotti Nord Stream è una “dichiarazione di guerra alla Germania” e il fatto che Berlino stia cercando di coprirlo è un atto “spregevole e vile”, ha affermato Lafontaine. Ha inoltre aggiunto che che il governo sa sicuramente qualcosa ma non vuole dirlo per motivi di sicurezza nazionale: “Ma è già diventato un ‘segreto di Pulcinella’. Gli Stati Uniti hanno condotto l’attacco direttamente o hanno dato il via libera. Senza la conoscenza e il consenso di Washington, l’attacco agli oleodotti – che è un attacco al nostro Paese, colpisce in pieno la nostra economia e contraddice i nostri interessi geopolitici – non sarebbe stata possibile. È quindi necessario espellere le truppe statunitensi dalla Germania, sbarazzarsi delle loro armi nucleari e della base militare di Ramstein”, esorta Lafontaine.

Parallelamente, è necessario creare un’architettura di sicurezza europea, perché la NATO è “superata” ed è diventata solo “uno strumento per incarnare le pretese degli Stati Uniti di essere l’unica potenza mondiale”. “Ma dobbiamo fare i nostri interessi, che certamente non coincidono con quelli statunitensi”. Il leader politico tedesco ritiene che sia in atto un processo di transizione da un ordine mondiale unipolare a uno multipolare, quindi si pone la domanda: “Prenderemo il nostro posto in questo nuovo ordine mondiale o permetteremo agli Stati Uniti di trascinarci come suoi vassalli nei conflitti tra Washington e Mosca e Pechino?”.

Nell’intervista Lafontaine ha espresso il suo punto di vista sull’Ucraina, affermando che il conflitto è in realtà iniziato con il Maidan di Kiev nel 2014: “Da allora, gli Stati Uniti e i loro vassalli occidentali hanno armato l’Ucraina e l’hanno sistematicamente preparata alla guerra con la Russia. Di conseguenza, l’Ucraina è diventata membro della NATO non de jure ma de facto. Questo contesto è stato deliberatamente ignorato dai politici occidentali e dai media mainstream. Ed è imperdonabile che sia stata la SPD a tradire l’eredità di Willy Brandt e la sua politica di distensione e a non insistere seriamente sul rispetto degli accordi di Minsk”.

In parte, gli Stati Uniti sono già riusciti a raggiungere i loro obiettivi, in particolare a rompere le relazioni tra la Russia e l’UE, osserva Lafontaine. Finora sono anche riusciti a mettere fuori gioco l’UE e la Germania come potenziali avversari geopolitici ed economici. Ora, grazie al servilismo di Berlino e Bruxelles, gli USA definiscono le politiche degli Stati dell’UE in misura ancora maggiore rispetto a prima del conflitto ucraino. “Vendono il loro sporco gas di scisto e gli affari dell’industria della difesa statunitense vanno a gonfie vele”.

Ma allo stesso tempo, Washington non è riuscita a distruggere la Russia, a rovesciare il capo del Cremlino Vladimir Putin e a installare un governo fantoccio a Mosca come ai tempi di Boris Eltsin: “E ho l’impressione che gli Stati Uniti ora si rendano conto di essersi rotti i denti. Nonostante le massicce spedizioni di armi all’Ucraina e l’invio di un gran numero di ‘consiglieri militari’, è emerso che la Russia, una potenza nucleare, non può essere sconfitta militarmente. Inoltre, le sanzioni occidentali si sono rivelate un boomerang: hanno danneggiato gli Stati occidentali più della Russia e porteranno a de-industrializzazione, disoccupazione e povertà. La popolazione attiva in Europa sta pagando il prezzo delle ambizioni di grande potenza delle folli élite di Washington e della codardia dei leader europei”.

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Il contributo della NATO all’instabilità globale

Dalla caduta del muro di Berlino alla ventennale occupazione dell’Afghanistan, l’infinita competizione con la Russia, la corsa agli armamenti nucleari, i Trattati traditi. Il 53° Report del Centre Delàs evidenzia alcune contraddizioni dell’immensa creatura militare guidata dagli USA

 

 Tradotto da per PeaceLink

Fonte: Sintesi in italiano del Report “NATO, Building Global Insecurity”. Traduzione e sintesi a cura di Maria Pastore. Fonte https://www.ipb.org/?s=nato+building+insecurity

Il Centre Delàs d’Estudis per la Pau è una organizzazione di ricerca indipendente orientata a rafforzare l’advocacy politica e sociale della cultura della pace e del disarmo. A giugno 2022 ha pubblicato il suo 53° Report “NATO, Building global insecurity” in collaborazione con l’International Peace Bureau (IPB) e la Global Campaign on Military Spending (GCOMS).
I 9 capitoli del Report mettono in evidenza i lati oscuri della NATO dalla sua fondazione a oggi, l’ambiguità del suo operato e dei principi che proclama, e sostengono la tesi che questa organizzazione militare, la più grande al mondo, stia portando solo guerra e instabilità internazionale.

Chiude il Report una Appendice scritta da esperti dell’International Peace Bureau e della Olof Palme Foundation nella quale si puntalizza una agenda di pace trasformativa e inclusiva, per rifiutare ogni forma di militarismo.

Nell’articolo di seguito presento una sintesi dei capitoli del 53° Rapporto del Centre Delàs “NATO, Building global insecurity”.


  1. La NATO dopo il crollo dell’URSS
    Pere Ortega
    Con la caduta del Muro di Berlino (1989) e lo scioglimento del Patto di Varsavia (1991) anche la NATO avrebbe potuto sciogliersi, invece nel 1991 l’Alleanza Atlantica si è riunita per definire un nuovo Strategic Concept con la missione di salvaguardare a livello internazionale la sicurezza e gli interessidel modello economico occidentale.
    A Washington nel 1999 la NATO ha consacrato il cambiamento sostanziale dei suoi obiettivi programmatici dichiarando di potere agire al di fuori della tradizionale area di copertura del Patto Atlantico. Dal 1997 al 2020 alcune ex repubbliche sovietiche hanno firmato il loro ingresso nella NATO, e sul versante economico si è imposta una forte deregolamentazione del mercato e la privatizzazione di tutte le strutture del sistema socialista.

Dopo il crollo dell’URSS il potere politico e economico in Russia si è spostato nelle mani di funzionari di alto rango (oligarchi). Le enormi riserve di idrocarburi hanno dato nuova vita all’economia nazionale facendo crescere in modo significativo il PIL. La politica marcatamente nazionalista intrisa di retorica eroica pan-slava punta a restaurare la potenza politica e militare della Russia, inclusi i quasi venticinque milioni di russi tagliati fuori dai confini dopo il crollo dell’URSS, dal 1990 al centro di conflitti, anche armati: la Transnistria in Moldavia, i territori dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, la Georgia nel Caucaso, la Crimea e il Donbas in Ucraina.

La NATO ha delegittimato la Carta di Parigi e le speranze di una sicurezza comune e condivisa tra Europa e Russia

Nel corso dei decenni la NATO ha delegittimato le speranze riposte nella Carta di Parigi del 1990 di un’Europa con una sicurezza comune e condivisa con la Russia, e non ha collaborato al consolidamento di altri sistemi di sicurezza collettiva come l’ONU.

Nell’attuale scena internazionale la concorrenza agli USA è rappresentata in particolare dalla Cina e dall’asse politico-economico che stava prendendo forma con la Russia negli accordi di Shanghai. La guerra in Ucraina indebolisce quel trattato, poiché la Russia sarà inevitabilmente deteriorata, politicamente ed economicamente.
L’Europa ha più da perdere che da guadagnare in questo rapporto di subordinazione agli Stati Uniti. Per questo è necessario rilanciare il movimento europeo per la pace che miri a ripristinare una sicurezza comune e condivisa tra tutti i popoli e le nazioni d’Europa, Russia compresa.

  1. La NATO contro il diritto internazionale e la democraziaEduardo Melero Alonso
    L’analisi si concentra sul contenuto del Strategic Concept 2010 e sulla tendenza della NATO negli ultimi venti anni a deregolamentare le condizioni per il suo intervento armato.

La NATO oggi definisce sua area di interesse tutto il pianeta e allarga la legittima difesa anche a minacce ibride non-armate

Nei fatti la NATO sta conferendo al Strategic Concept il potere di ridisegnare le disposizioni normative e morali stabilite dal Patto Atlantico e dalla Carta delle Nazioni Unite, forza giuridica che un documento programmatico come il Strategic Concept non può avere.

Il Trattato dell’Atlantico del Nord (o Patto Atlantico), firmato a Washington il 4 aprile 1949, è il documento di fondazione della NATO. Dispone l’obbligo per gli Stati membri di risolvere i conflitti internazionali con mezzi pacifici e di astenersi dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza (art. 1), l’obbligo di mantenere e accrescere gli strumenti individuali e collettivi per resistere agli attacchi armati (art. 3), l’obbligo di avviare consultazioni in caso di minaccia all’integrità territoriale, all’indipendenza politica o alla sicurezza di una delle parti (art. 4), limita l’area geografica dell’azione autodifensiva della NATO all’Europa e al Nord America (art. 5).

Invece la NATO oggi definisce sua area di interesse tutto il pianeta, e allarga la legittima difesa anche a minacce ibride non-armate, tra cui misure economiche, attacchi informatici, disinformazione o interferenza nelle elezioni, acquisizione di moderne capacità militari (compreso il nucleare) da parte di altri Paesi, il traffico d’armi, narcotici e persone, e anche il terrorismo, i conflitti al di fuori dei confini della NATO, la sicurezza delle comunicazioni e delle vie di trasporto, la scarsità di risorse e l’approvvigionamento energetico per la popolazione interna dei suoi Stati membri…

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Ucraina, se la “guerra di difesa” si trasforma in una “guerra di attacco” – Alessandro Marescotti

E’ stata avviata una nuova operazione militare che ha l’approvazione degli Stati Uniti e dell’Unione europea. La controffensiva delle truppe di Zelensky punta alla conquista della Crimea in cui è presente la base navale russa di Sebastopoli. Si profila un catastrofico scontro frontale a 360 gradi

In Ucraina la guerra sta cambiando radicalmente e le nuove armi fornite dagli Stati Uniti possono consentire uno sfondamento del fronte sud. E a sud c’è la Crimea. Lì è presente la base navale russa di Sebastopoli. Si profila uno scontro frontale con la Russia. L’attacco al lungo ponte della Crimea è solo l’assaggio.

La Crimea è una regione dalla storia molto tormentata ed è un classico caso da manuale di “controversia internazionale” per la quale la nostra Costituzione ha parole molto chiare all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra” come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”).

Ciò che preoccupa è che una “controversia internazionale” (come lo è anche quella del Donbass) divenga ormai questione da affidare unicamente alle armi. Senza che si sviluppi una riflessione a livello istituzionale su quello che la Costituzione Italiana ci prescrive solennemente: ripudiare la guerra in caso di controversia internazionale.

Se ne tiene fuori persino Israele, che non fornisce armi all’Ucraina ma che invia quegli aiuti umanitari che invece sono i pacifisti italiani a dover portare in Ucraina in assenza di un intervento ampio ed efficace delle nostre istituzioni (presidente Mattarella, può prendere nota?).

In Crimea i russi sono più del doppio degli ucraini

Ma andiamo al cuore della questione. L’attacco militare alla Crimea è stato annunciato alla luce del sole. L’Ucraina è pronta, ha incassato il sostegno politico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e attende solo nuove e potenti armi, a più lunga gittata, per sfondare a sud.

Il Consiglio Europeo e il Parlamento Europeo si sono dichiarati favorevoli alla “riconquista” della Crimea. Oggi per di più si svolge il vertice internazionale a Zagabria della Piattaforma Crimea lanciata già nell’agosto 2021. Obiettivo: sottolineare la legittimità delle operazioni militari finalizzate alla riconquista della Crimea e assicurare il sostegno politico di svariate nazioni. C’è anche l’Italia.

Le guerre sono state sempre un giallo: cominciano in un modo e poi finiscono in un altro. Le guerre si sono burlate degli uomini che ne hanno seguito gli stendardi. Anche le crociate cominciarono con l’obiettivo della liberazione del Sacro Sepolcro e poi finirono con la conquista di Costantinopoli.

Pensiamo alla prima guerra mondiale che cominciò con l’obiettivo di “liberare” gli italiani del Trentino e poi si giunse a “conquistare” il sud Tirolo in cui si parlava tedesco. Don Milani scrisse una lettera ai cappellani militari per denunciare questa bugia della storia. Abbiamo combattuto per Caporetto e oggi Caporetto, sacro suolo patrio, non è più italiana e non si parla più italiano. Molti non lo sanno. Molti non sanno che sono stati mandati tanti italiani a morire per niente. Questa cosa non la sentirete nei discorsi ufficiali del 4 novembre, che dovrebbe essere giorno di lutto nazionale, non di celebrazione.

Le frontiere!

Non sfugge neanche questa guerra in Ucraina alla logica delle frontiere, delle ingannevoli frontiere per cui tanti sono molti per nulla.

Ed eccole queste scivolosissime frontiere che si ripresentano in tutta la loro ambigua sacralità, in questa guerra delle bugie e delle narrazioni depistanti.

E così la guerra, questa guerra, ha cambiato pelle, mentre continuavamo a parlare di “difesa dei poveri ucraini”: li manderemo a morire con le nostre armi per attaccare la Crimea. L’ipocrisia oggi gronda sangue.

La guerra – diciamocelo anche noi pacifisti perché i militari ce lo stanno dicendo da settimane – ha mutato natura è non è più quella del 24 febbraio. Adesso è una guerra di attacco per arrivare in Crimea con i lanciamissili Himars forniti dagli americani, con uno scontro frontale nei confronti della Russia che sta reagendo con contrattacchi devastanti fatti di droni e missili sulle città.

E’ questo che vogliamo alimentare? Vogliamo premere il piede sull’acceleratore della morte?

Si prepara uno scontro apocalittico contro la nostra Costituzione. E uno sfracello di uomini, di giovani che a un altro e migliore futuro avrebbero diritto di aspirare.

A febbraio eravamo tutti schierati contro l’invasione russa dell’Ucraina e contro l’escalation militare. Vi era un dibattito su “come difendere” l’Ucraina. Oggi dobbiamo avere chiari i confini che distinguono il sostegno alla legittima difesa di un popolo da ciò che è l’esatto opposto, ossia il sacrificio supremo di migliaia di vite umane che saranno immolate per la riconquista della Crimea.

E’ quello che stiamo attendendo, presidente Mattarella?

Prima del 5 novembre, della grande marcia della pace di Roma, è bene fare arrivare questa informazione, questa cultura e questa consapevolezza. Questo ripudio della guerra. Come è stato fatto con il messaggio “La guerra che verrà”.

A tutti coloro che – in buona fede – credono ancora oggi nella “guerra di difesa” dobbiamo dire che quella “guerra di difesa” più non è tale. Basta leggere le riviste militari. La guerra si sta trasformando in un piano di riconquista che richiederà terribili bagni di sangue.

Non cambiamo la realtà, non edulcoriamola, non raccontiamo cose che non esistono più.

La guerra che verrà non ha più nulla a che fare con la difesa del popolo ucraino.

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“Morire per Washington”. Per l’Economist i prezzi del carburante uccideranno più europei che la guerra in Ucraina

“Morire per Washington” una previsione che si è avverata. La conferma da  The Economist: gli alti prezzi del carburante uccideranno più europei della guerra in Ucraina quest’inverno.

Lo studio del media britannico rivela che l’attuale costo dell’energia porterà probabilmente a 147.000 morti in più se ci sarà un inverno tipico.

The Economist ha modellato la sua ricerca sull’impatto di un forte aumento dei prezzi dell’elettricità in Europa sui decessi durante l’inverno.

In caso di temperature miti utilizzando l’inverno più caldo degli ultimi 20 anni per ciascun paese, questa cifra scenderebbe a 79.000, con un aumento del 2,7%. E con quelli freddi, utilizzando l’inverno più freddo di ciascun paese dal 2000, salirebbe a 185.000, con un aumento del 6,0%.

L’analisi ha citato la gravità della stagione influenzale, le temperature e i prezzi dell’energia come i principali fattori che influenzano il numero di persone che moriranno in Europa al di fuori dell’Ucraina questo inverno.

Il modello prevede i decessi in base a condizioni meteorologiche, demografia, influenza, efficienza energetica, redditi, spesa pubblica e costi dell’elettricità, che sono strettamente correlati ai prezzi di un’ampia varietà di combustibili per riscaldamento.

Si prevede che l’Italia abbia il maggior numero di morti, a causa di un aumento di quasi il 200% dei costi dell’elettricità dal 2020 e di un grande invecchiamento della popolazione.

In tutta Europa, il 28% in più di persone di almeno 80 anni, che rappresentano il 49% della mortalità totale, muore nei mesi più freddi rispetto a quelli più caldi. In media, in un inverno di 1°C più freddo del normale per un dato paese, muore l’1,2% in più di persone, secondo i dati dell’Economist.

I prezzi elevati del carburante possono esacerbare l’effetto delle basse temperature sui decessi, dissuadendo le persone dall’utilizzare i riscaldamenti e aumentando la loro esposizione al freddo.

Chissà se di fronte a questo scenario qualcuno si sveglierà dal sonno…

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L’avventurismo del Parlamento europeo punta all’escalation di guerra – Sergio Cararo

Più che un documento parlamentare quello votato ieri a Strasburgo somiglia ad una dichiarazione di guerra totale alla Russia.

Il Parlamento europeo ha adottato ieri una risoluzione sulla guerra tra Russia e l’Ucraina. La maggioranza degli eurodeputati ha ritenuto che “gli attacchi intenzionali delle forze armate russe e dei loro alleati contro i cittadini, la distruzione delle infrastrutture civili, e altre gravi violazioni del diritto internazionale e umanitario sono tutti atti di terrore e crimini di guerra”. Per questo, dichiarano la Russia come uno stato sponsor del terrorismo che “utilizza mezzi terroristici”. La risoluzione non legislativa è stata adottata con 494 voti favorevoli, 58 contrari e 44 astensioni.

Il documento era stato proposto dalle componenti della destra del Parlamento europeo ma subito sostenuto da liberali e socialisti.

Di conseguenza tutte le forze della destra al governo in Italia, il PD e quelli di Calenda hanno votato a favore della risoluzione.

Unica eccezione tre europarlamentari del Pd (Pietro Bartolo, Andrea Cozzolino e Massimiliano Smeriglio) che hanno votato contro e gli europarlamentari del M5S che non se la sono sentita di andare fino in fondo e si sono limitati all’astensione invece di votare contro. “Indicare la Russia come Paese terrorista è un punto di non ritorno, che allontana invece di avvicinare una soluzione politica: così facendo in campo rimane la sola opzione militare” ha dichiarato l’europarlamentare Pd dissidente Smeriglio.

L’Unione Europea in quanto tale non può attualmente dichiarare gli stati come sponsor del terrorismo in modo ufficiale. Ha così affidato l’incarico alla destra presente nel Parlamento europeo per invitare l’UE e i suoi membri a creare un quadro giuridico adeguato e considerare di aggiungere la Russia a tale lista. Ciò farebbe scattare una serie di misure nei confronti di Mosca e porterebbe serie restrizioni nelle relazioni dell’UE con la Russia. In pratica nessun paese aderente alla Ue potrà negoziare in alcun modo con la Russia.

Il Parlamento europeo ha invitato il Consiglio europeo (quindi i capi di stato) ad aggiungere anche l’organizzazione paramilitare “Gruppo Wagner”, il 141° Reggimento speciale motorizzato noto anche come “Kadyroviti”, e altri gruppi armati, milizie finanziate dalla Russia nell’elenco dei soggetti terroristici dell’UE

Cosa ancora più grave il Parlamento chiede all’UE di isolare ulteriormente la Russia a livello internazionale, anche per quanto riguarda l’adesione ad organizzazioni e organismi internazionali come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I deputati chiedono inoltre di ridurre i legami diplomatici con la Russia e di limitare i contatti dell’UE con gli ufficiali russi al minimo indispensabile, oltre a chiudere e bandire le istituzioni statali russe nell’UE che diffondono propaganda nel mondo.

Non solo. In seguito ad un emendamento presentato dai Verdi, è stata aggiunta la frase seguente alla fine del paragrafo 9: “invita l’UE e i suoi Stati membri a vietare la pubblica apologia e la negazione intenzionali dell’aggressione militare e dei crimini di guerra russi in qualsiasi forma”.

Inoltre i Paesi aderenti alla UE sono esortati a ultimare rapidamente il lavoro del Consiglio sul nono pacchetto di sanzioni contro Mosca e prevenire, indagare e perseguire qualsiasi tentativo di aggirare le sanzioni in vigore e, insieme alla Commissione, prendere in considerazione eventuali misure contro i paesi che cercano di aiutare la Russia ad eludere le misure.

Il sito del Parlamento europeo è stato oggetto di un attacco hacker che lo ha messo parzialmente fuori uso per diverse ore. L’attacco è arrivato poche ore dopo che l’Aula di Strasburgo ha approvato la risoluzione. Dal canto suo il Cremlino ha commentato in modo sferzante il documento. Secondo la portavoce del ministero degli Esteri Zacharova, il Parlamento europeo si è rivelato lo “sponsor dell’idiozia”.

I deputati del Parlamento europeo forse non ne sono tutti o del tutto consapevoli, ma hanno votato qualcosa che somiglia ad una dichiarazione di guerra alla Russia. Se questa sfocerà in una nuova tragedia per l’Europa occorre segnarsi tutti i nomi di chi ha votato a favore di questa risoluzione, affinchè nel presente e nel futuro non possano sentirsi mai assolti dalla loro devastante responsabilità.

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La Russia sponsor del Terrore, una boutade rifiutata dagli Usa – Davide Malacaria

 

L’Unione europea ha dichiarato la Russia uno Stato sponsor del terrorismo. Una boutade colossale se si tiene presente, solo per fare un esempio, che senza l’intervento russo in Siria, Damasco e probabilmente anche Bagdad sarebbero diventate un enorme Califfato dell’Isis, le cui fila erano formate per lo più dai combattenti per la libertà addestrati e armati dall’Occidente per attuare i regime-change in Libia e Siria.

 

Quando la Ue è più rigida degli Stati Uniti

La decisione è stata presa nonostante il fatto che l’America avesse rifiutato tale sviluppo, con Biden che aveva rigettato le sollecitazioni in tal senso dei falchi Usa. In tal modo la Ue, in cui i falchi sono pochi – eccetto che in Italia – e hanno gli artigli spuntati, svela la sua condizione sub-coloniale.

Non una mera colonia, infatti, in grado di giovarsi delle controversie interne del dominus per perseguire, pur nelle restrizioni, i suoi interessi, ma una sub-colonia costretta a sottostare alle pulsioni più feroci del potere imperiale, alla stregua di una delle tante repubbliche delle banane dove i fili dei dittatori erano mossi dalle figure più retrive dell’Impero.

Tutto ciò denota anche l’ormai conclamato deficit cognitivo della Politica della Ue, con il potere affidato a persone del tutto incapaci di gestirlo. D’altronde, tale deficit è palesato in maniera incontrovertibile dalla ventilata nomina del signor Luigi di Maio a inviato speciale per il Golfo Persico, mettendo così una figura a dir poco inadeguata e senza alcun supporto politico reale che non il proprio condominio a tutelare gli interessi, economici e di sicurezza, del Vecchio Continente presso una delle ragioni più complesse e più a rischio del mondo.

Il fatto poi che a suggerire la nomina sia stato Draghi conferma non solo la scarsa considerazione che si attaglia al personaggio, ma anche che l’idea propagandistica che i tecnici siano al di sopra delle debolezze clientelari proprie dei politici è a dir poco non credibile (e ritenere che tale debolezza abbia guidato le scelte dei suoi ministri di governo è forse un peccato, ma magari ci si azzecca).

Quanto al personaggio in questione, il povero Di Maio non ha alcuna colpa se non quella di aver compreso prima di altri che la scarsa intelligenza è una dote molto apprezzata dal potere reale.

I prigionieri russi uccisi

Al di là, resta che la scelta di definire la Russia come sponsor del terrorismo ha avuto anche una tempistica sfortunata, cadendo tale decisione in costanza della pubblicizzazione dei filmati dell’eccidio a sangue freddo di una decina di prigionieri di guerra russi, circostanza che Kiev ha tentato invano di negare e rilanciata dal New York Times – sebbene con i dubbi d’obbligo per evitare di andare troppo in contrasto con la propaganda anti-russa (l’eccidio a sangue freddo è incontrovertibile, qui un altro video, ma solo per persone forti: è terribile).

Non vogliamo pensare che tale tempistica sia stata voluta proprio per coprire la notizia dell’eccidio, che stava dilagando sui media, ma certo resta infelice.

Quanto all’eccidio, fa il paio con un’altra analoga strage, documentata da un filmato circolato all’inizio di aprile che immortalava altri soldati ucraini che assassinavano alcuni prigionieri russi (New York Times). Insomma, la pratica sembra qualcosa di alquanto usuale presso alcuni battaglioni ucraini.

Anche allora dall’Occidente non si levò alcuna voce per condannare l’accaduto, che esula dagli usuali orrori della guerra dei quali ucraini e russi si accusano a vicenda. E ciò nonostante il fatto che siamo noi ad armare quelle mani assassine. Si avrebbe il dovere di ricordare a quanti ricevono tali armi i limiti del loro uso e, se tali limiti sono superati, di minacciare di non fornirne più.

Oggi, come allora, l’Ucraina ha aperto un’inchiesta per appurare quanto avvenuto. Un atto dovuto per placare le lamentele e che, come allora, non avrà alcun esito. Allora, i responsabili della strage furono catturati dai russi poco dopo, cosa che hanno promesso di fare anche in questo caso. l’Ucraina avrebbe fatto meglio a sbattere i rei in prigione, ma ovviamente rischia di aprire un vaso di pandora che vuole che resti chiuso.

Il Terrore di ritorno

Non solo, per ironia della sorte, alcuni giorni prima della designazione della Russia come sponsor del Terrore, la Digos di Napoli ha arrestato quattro componenti di una cellula terroristica di marca neonazista affiliata all’Ordine di Hagal, i quali avevano rapporti stretti con il Battaglione Azov. I quattro preparavano attentati.

Il rischio che stiamo armando i terroristi del domani è alto, come aveva allarmato, peraltro, agli inizi della guerra non una quisling qualsiasi, ma Rita Katz, direttrice del Site, sul Washington Post (ora non se può più parlare, si sarebbe accusati di fare il gioco della Russia).

Il pericolo, cioè, è quello di replicare quanto avvenuto per la guerra siriana, con i ribelli di fiducia dell’Occidente, armati e addestrati in funzione del regime-change contro Assad, che hanno iniziato a mietere vittime tra le file dei loro benefattori. Praticamente tutti gli attentati avvenuti in Europa nel decennio della guerra siriana (e dopo) sono stati portati a termine usando tale manovalanza (si potrebbero fare molti esempi).

Per ora il pericolo che il neonazismo di ritorno insanguini le piazze del Vecchio Continente è limitato, sia perché tale manovalanza per ora è usata in guerra sia perché l’intelligence vigila in maniera ferrea su tale possibilità, perché getterebbe un’ombra, forse decisiva, sul supporto occidentale a Kiev.

Ma verrà un tempo, non molto in là, nel quale il movimento neonazista internazionale, rafforzato dalla guerra ucraina, ben armato, addestrato, e soprattutto ormai aduso all’orrore, avendolo attraversato e perpetrato in terra ucraina, farà sentire la sua voce in Europa e altrove, come da allarme della Katz. E non sarà un bel sentire…

Prima dell’Ucraina, l’Afghanistan

È questo un altro motivo per chiudere in fretta il tragico show che si sta consumando in ucraina a spese di quel popolo e dei deboli del mondo.

Infine, va ricordato che la pratica di uccidere i prigionieri di guerra in maniera più o meno sistematica non ha molti precedenti recenti se non in un altro conflitto nel quale rimase impelagata la Russia, quello afghano, nel corso dell’invasione sovietica del Paese.

Anche allora i mujaheddin armati dall’Occidente non facevano prigionieri, assassinando i soldati di leva russi che rimanevano nelle loro mani. Il tutto con l’ovvio tacito placet americano.

Se lo ricordiamo non è tanto per ripercorrere una pagina di cronaca nera del passato, ma solo perché non ci stupisce affatto quanto sta avvenendo in Ucraina. Fa parte del playbook…

E perché, per tornare al tema terrorismo, va ricordato che quei mujaheddin divennero poi i terroristi contro i quali l’Occidente si ritrovò impelagato nella lunga guerra al Terrore… la storia, purtroppo, ha il vizio di ripetersi.

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Fermare l’Era del Saccheggio: il Sud Globale dà vita a un nuovo sistema di pagamento – Pepe Escobar

The Cradle

[Tradotto dall’inglese da Nora Hoppe]

L’Unione Economica Eurasiatica (UEEA) sta accelerando la progettazione di un sistema di pagamento comune, di cui si discute da quasi un anno con i cinesi sotto la guida di Sergei Glazyev, ministro dell’UEEA responsabile dell’Integrazione e della Macroeconomia.

Attraverso il suo organo di regolamentazione, la Commissione economica eurasiatica (CEE), l’UEEA ha appena esteso una proposta molto seria ai Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che, cosa fondamentale, sono già in procinto di trasformarsi in BRICS+: una sorta di G20 del Sud Globale.

Il sistema comprenderà un’unica carta di pagamento – in diretta concorrenza con Visa e Mastercard – che fonderà la già esistente MIR russa, la UnionPay cinese, la RuPay indiana, la Elo brasiliana e altre.

Questo rappresenterà una sfida diretta al sistema monetario progettato (e imposto) dall’Occidente. E arriva sulla scia dei membri dei BRICS che già effettuano le loro transazioni commerciali bilaterali in valute locali, aggirando il dollaro USA.

Questa unione UEEA-BRICS era in preparazione da tempo – e ora si muoverà anche verso la prefigurazione di un’ulteriore fusione geoeconomica con i Paesi membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO).

L’UEEA è stata istituita nel 2015 come unione doganale di Russia, Kazakistan e Bielorussia, a cui si sono aggiunti un anno dopo Armenia e Kirghizistan. Il Vietnam è già un partner di libero scambio dell’UEEA e anche l’Iran, membro della SCO di recente adesione, sta concludendo un accordo.

L’UEEA è progettata per attuare la libera circolazione di beni, servizi, capitali e lavoratori tra i Paesi membri. L’Ucraina sarebbe stata un membro dell’EAEU se non fosse stato per il colpo di stato di Maidan del 2014, organizzato dall’amministrazione di Barack Obama.

Vladimir Kovalyov, consigliere del presidente della CEE, ha riassunto il tutto al quotidiano russo Izvestia. L’obiettivo è la creazione di un mercato finanziario comune e la priorità è lo sviluppo di uno “spazio di scambio” comune. “Abbiamo compiuto progressi sostanziali e ora il lavoro si concentra su settori come quello bancario, assicurativo e borsistico“.

Presto verrà istituito un nuovo organismo di regolamentazione per il sistema finanziario congiunto UEEA-BRICS.

Nel frattempo, il commercio e la cooperazione economica tra l’UEEA e i BRICS sono aumentati di 1,5 volte solo nella prima metà del 2022.

La quota dei BRICS nel fatturato totale del commercio estero dell’UEEA ha raggiunto il 30%, ha rivelato Kovalyov ai BRICS International Business Forum tenutosi lunedì scorso a Mosca:

“È consigliabile combinare le potenzialità delle istituzioni macrofinanziarie di sviluppo dei BRICS e dell’UEEA, in particolare la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB), nonché le istituzioni di sviluppo nazionali. Ciò consentirà di ottenere un effetto sinergico e di garantire investimenti sincronizzati in infrastrutture sostenibili, produzione innovativa e fonti di energia rinnovabili”.

Ancora una volta vediamo la convergenza in atto non solo tra i BRICS e l’UEEA, ma anche tra le istituzioni finanziarie profondamente coinvolte nei progetti della Nuova Via della Seta a guida cinese, o l’Iniziativa Belt and Road (BRI)…

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Lenin, Draghi e il “Tafazzi Game” del capitalismo finanziario – Pino Arlacchi

Tempi bui per l’Occidente a guida americana. La guerra tra NATO e Russia via Ucraina ha messo a nudo il crollo dell’influenza degli Stati Uniti sul mondo. Quasi tutti i paesi non NATO hanno risposto picche alla chiamata alle armi antirussa di Biden e dei suoi alleati europei.

Il grande flop del potere atlantico è stato favorito da una misura rimasta quasi ignota al grande pubblico, ma il cui peso non è sfuggito alla stampa dei padroni del pianeta. Parlo del sequestro delle riserve estere della Banca centrale russa: un patrimonio di oltre 300 miliardi di dollari congelati nelle banche occidentali dagli Stati Uniti e dai loro vassalli d’Europa.

Secondo il Financial Times è stato proprio Mario Draghi, assieme a Janet Yellen, segretaria del Tesoro americano ed ex-presidente della Federal Reserve, a confezionare un ordigno che doveva far saltare in aria l’economia della Russia e che si è rivelata un clamoroso autogoal, perché ha inflitto un colpo al cuore del capitalismo finanziario terrorizzando banche centrali e possessori di dollari di quasi tutto il pianeta

«Era il terzo giorno della guerra in Ucraina […] e Ursula von der Leyen aveva trascorso l’intero sabato al telefono del suo ufficio di Bruxelles cercando il consenso dei governi occidentali […] verso il più vasto pacchetto di sanzioni economiche e finanziarie mai messo in piedi […]
Von der Leyen aveva chiamato Mario Draghi, primo ministro italiano, e gli aveva chiesto di elaborare i particolari direttamente con la Yellen. “Eravamo tutti lì ad aspettare – ricorda un funzionario – perché impiegavano così tanto? Ed ecco che arriva la risposta: Draghi doveva avere il tempo di spandere la sua magia sulla Yellen”.

In serata l’accordo era raggiunto. Yellen […] e Draghi […], erano veterani di una serie di crisi drammatiche – dal collasso finanziario del 2008-9 alla crisi dell’euro. In quelle circostanze, essi avevano irradiato calma e stabilità su mercati finanziari imbizzarriti. Ma adesso […] il piano che avevano concepito […] era totalmente diverso. Stavano davvero dichiarando una guerra finanziaria alla Russia» (6-4-2022).

Il piano dei due turbofinanzieri ha scatenato una corsa verso la vendita di dollari che dura tutt’ora e coinvolge ogni sorta di detentore, pubblico o privato, nemico od amico che sia, se perfino le banche centrali di paesi come Israele ed Egitto dichiarano che stanno “diversificando i loro asset” (traduzione: ci stiamo sbarazzando delle nostre riserve in dollari).

Il tutto è accaduto senza che la Russia sia stata bastonata più di tanto, visto che il rublo non è andato in caduta libera ma si è rafforzato, e la guerra di Putin viene finanziata da un surplus delle partite correnti di 20 miliardi di dollari al mese.

Perché questo sgomento dei mercati di fronte all’attacco contro le riserve russe? Perché ciò che è successo alla Russia un giorno può succedere a chiunque. In un mondo ormai multicentrico, i rapporti internazionali sono molto più fluidi e incerti che in passato. Ogni paese che incappi in un deterioramento dei suoi rapporti con lo Zio Sam rischierà di vedere i biglietti verdi in suo possesso diventare all’ improvviso radioattivi.

È paradossale che siano stati proprio i due maggiori ex-banchieri centrali dell’Occidente ad applicare il mantra di Lenin che la destabilizzazione di un paese inizia col colpirne la moneta. In effetti, la magnifica coppia ha mandato in pezzi la pietra angolare dell’ordine finanziario internazionale: i diritti inviolabili di proprietà sui beni monetari detenuti al di fuori dei confini nazionali…

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Dolci, terribili scivolamenti del discorso pubblico sulla guerra in Ucraina – Daniela Calzolaio

Il discorso pubblico sulla guerra in corso si va modificando in modo rapido e sostanziale ma, al contempo, poco visibile e perciò “indolore”. Questi cambiamenti così rilevanti raramente sono oggetto di discussione in quanto tali e questo può contribuire a renderli invisibili ai nostri occhi.

1 maggio 2022

Il discorso pubblico sulla guerra in corso si sta modificando e lo sta facendo in modo rapido e sostanziale ma, al contempo, poco visibile e perciò “indolore”. Credo che questo fatto sia degno della nostra più grande attenzione. Si tratta di un cambiamento che si sta verificando, per così dire, per “scivolamenti”, in un modo che a vederlo sembra naturale. Un processo che avviene dolcemente, senza scossoni, e tuttavia rapidamente, visto che la realtà costruita e palesata dalle parole pubbliche cambia come seguendo due velocità: solo un pochino da un giorno all’altro, ma radicalmente se guardiamo allo spazio temporale delle poche settimane che ci separano dall’inizio della guerra. Questi cambiamenti così rilevanti raramente sono – mi sembra – oggetto di discussione in quanto tali ed è infrequente che si ponga l’accento su certi fatti denotandoli come segnali di cambiamento della situazione. Questo può avere come conseguenza – credo –quella di contribuire a renderli invisibili ai nostri occhi.

Farò di seguito alcuni esempi di questi che ho chiamato “scivolamenti”.

Un primo scivolamento del discorso pubblico sulla guerra è quello che troviamo su un ideale percorso che parte dal parlare di “Ucraina e Russia” e digrada finendo sul parlare di “USA/NATO e Russia”. Dall’inizio della guerra, gli attori prevalenti e visibili in gioco sono mutati, così come sono mutati i loro ruoli e le loro posizioni e mosse sullo scacchiere internazionale. La cosa ha cominciato forse a intravedersi già a marzo con le prime dichiarazioni di Biden su Putin (“criminale di guerra”, “macellaio”): ricordiamo tutti come esse siano state inizialmente definite, dai vari commentatori, come delle probabili gaffe (come se si stesse parlando non del Presidente degli Stati Uniti, ma di un qualunque individuo che al bar si lasci sfuggire più o meno inavvertitamente fiati scomposti come uno che, guidando da ore, si fermi per urinare sul ciglio dell’autostrada senza preoccuparsi neppure, tanto è l’impulso, di nascondersi dietro lo sportello aperto dell’auto). Intanto, mentre il dubbio – sollevato da pochissimi – circa un qualche interesse degli USA a rinfocolare la guerra (o perlomeno a non caldeggiare la pace) è stato prontamente denigrato, ridicolizzato e talvolta anche condannato in quanto bieco affronto ai nostri alleati, l’idea della presenza degli Stati Uniti, nella dinamica guerresca, si è fatta strada in modo “indolore”: dapprima – come dicevo – insinuandosi nelle pieghe tra una dichiarazione vestita da sfogo verbale inaccorto e una smentita (ricordiamo, ad esempio, l’affermazione di Biden “Quest’uomo [Putin, NdA] non può restare al potere”, poi “aggiustata” dalla Casa Bianca), poi palesandosi in modo esplicito in tutta la sua estrema realtà. Oggi non c’è ormai nessuna remora al parlare apertamente del ruolo attivo, in questa guerra, degli USA (anche se esso – va detto – è variamente letto). E c’è anche chi, non solo tra i pacifisti più incalliti, afferma esplicitamente che la pace non si fa perché Biden non la vuole. Uno di quelli che l’ha sostenuto in modo chiaro, aggiungendo anche, ospite nella trasmissione Tagadà dell’11 aprile, che la volontà di Biden è “vedere Putin nella polvere”, è il generale Leonardo Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare. Nessun battere le ciglia per queste affermazioni: sembra ora come normale che sia così, in una sorta di ulteriore scivolamento del discorso pubblico da un punto A, saturato delle dichiarazioni continue sul dovere morale di aiutare gli Ucraini invasi a difendersi e di sostenere la lotta per la libertà, a un punto B affollato (anche) di altri intenti e interessi: economici, politici, di potere tra potenze. Intanto, mentre scivoliamo, ci comportiamo come gli Stati Uniti (anche inviando armi, magari con qualche insulto verbale in meno di accompagnamento), il cui agire è sempre più chiaramente visto come non orientato verso la pace, e nel farlo diciamo che lo facciamo per perseguirla. Una situazione piuttosto strana…

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Francamente io un presidente come Zelensky non lo augurerei né a me stessa né a nessun altro – Maria Ancona

Non voglio difendere una fottutissima linea di confine su una inutilissima mappa militare che, tempo qualche anno, finirà negli archivi di qualche società geografica a testimonianza del fallimento della civile convivenza.

10 marzo 2022

Fonte: Facebook

Francamente io un presidente come Zelensky non lo augurerei né a me stessa né a nessun altro sulla faccia della terra.

A meno che non si sia disposti a vedere distrutto tutto ciò che si ha di più caro giusto per difendere una fottutissima linea di confine su una inutilissima mappa militare che, tempo qualche anno, finirà negli archivi di qualche società geografica a testimonianza del fallimento della civile convivenza.

Nazione, patria, patriottismo sono veleno quando diventano il parametro assoluto per costruire una identità che faccia stare al mondo individui e popoli accecati dall’orgoglio.

La frontiera diventa barriera invece di luogo di confronto. Abbiamo bisogno di camminare il margine. Qui è possibile incontrare l’altro. Senza il dialogo con l’altro io sono nessuno.

Questi sono giorni per ‘fare la pace’, non per schierarsi. È un’opportunità per rimettere in sesto il mondo, non per vederne la definitiva catastrofe. È nostra la decisione.

https://www.peacelink.it/lds/a/49047.html

 

 

 

 

 

 

 

Sui crimini di guerra servono processi imparziali – Daniele Archibugi

Non era mai successo che nel mezzo di un conflitto si svolgessero indagini e si minacciassero processi penali. È forse l’alba di una nuova cultura giuridica, ma c’è una decisiva condizione.
Che va ribadita: che la giustizia penale non sia usata come strumento di guerra e si usino gli strumenti esistenti, quali la Corte penale internazionale (Cpi).
Nell’aprile 2022, il Presidente Usa Joe Biden ha accusato Vladimir Putin di genocidio e ha minacciato di voler avviare un processo internazionale. Arriva oggi una più articolata posizione della Presidente della Commisione europea Ursula von der Leyen, la quale ha segnalato la volontà della Commissione europea di istituire un Tribunale ad-hoc per il crimine di aggressione commesso dalla Russia. Eppure, sembra che i due intendano esautorare la Corte penale internazionale (Cpi). La von der Leyen ha addirittura menzionato possibilità alternative, quali l’istituzione di un nuovo tribunale ad hoc oppure ibrido. Entrambi le opzioni sono da scartare.

Mai nel corso di un conflitto si era data tanta importanza alla giustizia penale. In Ucraina, i soldati russi Vadim Shysimarin, Alexander Bobikin e Alexander Ivanov sono già stati condannati per crimini di guerra, anche se verosimilmente usciranno di prigione in uno scambio tra prigionieri. Non è mancata la risposta russa: nel maggio 2022, Denis Pushilin, il leader del territorio controllato dalla Russia nel Donetsk, ha dichiarato che intendeva istituire un Tribunale Norimberga 2.0, dove gli imputati sarebbero stati i “nazisti” del Battaglione Azov per i loro ripetuti attacchi alla popolazione civile del Donbass dal 2014 al 2022. Pushilin dichiarava addirittura che la Russia avrebbe istituito un Tribunale internazionale, anche se difficilmente sarebbero riusciti a trovare sodali per tale avventura, e evocava come precedenti i processi del 1943 contro prigionieri di guerra tedeschi e collaborazionisti ucraini (tutti terminati con l’impiccagione degli imputati).
La giustizia penale è così diventata la continuazione della guerra con le toghe? I tribunali sono utili solo se sono imparziali. Proprio per questo, è necessario che siano istituzioni terze a gestire le indagini e i processi. La Cpi, istituita solo nel 2002, in questa occasione è stata assai tempestiva. Si può lamentare che è stata latitante nel corso dei conflitti in Iraq, Libia, Palestina e tante altre parti del mondo. Ma è un progresso che in questa occasione, solo una settimana dopo l’inizio dell’invasione russa, abbia avviato indagini sui crimini di guerra. Appena le truppe ucraine hanno riguadagnato la città di Bucha, la Cpi ha spedito sul posto investigatori forensi avvalendosi anche di specialisti messi a disposizione da autorità nazionali (ad esempio, sia il governo olandese che quello lituano hanno fornito i propri esperti).
Anche se difficilmente la Cpi potrà processare Putin, è questa l’istituzione che si deve incaricare di svolgere le indagini e celebrare i processi. Istituire un nuovo Tribunale ad hoc, come quelli istituiti nel 1993 e 1994 per i crimini nella ex-Jugoslavia e il Rwanda, sarebbe un colossale passo indietro che riporterebbe la giustizia penale internazionale indietro di 30 anni, perché un nuovo Tribunale sarebbe meno autorevole e più facilmente influenzabile da scelte politiche.
E poi, per quale ragione i Paesi europei, che si sono fatti faticosamente paladini dell’istituzione della Cpi, anche quando gli Stati uniti si sono tirati indietro, dovrebbero usare un altro strumento? Verrebbe ancora una volta meno quell’imparzialità indispensabile per dare autorevolezza ai processi e alle Corti che li celebrano…

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