30 giugno 1849: lo schiavo liberato che…

… morì per la Repubblica romana

di Fabio Troncarelli (*)

Aguyar

In un intervento sul settimanale «Internazionale» (18 giugno) il gironalista Bernard Guetta ha scritto: «Consideriamo le cifre. Il Libano ha sei milioni di abitanti e accoglie oltre 1,2 milioni di rifugiati, soprattutto siriani; la Giordania ha una popolazione di 8 milioni di abitanti e oltre 600mila rifugiati; la Turchia, 80 milioni di abitanti, ospita 1,8 milioni di rifugiati. L’Unione europea ha una popolazione di 500 milioni di abitanti e si considera in stato d’assedio perché centomila migranti e richiedenti asilo hanno raggiunto le sue coste, un diciottesimo di quelli che sono arrivati in Turchia. Questi numeri ci fanno pensare che Paesi dalla lunga tradizione cristiana abbiano totalmente dimenticato cosa sono la carità e la compassione, al contrario di molti Paesi musulmani infinitamente meno ricchi. Forse è arrivato il momento di preoccuparci per quello che siamo diventati, perché mentre i volti di questi bambini stravolti e genitori disperati compaiono in prima pagina sui nostri giornali e il papa ricorda a tutti gli europei l’obbligo di mostrarsi umani, noi guardiamo da un’altra parte e ci tappiamo le orecchie».

L’aspetto più ridicolo di un simile processo di rimozione consiste nel rifiuto delle radici multietniche della storia d’Europa: e non solo di quelle millenarie che derivano dalla storia della civiltà europea e dal continuo intreccio, incontro e scontro delle popolazioni che ne costituiscono il fondamento; ma anche dal rifiuto del contributo specifico all’evoluzione e della società europea da parte di popoli e individui, apparentemente estranei a questa storia, che invece hanno lasciato un segno indelebile nella nostra cultura. L’uomo della strada che urla contro i migranti e che protesta contro gli stranieri, soprattutto di colore, che gli rovinano la digestione, non ricorda o non vuole ricordare che la medicina europea è stata molto aiutata da Costantino l’Africano, figlio degli odiati Mori che popolavano l’altra sponda del Mediterraneo. E neppure che la poesia europea è stata non poco fecondata da Aleksandr Sergeevič Puškin, figlio di una famiglia africana. E neppure che la letteratura europea è stata assai stimolata da Alexandre Dumas figlio di un mulatto e nipote di una schiava negra di Haiti. E neppure ricorda che il cristianesimo e la cultura europea hanno ricevuto un non piccolo contributo da personaggi che venivano dall’Africa, in testa Sant’Agostino di origine berbera. Nonostante Shakespeare, nessuno è disposto a riconoscere il dramma di Otello: meglio credere o fingere di credere che solo la razza ariana ha forgiato il disordine stabilito di cui siamo tanto fieri!

Beh, oggi vorrei gettare un sasso in piccionaia e ricordare, dispettosamente, un piccolo negretto, anzi un negrone che è stato molto importante nella storia del nostro Paese e invece viene provvidamente dimenticato. “Negretto”, “Negrone”: qualcuno arriccerà il naso. Ma si parla così degli uomini di colore? Cari bigotti voi siete uguali ai razzisti: non volete chiamare le cose con il loro nome e vi fate un vanto, da bravi Farisei quali siete, dell’eufemismo, solo per mascherare verbalmente che ve ne fregate degli altri. Invece a me piace dire pane al pane e vino al vino: e mi piace usare tutte le parole della mia lingua, sottraendola all’abuso dei fanatici pazzi che rubano le mie parole, mi costringono a parlare come un libro stampato e mi impediscono di esprimermi con tutta la meravigliosa ricchezza della mia lingua. “Negro” non è una brutta parola. E “negro”di Garibaldi”, non a caso fu chiamato dai suoi entusiasti sostenitori Andrés Aguyar.

AguyarEgaribaldi

Era nato a Montevideo da padre e madre schiavi, sicché egli rimase tale fino a quando in Uruguay non venne abolita la schiavitù in seguito alla guerra civile del 1838. Sia i liberali Colorados che i conservatori Blancos infatti dichiararono la libertà degli schiavi nel 1842 per avere nuovi soldati nei loro eserciti.

Nel corso dell’assedio di Montevideo Garibaldi ebbe ai suoi ordini un gruppo di combattenti costituito da circa 5.000 ex schiavi, fra i quali c’era Aguyar. Il gigante nero si affezionò all’eroe dei due mondi e lo seguì quando quest’ultimo ritornò in Europa nel 1848.

Aguyar fu accanto a Garibaldi fin dagli inizi della prima guerra di indipendenza italiana, combattendo a Luino e Morazzone. Imponente e solenne, aveva la camicia e il poncho rossi, un cappello grigio, la piuma bianca. Le ragazze lo mangiavano con gli occhi e le donne di Trastevere poi lo guarderanno con «occhi neri di malizia e denti bianchi di allegria (German Arciniegas)».

Alcuni garibaldini come Vecchi e Hofstetter rievocarono la sensazione che Aguyar suscitava quando combatteva: «C’era una voce che correva tra quei superstiziosi soldati, che quel negro enorme tutto vestito di rosso, che caricava come se nessuno potesse ferirlo – la lancia in una mano e il coltello nell’altra – come un essere invulnerabile, fosse l’incarnazione del demonio1».

Influenzato da queste rievocazioni, Cesare Pascarella scrisse con ammirazione2:

«appena ar primo razzo de mitraja,

lo vedevi, strillanno, che correva

co’ la lancia framezzo a la battaja».

Anche altri volontari stranieri che lottavano a fianco di Garibaldi, come il pittore olandese Jan Koelman, furono colpiti da Aguyar: «Ercole di color ebano… che sorprendeva i nemici in battaglia disarcionandoli da cavallo con un lazo»3.

La fama di Aguyar aumentò e divenne internazionale all’epoca della Repubblica Romana. Molti giornalisti infatti descrissero il “negro di Garibaldi” con ammirazione e simpatia. La rivista «The Illustrated London News» pubblicò il 21 luglio 1849 un disegno rappresentante Aguyar e Garibaldi con la didascalia «Garibaldi and his negro servant» ricordando con accenti entusiasti il giovane «vestito con un cappotto aperto rosso e uno sgargiante fazzoletto di seta legato attorno al collo che copriva le spalle4».

Si dice che Aguyar salvasse la vita a Garibaldi diverse volte, come per esempio nella battaglia di Velletri contro i soldati borbonici del Regno delle Due Sicilie. L’ eroe dei due mondi era su una collina, in una vigna, e vide che i suoi soldati arretravano. Impetuoso, come sempre, spronò il cavallo per arrivare subito in mezzo alla mischia e incitare i suoi, ma il cavallo, costretto a scendere troppo rapidamente sul pendio, inciampò, lo sbalzò di sella e gli cadde addosso. I borboni si precipitarono su quella facile preda ma ecco spuntare dal nulla l’Ercole nero che li terrorizzò. Ed Ercole, ironia della sorte, era circondato da un nugolo di minuscoli ragazzini armati fino ai denti: la cosiddetta “brigata dei monelli” formata da piccolissimi patrioti, fra i 12 e i 16 anni. Questo nugolo di nanetti indemoniati capitanati da un gigante nero con gli occhi di fuoco fecero a pezzi gli esterrefatti soldati borbonici e salvarono la vita al loro generale.

L’Ercole di ebano era accompagnato sempre da Guerrillo, un cane che durante la battaglia di San Antonio era fuggito dall’esercito argentino e si era rifugiato tra i soldati della Legione Italiana. Aveva solo tre zampe e sembrava anche lui un’incarnazione del demonio, un altro essere diabolico che proteggeva la vita di Garibaldi. Scortato dal cane fatato e dal negro misterioso, l’eroe dei due mondi entrò nella leggenda mentre ancora faceva parte della cronaca.

Il 30 giugno 1849 Aguyar, promosso tenente da Garibaldi, venne mortalmente ferito dalle schegge di una granata francese vicino alla basilica di Santa Maria in Trastevere di fronte al Monastero dei Sette dolori. Morì nell’ospedale di Santa Maria della Scala, accanto a Luciano Manara e a Goffredo Mameli. Aveva sì e no trent’anni. Secondo alcuni, prima di esalare l’ultimo respiro, avrebbe mormorato: «Lunga vita alle repubbliche di America e Roma».

Nonostante i suoi meriti e la sua storia singolare, il busto di Aguyar non è presente fra le statue e i monumenti del Gianicolo. Neppure è sicuro che il vicolo del Moro, a Trastevere, ricordi davvero Andrea il Moro, come fu soprannominato durante il fascismo, camuffando con un’espressione ambigua la sua biografia di schiavo e di patriota. Con questo nome Aguyar fu ricordato ufficialmente nel 1935 quando gli fu dedicata una piccola scalinata a Monteverde, tra via Saffi e via Poerio, la “Scalinata Andrea il Moro”

Il Comune di Roma, nel 165° della morte, ha aggiornato la toponomastica della scalinata chiamandola con il nome e cognome completo di Andrés Aguyar e ricordandolo in una targa come afro-uruguaiano «luogotenente di Garibaldi». Meglio tardi che mai.

1 G. von Hofstetter, Giornale delle cose di Roma nel 1851, Torino, 1851, p. 29

2 C. Pascarella, Opere di Cesare Pascarella, Milano, Mondadori, 1961, p. 366.

3 J. P. Koelman, Memorie romane, Roma, 1963, pp. 245-6.

4 Lucy Riall, Garibaldi, Invention of a Hero, London, 2007, pp. 90-91.

(*) Questa «scor-data» di Fabio Troncarelli esce anche su «Corriere delle migrazioni».

Come sa chi frequenta il blog/bottega per due anni ogni giorno – dall’11 gennaio 2013 all’11 gennaio 2015 – la piccola redazione ha offerto (salvo un paio di volte per contrattempi quasi catastrofici) una «scor-data» che in alcune occasioni raddoppiava o triplicava: appariva dopo la mezzanotte, postata con 24 ore di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; ma qualche volta i temi erano più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi.
Tanti i temi. Molte le firme (non abbastanza probabilmente per un simile impegno quotidiano). Assai diversi gli stili e le scelte; a volte post brevi e magari solo una citazione, una foto, un disegno… Ovviamente non sempre siamo stati soddisfatti a pieno del nostro lavoro. Se non si vuole copiare Wikipedia – e noi lo abbiamo evitato 99 volte su 100 – c’è un lavoro (duro pur se piacevole) da fare e talora ci sono mancate le competenze, le fantasie o le ore necessarie.

Abbiamo deciso – dall’11 gennaio 2015 che coincide con altri cambiamenti del blog, ora “bottega” – di prenderci un anno sabbatico, insomma un poco di riposo, per le «scor-date». Se però qualche “stakanovista” (fra noi o all’esterno) sentirà il bisogno di proporre una nuova «scor-data» ovviamente troverà posto in blog; la redazione però non le programmerà.

Nell’anno di intervallo magari cercheremo di realizzare il primo libro (sia e-book che cartaceo?) delle nostre «scor-date», un progetto al quale abbiamo lavorato fra parecchie difficoltà che per ora non siamo riusciti a superare. Ma su questa impresa vi aggiorneremo.

Però…

(c’è quasi sempre un però)

visto il “buco” e viste le proteste (la più bella: «e io che faccio a mezzanotte e dintorni?» simpaticamente firmata Thelonius Monk) abbiamo deciso di offrire comunque un piccolo servizio, cioè di linkare le due – o più – «scor-date» del giorno, già apparse in blog.

Speriamo siano di gradimento a chi passa di qui: buone letture o riletture

La redazione (in ordine alfabetico): Alessandro, Alexik, Andrea, Barbara, Clelia, Daniela, Daniele, David, Donata, Energu, Fabio 1 e Fabio 2, Fabrizio, Francesco, Franco, Gianluca, Giorgio, Giulia, Ignazio, Karim, Luca, Marco, Mariuccia, Massimo, Mauro Antonio, Pabuda, Remo, “Rom Vunner”, Santa, Valentina e ora anche Riccardo e Pietro.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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