Criticare Israele non è antisemita, è antifascista…

…ma anche criticare l’Unione Europea è altamente rischioso

articoli di Francesco Maria Tedesco, Gianni Lixi, Alberto Bradanini, redazione Middle East Monitor, Stefano Bartolini, Enrica Perucchietti (ripresi da zeitun.info, ilfattoquotidiano.it, lafionda.org,  lazuccablog.wordpress.com, contropiano.org, lindipendente.online)

Israele: La criminalizzazione del dissenso – Gianni Lixi

Israele ha la sua popolarità in caduta libera in tutte o quasi le nazioni del mondo. Si mantiene in piedi perché una forte componente sionista è ancora presente in molti parlamenti soprattutto nel cosiddetto occidente. Ciononostante, il forsennato attivismo dell’Hasbara ( una superfinnanziata organizzazione che mira a promuovere l’immagine di questo stato genocida nel mondo) non riesce a mutare la tendenza dell’opinione pubblica mondiale. Ad israele, all’Hasbara, a tutte le organizzazioni di propaganda, perfino all’AI (molto cara a Netanyhau) non rimane altro: criminalizzare il dissenso per cercare di recuperare consenso.

Al governo israeliano non interessa minimamente combattere il terrorismo, giacché lui stesso è uno stato terrorista. Cos’altro è uno stato che usa cecchini per sparare in testa a dei bambini, uno stato che spara deliberatamente su medici, giornalisti ed ambulanze, che asfalta un’area grande un poco più di Roma, con gli abitanti che li vivono, compiendo uno dei crimini più grandi nella storia dell’umanità ed uno dei disastri ecologici più grandi nella storia dell’umanità.

Quello a cui è maggiormente interessato è cercare in tutte le maniere di soffocare il dissenso . Per fare questo si serve di strumenti che cercano di screditare tutte le organizzazioni solidali con la Palestina.

E’ noto che il termine terrorista è un termine molto scivoloso che viene usato con molta cautela anche dagli esperti di diritti umani. Non c’è unanime consenso sul suo significato. Uno dei significati molto generici ma tra i più diffusi è quello che attribuisce al terrorista l’esecuzione di attentati che provocano lutti alla popolazione civile. America ed israele non hanno competitori se si dovesse usare questo significato. In realtà il termine terrorista è stato sempre usato dai poteri coloniali per criminalizzare la resistenza del popolo occupato. Lo hanno fatto gli inglesi in tutti i territori che hanno occupato (e sono molti ), lo hanno fatto i francesi in Algeria,gli italiani in Libia ed Etiopia ecc…Ed è quello che Israele ed USA fanno. Si riuniscono, decidono chi è terrorista e chi non lo è e lo perseguono. Hanno giudicato terroriste associazioni umanitarie riconosciute internazionalmente come importanti strumenti di studio ed informazione sui diritti negati ai palestinesi. Senza parlare delle accuse di terrorismo all’ONU all’UNRWA ecc… Gli israeliani poi sono molto bravi a cercare di intrufolarsi nei parlamenti di numerosi paesi, soprattutto occidentali, perchè adottino la stessa tecnica per combattere l’attivismo palestinese. E’ quello che è successo in UK dove si è criminalizzata una associazione che ha avuto il merito di richiamare l’attenzione sulla attiva partecipazione al genocidio di Gaza da parte del governo inglese attraverso il rifornimento di armi prodotte in suolo Britannico. I loro attivisti sono in carcere in sciopero della fame. E’ successo in Australia, dopo il deplorevole attentato della spiaggia di Bondi. Sfruttando cinicamente l’assassinio dei poveri ebrei uccisi Netanyhau ha subito accostato l’attentato antisemita alle attività delle organizzazioni solidali con la Palestina, che in nulla mai hanno avuto a che fare con l’attentato, quando la vera crescita dell’antisemitismo è legata in maniera cristallina alle sue azioni di guerra a Gaza ed in tutti i paesi dell’area. A seguito delle dure dichiarazioni di Netanyhau, che intimava all’Australia di prendere provvedimenti, il primo ministro Australiano ha ordinato un giro di vite sul dissenso nei confronti di israele.

E adesso questo nuovo episodio italiano sempre pilotato da israele.

Chi ha passato le veline all’esercito israeliano (ricordiamolo ancora una volta, esercito impegnato in un genocidio) è una organizzazione dell’Hasbara israeliana. Si chiama NGO monitor. E’ una organizzazione di destra che si occupa di screditare le ONG che si occupano di diritti umani, sopratutto dei diritti umani negati ai palestinesi. E’ stata molto criticata da accademici, diplomatici e giornalisti perché le sue ricerche sarebbero influenzate da motivazioni politiche. In buona sostanza il fine ultimo è screditare le associazioni che si occupano di Palestina. Mohammed Hannoun e gli altri militanti sono stati arrestati sulla base di rapporti redatti da questa indegna organizzazione, rapporti che sono arrivati nelle mani dei giudici Genovesi tramite i terroristi dell’esercito israeliano!! Non si può immaginare niente di più indegno per la giustizia italiana.

Certo ci sarà stato un\una giudice sionista che ha reso possibile tutto cio’, ma la speranza è che altri giudici smascherino la strategia della criminalizzazione del dissenso a cui un paese messo alle corde sta cercando disperatamente di aggrapparsi.

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Quando è troppo è troppo! – Alberto Bradanini

1.Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).

Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.

In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.

È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare. La decretazione del nemico da combattere, abusiva secondo la nostra Costituzione e quella di molti paesi europei, ci catapulta d’amblée nella schiera dei paesi cobelligeranti a fianco dell’Ucraina, alla quale non ci lega alcun trattato di mutua difesa, che non fa parte della cosiddetta Unione e insignificante per i nostri interessi strategici. L’Italia è infatti circondata da nazioni amiche, che non hanno alcun interesse e capacità di invaderci da terra o dal mare. Insomma, un insieme di insulti giuridici e geopolitici. Si dirà, ma il nostro Paese è legato alla Nato e all’Ue e dunque … dunque cosa? Le medesime ragioni valgono infatti per le citate istituzioni, che sono obsolete, la Nato (che avrebbe dovuto sciogliersi il 1° luglio 1991 insieme al Patto di Varsavia, ma non è mai troppo tardi!) o la Ue (creatura incestuosa e distruttiva sotto il profilo politico, economico, monetario, industriale e via dicendo). Un duplice livello di asservimento che rende vuota la nozione di sovranità popolare di cui all’art. 1 della nostra Carta Fondamentale. Resta un sogno indelebile che la nostra amata Penisola sperimenti l’avvento di una diversa classe dirigente, finalmente libera da ogni infondato sentimento di inferiorità nei riguardi dei paesi nord-euro-atlantici, capace di condurci fuori da questo inferno.

2. Malauguratamente, la Macchina della Distorsione e della Menzogna funziona a meraviglia, anche se milioni di cittadini manifestano l’intento di riappropriarsi dell’uso della ragione, abbandonando i racconti di fantasia. E dunque il martello dell’oppressione torna a colpire.

Le disgrazie che colpiscono Jacques Baud, ex colonnello, membro dei servizi di sicurezza svizzeri e analista strategico della Nato, ne sono una tragica derivata. Vediamo.

Il 15 dicembre scorso la Commissione europea, con il consenso dei paesi membri deve tragicamente sottolinearsi, approva un regolamento che possiede tutti i lineamenti di una sentenza. Tale atto normativo, nel vuoto di etica politica, viola le costituzioni formali e materiali dei paesi dell’Unione, oltre che dei cosiddetti Trattati istitutivi, un groviglio inestricabile, illeggibili come sono da qualsiasi cittadino europeo di intelligenza media. Qui si seguito il dispositivo di tale vomitevole regolamento, che (massimo sopruso!) costituisce come noto fonte normativa superiore alle leggi interne dei paesi membri.

“Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, è regolarmente invitato a programmi televisivi e radiofonici filorussi. Egli agisce come portavoce della propaganda filorussa e formula teorie del complotto, ad esempio accusando l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per entrare a far parte della Nato. Di conseguenza, Jacques Baud è responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (Ucraina), attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza. Questo … regolamento di esecuzione (Ue) 2025/2568 del Consiglio del 15 dicembre 2025 dà attuazione al regolamento (Ue) 2024/2642, sulle misure restrittive relative alle attività destabilizzanti condotte dalla Russia. Il Consiglio dell’Unione Europea, … vista la proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza considerando che … il 18 luglio 2025, l’Alto Rappresentante … ha rilasciato una dichiarazione a nome dell’Unione, in cui ha condannato … le persistenti attività illecite della Russia, che rientrano in campagne ibride più ampie, coordinate e di lunga data volte a minacciare e minare la sicurezza, la resilienza (sic.!) e i fondamenti democratici dell’Unione, degli Stati membri e dei partner…

“L’Alto Rappresentante ha sottolineato che le attività illecite della Russia si sono ulteriormente intensificate dall’inizio della guerra di aggressione contro l’Ucraina ed è altamente probabile che continuino nel prossimo futuro … L’Unione … condanna ancora una volta le attività illecite della Russia contro l’Unione, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e i paesi terzi (quale mirabile sensibilità da parte di tali svaporati nei riguardi di paesi terzi – quali? di grazia! n.d.r.) Data la gravità della situazione, il Consiglio reputa opportuno aggiungere dodici persone fisiche e due entità all’elenco delle persone fisiche e giuridiche, delle entità e degli organismi di cui all’allegato I … Il presente regolamento … entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale … ed è obbligatorio … e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Bruxelles, 15 dicembre 2025, per il Consiglio, la Presidente, K. Kallas”. Fine del testo.

La violenza prevaricatrice delle de-istituzioni europee genera qui un mostruoso amalgama dei tre poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, un’ingiuria partorita da individui irresponsabili, nella duplice etimologia del termine, poiché delle loro turpi nefandezze essi rispendono esclusivamente alla loro coscienza, vale a dire al vuoto cosmico. Tutto ciò avviene senza che moltitudini di cittadini esprimano la loro profonda indignazione! La sorte ci fa vivere in un tempo davvero moralmente cupo e ci precipita nell’inferno di un’ontologica amarezza.

È ben evidente che, seduti nei loro sontuosi uffici e retribuiti con il nostro lavoro, lorsignori servono gli interessi di “chi – direbbe C. Smitt – dispone del potere nello stato di eccezione”, vale a dire quel sovrano impalpabile che decide a suo piacimento di disattendere impunemente le leggi esistenti, nel perseguimento dei suoi funesti obiettivi, in questo caso la guerra, per riempire le tasche già piene dei produttori di morte.

In termini di peso politico poi, non deve mai dimenticarsi che in Europa nulla vien fatto o disfatto senza che Germania e Francia (le rispettive élite beninteso) siano d’accordo. Chi reputa ingenuamente che in seno all’Ue le decisioni costituiscano l’esito di un compromesso tra i 27, farebbe bene a farsi una doccia rinfrescante.

Non è un caso, infatti, che prima di Jacques Baud, a subire il medesimo trattamento (giugno 2025) sia stata la doppia cittadina svizzera/camerunense, Natalie Yomb, rea di aver criticato le politiche neocoloniali francesi in Africa Orientale. Che il paese della rivoluzione par exellence della storia occidentale, si sia piegato a tale insulto contro la libera espressione del pensiero è solo un’osservazione a margine che qualifica la cupezza dei tempi che stiamo vivendo.

Va tenuto a mente che la sanzione comminata dai citati inqualificabili individui prevede che il sanzionato non possa viaggiare (salvo rientrare nel suo paese, dal quale non potrebbe più muoversi), disporre del proprio conto in banca, essere aiutato da amici/sostenitori ad acquistare di che vivere, raccogliere i fondi per la difesa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e altro ancora, poiché in tal caso costoro a loro volta commetterebbero un reato! Insomma, Jacques Baud dovrebbe lasciarsi morire non solo intellettualmente ma persino fisicamente, salvo deroghe di volta in volta generosamente concesse dai suddetti maggiordomi per la spesa al supermercato.

Deve rilevarsi che il crimine di cui sono accusati N. Yomb e J. Baud – individui liberi che hanno osato pensare con la loro testa – non è previsto da alcuna norma europea o dei paesi membri. Siamo invece di fronte al famigerato reato d’opinione, quello che infastidisce il discorso del padrone, ormai fuori da ogni binario e che, messo alle strette dalla ragione e dalla competenza, non vede altra scelta che la repressione.

Secondo la civiltà giuridica nella quale pensavamo di vivere, per sanzionare qualcuno sarebbe necessario raccogliere le prove di un reato la cui fattispecie sia prevista da una legge, condurre l’imputato davanti a un giudice terzo e quindi, dopo i previsti gradi di giudizio, deliberare la sentenza. La classica ripartizione valoriale tra democrazia e autocrazia/dittatura va dileguando: chiunque ormai può essere colpito per il medesimo non-reato. Agghiacciante!

3. Durante la cosiddetta guerra fredda– quando il comunismo sovietico veniva dipinto come una minaccia incombente per la sopravvivenza dell’Occidente capitalistico – era tuttavia consentito dissentire senza rischiare la lapidazione. Se oggi il potere ha acquisito tratti così feroci, la ragione andrebbe ricercata nella hybrisdei potenti, divenuti arroganti come mai davanti a un popolo incapace di opporre un minimo di resistenza. Per altri, tuttavia, la ragione di tale prepotenza– ed è questa l’ermeneutica che preferiamo – si colloca nell’autopercezione di debolezza di chi siede in cima alla piramide e vede il terreno tremare sotto i piedi.

Uno dei maggiori intellettuali viventi, Noam Chomsky, afferma che la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature. Nelle cosiddette autocrazie o dittature, la popolazione sa bene quel che è consentito e quel che non lo è, mantenendo dunque un sano scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità e la conoscenza scaturiscano in automatico dalla libertà d’espressione, quale esito di un sistema naturalmente rispettoso dell’etica pubblica e dei bisogni dei cittadini. Nel cosiddetto mondo libero resta un mistero insoluto che l’impalcatura mediatica sia considerata intrinsecamente attendibile, salvo qualche indecoroso eccesso, quando la macchina della propaganda richiede invero una sorveglianza più sottile, poiché qui le tentazioni a discostarsi dalle verità rivelate sono maggiori rispetto a quelle in essere nelle autocrazie/dittature.

Ora, se il termine democrazia si limita a operare con delega senza riscontro, precludendo ogni profilo di partecipazione (in specie quando si ha a che fare con pace o guerra!), allora esso diviene strumento di selezione cosmetica della classe politica di servizio, nulla di più.  Dinanzi a tale sciagura, i cittadini onesti di intelletto sono chiamati a opporsi a una ristretta cerchia di valletti indecorosi, tutti destinati alla spazzatura della storia: K. Kallas, Ursula Albrecht in von der Leyen e loro colleghi, insieme a coloro che hanno votato il citato sregolamento.

4. “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, recarsi al ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce lì. Essi non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Essi sono difetti di fabbricazione, sono pochi, sono eretici, sono guerrieri (Carlos Castaneda, scrittore peruviano)”.

Se pertanto tale cerchia di disonorevoli intendono portarci in guerra contro un nemico fabbricato a tavolino, mandando a morire i nostri figli e nipoti, prendiamo allora la libertà di richiamare l’invito di Boris Vian (il Disertore): “Signor Presidente, se è proprio necessario spargere del sangue, si metta lei in prima fila e si senta libero di spargere il suo, insieme a quello dei suoi parenti e amici. Io la guerra l’ho fatta, mi han rubato moglie, figli, lavoro, la vita intera. Se poi vuole farmi arrestare, nessun problema, proceda pure. E anzi dica ai suoi gendarmi che quando mi troveranno sarò disarmato, e che se vogliono possono anche sparare. Signor Presidente, mi ascolti bene: io al fronte non ci vado!”. Come ci ricorda il grande poeta, Pablo Neruda, infatti: “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”.

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Come inventare un nemico: chi osa condannare Israele – Francesco Maria Tedesco

Qualche settimana fa, il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza ha rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Qualche giorno fa, infine, la questione è tornata d’attualità per il disegno di legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è tout court antisemita.

Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo Guerra all’antisemitismo? uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla sociologa Donatella Della Porta aveva analizzato con riferimento al contesto tedesco. Un libro prezioso, che torna ahinoi utile, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce “panico morale”, quando – scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli interessi della società”.

La natura di queste minacce viene presentata “in modo stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk devils (che potremmo tradurre come “nemici della società”), devianti che attentano a un interesse pubblico. Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano, deve essere circoscritto, contrastato, censurato, espunto.

Della Porta elenca una serie notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori, hanno subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che tenessero conferenze, corsi, lezioni. Masha Gessen, una parte della sua famiglia vittima della Shoah, si è vista annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing, ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania (responsabile in Namibia del primo genocidio del Ventesimo secolo) attraverso l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).

Della Porta getta quindi una luce sul concetto di “nuovo antisemitismo”, etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. In Germania (e non solo) l’accusa di (nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti ebrei critici nei confronti di Israele): L’equazione così risulta: propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente attribuito alla destra. Così l’equazione è: pro-Israele=antisemiti. Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la “barbarie islamista”. Per AfD, “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”.

Si tratta dello stesso meccanismo all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista e spesso il presente neofascista con la difesa di Israele, tentando di scaricare l’antisemitismo sulla sinistra.

Anche qui destra ed estrema destra sono paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing). Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la quale l’estrema destra parteggia nello “scontro di civiltà” tra valori occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.

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Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’

Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.

Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.

Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.

In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”

Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.

Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.

Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.

La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.

Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)

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L’ebreo antisemita – Stefano Bartolini

Criticare Israele non è antisemita, è antifascista – Stefano Bartolini

Veniamo direttamente al punto di quanto siano strumentali e vergognose tutte queste proposte di legge sull’antisemitismo basate sulla definizione dell’IRHA.

La prendo sul personale. Io sono nato da madre ebrea e sono cresciuto in una famiglia ebraica, con tutto il corollario di pesach con uovo sodo al primogenito maschio da mangiare senza farsi vedere, hanukkah, vagamente rosh hashanah. Famiglia non particolarmente praticante ma credente (io non credo, ma è evidente che l’ebraismo così come non è questione di razza non lo è nemmeno di credo, cosa poi sia è discorso aperto). Per non parlare della memoria delle persecuzioni, da quelle mitologiche dei faraoni a quelle vicine e concrete dei fascisti e della Shoah.

Insomma io sono cresciuto da ebreo, con arredi e ninnoli vari in casa e il peso di un nonno partigiano delle Garibaldi che si chiamava niente di meno che Israele (lo trovate sull’home page del sito dedicato agli ebrei resistenti italiani del Cdec). Per mio nonno ho ottenuto postumo dallo Stato italiano il riconoscimento di perseguitato razziale sulla base della documentazione di archivio che ho raccolto.

È nella vita da storico ho lavorato tanto sull’antisemitismo, il razzismo, il nazionalismo, il fascismo. Oltretutto si può dire che sono diventato antifascista fin dalla tenera età perché sapevo che ero ebreo, che i fascisti ci avevano sterminato per quel che eravamo e dunque era chiaro che nel fascismo c’è qualcosa di intrinsecamente malvagio.

E poi c’è Israele, lo Stato. Con Israele ho dovuto fare un lungo percorso. Non che in casa fossero sionisti (nessuno ha mai fatto l’aliyah) o ferventi sostenitori di Israele, sono sempre stati semmai tutti per lo più indifferenti a quel che succedeva in un posto lontano e esotico mentre erano intenti a fare la cena di natale senza nemmeno un cristiano a tavola.

Ma quest’idea che di là dal Mediterraneo ci fosse una patria di riserva in cui andare a rifugiarsi qualora avessero iniziato di nuovo a farci fuori te la passano. Forse è come ha detto Tony Judt, ormai noi laici in diaspora non troviamo altro fondamento al nostro essere ebrei se non che i nazisti hanno provato a farci tutti fuori. Quindi partiamo da qui. Poi che è successo?

La “patria di riserva” della quale avrei diritto a chiedere la cittadinanza secondo le sue leggi, crescendo è iniziata a diventare un posto che portava avanti politiche profondamente ingiuste verso gente nativa del posto.

Inizialmente è iniziata a essere una “patria di riserva” governata da gente non propriamente lungimirante, che sbagliava tutto (e nel farlo ci metteva di nuovo a rischio).

Poi a un certo punto mi sono  ritrovato a ospitare a più riprese in casa mia un moderno Odisseo proveniente da Gaza. Non dimenticherò mai il suo terrore negli occhi la prima volta che entro nella mia casa materna è scopri dagli arredi di essere finito in una casa di ebrei. Mi chiese atterrito se eravamo fanatici. Io scoppiai a ridere e gli dissi tranquillamente mi casa es tu casa. Ma non ho mai smesso di pensarci.

Quindi eravamo giunti a questo? Per un palestinese nato e cresciuto a Jabalya il primo tema con un ebreo era appurare se fosse un fascista che aveva in mente di eliminarlo.

A quel punto ho iniziato a pensare che era giunta l’ora di andare a vedere di persona cosa erano Israele e la Palestina. Scelsi di farlo da solo, senza contatti, senza agganci in loco, io e il mio fedele zaino da viaggio. Mia madre insistette perché parlassi prima con un’amica di famiglia che c’era stata molte volte. Questa mi spiegò minuziosamente i posti in cui andare e quelli dove non andare. Quelli in cui andare erano quelli sicuri perché “lì c’è pieno di soldati”.

Io avevo già fatto tutto il movimento no global, pensai che avevamo un’idea diversa di cosa è la sicurezza. Quindi arrivai a Gerusalemme e come Philip Roth in Operazione Shylock scoprii subito che nella “patria di riserva” non fregava niente a nessuno che ero ebreo. E ci può stare. Fuori dalle fantasticherie dell’aliyah era un po’ come un argentino di cultura italiana che atterra a Roma e dice “io sono italiano”: embè?

Dunque me ne andai in tutti i luoghi dove mi era stato sconsigliato di andare e – pericolo assoluto – mi addentrai nei territori occupati, a Betlemme, a Ramallah, nei campi profughi, dove fui accolto da gente ospitale e simpatica. E solo soletto me ne andai a porgere i miei omaggi alla tomba di Yasser Arafat.

Ma attraversare quell’inquietante muro di cemento che rende i territori occupati la più grande prigione del mondo – testimonianza concreta della persecuzione – ti ricordava il tuo privilegio di occidentale che se ne può andare in su e giù tranquillamente. E soprattutto ti ricordava con le sue torrette quell’incubo di un campo in Polonia.

Non del tutto contento ci tornai due anni dopo, questa volta con alcuni amici e con un appuntamento con Breaking the silence per andare nei campi profughi a sud di Hebron, quelli in cui è girato No other land, passando per qualche colonia israeliana.

A quel punto inizi definitivamente a capire. Quella non è una “patria di riserva” che sbaglia. Quello è uno stato razzista e colonialista criminale che fonda su basi razziali la sua cittadinanza e il suo diritto a esistere, tenuto in piedi con la forza del dominio e del sopruso e attraversato da orde di squadristi che si chiamano coloni.

È uno stato fascista che si atteggia a democratico attraverso alcune esteriorità occidentali. E che, come facevano i fascisti italiani, pretende che ci sia un’identità tra ebraismo e sionismo, e chi la rigetta è antisemita. Ma io lo sapevo che i fascisti dicevano che erano anti-italiani gli antifascisti. E poi vedi anche che nelle librerie dove vendono libri in inglese – ce ne sono molte – ci sono volumi in bella vista, best seller, dove si spiega che la soluzione finale della questione palestinese è prendersi tutto e fare fuori – in qualsiasi modo – questi scomodi palestinesi.

Ed ora eccoci qui. Davanti a una sequenza di proposte di legge tutte uguali proposte da fascisti o da finti antifascisti che pretendono non solo di dirmi ma di impormi per legge che criticare quello stato è antisemita.

Ma questo è falso. Criticare quello Stato è antifascista. E su questo sarò chiaro. L’unico Stato che conosco che ha diritto a esistere è uno Stato democratico, autodeterminatosi, non nazionalista e nemmeno nazionale, con regole di cittadinanza inclusive e non su basi razziali, etniche, nazionaliste, mitologiche, bibliche. Uno Stato dove non ci sono cittadini di serie A e di serie C (se non ci fossero nemmeno per classe sarebbe meglio, ma questo sarebbe già quell’altro Stato che continuiamo a agognare).

Questo Israele non è non potrà mai essere, perché è uno Stato che fonda il suo diritto di esistere sulla forza, la violenza, l’apartheid, il sopruso, il dominio, la promessa divina.

Di fronte a questo, l’unica proposta democratica è quella di uno Stato solo, che si chiami come si è sempre chiamato quel posto, Palestina, dove fino a quando non sono arrivati dei colonialisti occidentali animati da un’ideologia nazionalista e rapace chiamata sionismo si viveva tranquillamente in pace tra ebrei, mussulmani e cristiani di ogni sorta, tutti palestinesi.

E dire questo non è assolutamente antisemita, perché io continuerò ad avere i miei ninnoli ebraici in casa, e vorrei semmai poter tornare a mangiare il mio uovo sodo a pesach senza dovermi vergognare per il timore di essere accomunato a una banda di criminali che non mi rappresenta ma che pretende fascisticamente di parlare in mio nome, con l’ausilio dei suoi alleati fascisti e finti antifascisti occidentali.

E che mi denuncino pure, zitto non ci sto, né ora né poi. Anzi, mi faranno il piacere di sanzionare per legge che sono un dissidente, elevandomi di status.

da qui

  

L’ebreo antisemita (o seconda puntata) – Stefano Bartolini

Era l’accusa che mi aspettavo, arrivata puntualmente. D’altronde l’avevo anche evocata, per cui non mi lamento. É un’accusa che gira da molto tempo in relazione a chi critica Israele da una prospettiva ebraica, e che negli ultimi anni sta acquistando una nuova forma concreta e aggressiva a partire dalla Germania, come ho imparato dagli studi di Donatella Della Porta.

Sia detto per inciso: questa accusa è uno dei motivi che fa si che molte persone ebree che la pensano come me (e ce ne sono diverse a giudicare dai messaggi che mi sono arrivati in privato) restino in silenzio di fronte ai crimini israeliani. Un altro motivo è che siamo scollegati tra noi, non organizzati e quindi senza voce, ma questo è un altro discorso.

Vediamo invece quale sarebbe la natura di questo “ebreo antisemita”: è una “specie infestante” (l’ho letto), di sinistra, cosmopolita, woke, ha i soldi, è una quinta colonna dell’islamismo, è un’arma mortale nascosta nelle nostre società pronta a colpire al cuore l’Occidente.

Se vi sembra di sentire qualcosa di sinistramente già noto è perché “l’ebreo antisemita” somiglia straordinariamente all’immagine dell’ebreo dei nazisti. Curioso, vero?

Credo che se riusciamo a dipanare questa matassa faremo un passo in avanti nella comprensione del perché oggi in Occidente le forze politiche che appartengono alla famiglia politica del fascismo siano diventate le più strenui alleate di Israele – dopo aver provato a sterminare gli ebrei – e viceversa, senza sentire nessuna contraddizione tra il rivendicare (esaltandola) la figura di Giorgio Almirante, fascista antisemita impegnato nella direzione della rivista “La difesa della razza” durante il regime e l’appoggio incondizionato a Israele. Qualche idea ce l’ho, ma per ora lascio aperta la discussione perché vorrei ascoltare le opinioni in merito.

Tuttavia vorrei dire alcune cose su questa strana creatura che è “l’ebreo antisemita”.

Innanzitutto ha i caratteri di tutte le costruzioni razziste, ovverosia l’identificazione tra un carattere immutabile (l’essere ebreo) e una posizione politica. Di fatto si tratta di un’ennesima razzializzazione: si è ebrei se si è sionisti, si è ebrei antisemiti se non si è sionisti. Tertium non datur.

Ora questa naturalizzazione del rapporto tra ebraicità e sionismo fa ovviamente il gioco di Israele che quindi spende da sempre risorse in questo senso. Tuttavia questa razzializzazione ha una forte pregnanza antidemocratica. Perché? Perché non contempla la circostanza che vi siano posizioni diverse all’interno del mondo ebraico, e cioè un pluralismo e una dialettica, rispetto a Israele e all’idea di stato-nazione, etnicamente perimetrato in vari modi con l’armamentario classico dei processi di costruzione nazionale che hanno a che fare con religione, lingua, cultura ecc… e guarda caso il “suolo”. Cioè se si è ebrei si deve per forza essere sionisti, altrimenti si è ebrei antisemiti.

Non può dunque esistere una posizione critica, non solo su Israele e le sue politiche, ma proprio dell’idea che la statualità e la cittadinanza si debbano per forza costruire sopra il perimetro etnico e nazionale, e quindi escludente per chi non vi sta dentro.

O detto in altri termini: non posso dire che l’idea nefasta secondo la quale italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, serbi, croati, russi, ucraini, greci, turchi e anche gli ebrei (che non è nemmeno chiaro se siano una nazione, una religione, una cultura, un popolo…) debbono per forza avere uno Stato solo per loro, escludendo dalla cittadinanza o dalla piena cittadinanza chi non fa parte della nazione dominante (è il problema della cittadinanza agli immigrati, per dirla chiara) perché, se lo faccio, sono un ebreo antisemita.

Tuttavia è stato proprio uno storico ebreo come me – un gigante, Eric Hobsbawm – a parlare della “nazione” come invenzione della tradizione, artefatto politico umano e non naturale. E se è una costruzione così come si è fatta si può anche superare.

Sono perfettamente consapevole che ci sono ebrei – anche di sinistra – che presentano come “democratica” l’idea sovranista che anche gli ebrei abbiano diritto a uno Stato. E a prima vista lo è. Il problema è che alla prova dei fatti gli stati non corrispondono alle nazioni, ci sono sempre minoranze, per cui lo Stato-nazione si risolve in un problema di inclusione irrisolvibile. Che si aggrava nel caso dello stato-nazione costruito per via coloniale, che si crea il proprio “spazio vitale” a spese di altri, di norma a un prezzo criminale.

Per cui io sono un “ebreo antisemita” perché credo che l’idea di stato-nazione vada superata anche per gli ebrei, sulla scorta di una lunghissima tradizione di pensiero ebraico europeo fisicamente scomparsa con la Shoah, a cui sono sopravvissute solo poche voci, come quella di Marek Edelman, tra i capi della rivolta ebraica del ghetto di Varsavia, non sionista e critico di Israele, figura troppo autorevole per essere attaccata e quindi cancellata d’ufficio, persona che credeva nell’integrazione e nel superamento del nazionalismo come principio politico.

Quindi per me “tra il fiume e il mare” dovrebbe esistere uno Stato solo, magari confederale in prima battuta, dove la cittadinanza sia questione di diritto universale e non particolare per ebrei, cristiani, mussulmani.

Secondo me si dovrebbe chiamare come il nome geografico di quella regione, Palestina, ma se questo fa problema si può tranquillamente chiamare in una maniera più ecumenica. Chiamiamolo Falafel, lo mangiano tutti. Tra l’altro basta farci un giro in quelle terre per capire che lo stato-nazione non ce lo puoi impiantare (è stato più facile da noi, ma c’è comunque chi ne ha fatto le spese e continua a farle). Non è semplicemente praticabile, a meno di non farsi venire in mente di fare un genocidio.

La seconda cosa invece è che chi parla di “ebreo antisemita” è poi anche chi vorrebbe un mondo ben ordinato e immutabile secondo le proprie categorie, sovradeterminando il destino e le scelte delle persone su cui pretendono di decidere loro: le donne devono fare le donne (sexy, madri e al focolare), gli operai devono stare zitti a lavorare o a farsi licenziare e non scioperare e protestare, i neri devono essere neri (e sappiamo tutti cosa vuole dire), i mussulmani devono stare in guerra santa in eterno, le persone lgbtqia+ non devono essere tali, i cinesi devono mangiare i ravioli, i messicani mettersi il sombrero ecc. ecc… Per cui ti devi conformare a forza: se sei ebreo devi essere sionista, altrimenti sei antisemita.

Non facciamo confusione. Il problema è che il loro mondo così ben ordinato non esiste e non esisterà mai, anche perché la storia non è fissità delle identità ma mutamento continuo, ibridazioni, processi sociali che cambiano le carte in tavola. In aggiunta le persone hanno il brutto vizio di non farsi sovradeterminare e di prendere la parola.

Infatti, alla fin fine, il problema di costoro è che mal sopportano il mondo (restiamo in Occidente per non complicarci troppo il discorso) per come è iniziato a diventare dal 14 luglio del 1789 in poi, con tutta questa gente che non sta al suo posto e prende la parola in sede politica (lo facevano anche prima, ma per ora accontentiamoci di questa approssimazione, ci siamo perfettamente capiti così). E quindi pretendono di rimetterti al tuo posto in maniera violenta, a parole finché non possono usare altri mezzi.

Un’ultima osservazione la rivolgo agli ebrei che vivono in diaspora, specie per quelli italiani, che sostengono Israele acriticamente e che si sentono attaccati da una nuova ondata di antisemitismo.

Sono perfettamente consapevole che c’è ancora l’antisemitismo, anche in frange minoritarie della sinistra. Proprio per questo meditate sulle scelte che fate.

L’alleanza tra l’Occidente e Israele durerà fino a quando gli ebrei saranno considerati bianchi (cosa tutto sommato recente). Ma basta un rivolgimento storico – che per sua natura non è prevedibile – e riscoprirete di essere una minoranza dentro a uno stato-nazione che considera chi non è cattolico fuori dal suo perimetro al pari dei mussulmani e dei neri. A quel punto basta un attimo a ritrovarsi nel 1938.

Forse la soluzione più lungimirante è uscire da questa logica dello stato-nazione, in Italia e in Israele, ed essere pienamente cittadini di uno Stato democratico non nazionale. È proprio la nostra storia ad avercelo insegnato, ma evidentemente ci sono troppi cattivi scolari che hanno preferito adottare la stessa strada che era stata scagliata contro di noi nell’illusione di sentirsi sicuri attraverso il dominio e la forza.

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Pfizergate: chiusi i conti correnti a Frédéric Baldan, l’uomo che ha denunciato von der Leyen – Enrica Perucchietti

«Le banche si sono arrogate il diritto di chiudermi i conti bancari senza alcuna motivazione». Frédéric Baldan, autore del saggio Ursula GatesLa von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles, si è visto chiudere tutti i conti bancari, personali e aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni. Le banche belghe Nagelmackers e ING hanno comunicato la rescissione dei rapporti senza motivazioni plausibili, chiedendogli la restituzione delle carte di credito. Un caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco del potere europeo: il cosiddetto caso Pfizergate. Baldan, ex lobbista accreditato presso la Commissione UE, è l’uomo che ha denunciato Ursula von der Leyen per gli SMS, inviati tra gennaio 2021 e maggio 2022, mai resi pubblici con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Ora, oltre all’isolamento istituzionale, subisce l’esclusione finanziaria.

Raggiunto da noi telefonicamente, Baldan ci ha spiegato che «le banche hanno iniziato a crearmi problemi simultaneamente, pur non comunicando tra loro. L’unica spiegazione plausibile è che esista un elemento scatenante: penso si tratti di un ordine impartito dai servizi segreti dello Stato belga, su pressione dell’Unione Europea, di trasmettere tutte le mie transazioni finanziarie». Al contempo, Baldan ha espresso la sua determinazione a non lasciarsi intimidire: «Sul mio account X, l’annuncio di questa informazione è stato visualizzato 600.000 volte in 24 ore.

Ho ricevuto molti messaggi di sostegno e ringrazio il pubblico internazionale per questo. Forse l’obiettivo è quello di delegittimarmi, ma in realtà sta accadendo l’opposto. Sarò semplicemente temporaneamente impossibilitato a ricevere i diritti d’autore, ma il mio editore italiano, Guerini, potrà continuare a diffondere le verità contenute in questo libro, ed è questo l’aspetto essenziale per me». Baldan è un tecnico del sistema che ha deciso di testimoniarne pubblicamente la degenerazione e il suo atto d’accusa parte dall’“SMSgate”, i messaggi tra von der Leyen e Bourla sui contratti Pfizer, mai consegnati alla magistratura europea. L’indagine della Procura di Liegi, cui ha depositato querela, è stata ostacolata dal muro di gomma delle istituzioni comunitarie. Nonostante l’ostracismo, a maggio di quest’anno, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato la Commissione Europea, stabilendo che la Commissione europea ha agito in modo illegittimo rifiutando di pubblicare gli SMS, in quanto tali comunicazioni rientrano nei documenti ufficiali dell’Unione e devono essere accessibili al pubblico. La Commissione europea ha successivamente lasciato scadere il termine per impugnare la sentenza: un’ammissione implicita di responsabilità politica.

Nel suo libro, pubblicato in Italia da Guerini Edizioni nella collana Scintille diretta dal giornalista ed ex Presidente RAI Marcello Foa, Baldan descrive da insider i meccanismi e le tecniche di manipolazione delle lobby che, secondo lui, hanno colonizzato Bruxelles. Nel libro non racconta soltanto la genesi del caso Pfizergate, ma ricostruisce la struttura profonda che lo ha reso possibile: una rete di interessi, fondazioni e lobby che dominano Bruxelles e che si dipana tra le istituzioni UE, le multinazionali farmaceutiche e i think tank legati al World Economic Forum. L’autore spiega come durante la crisi sanitaria il confine tra pubblico e privato sia stato cancellato, e come l’“affare Pfizer” rappresenti il simbolo di una Commissione che ha agito al di fuori del mandato democratico. Nella sua prefazione, Foa definisce Baldan «un testimone scomodo» che paga il prezzo del suo coraggio e lo descrive come «un uomo che ha rotto il tabù del suo mestiere», scegliendo di non chiudere gli occhi davanti all’abuso di potere. Un gesto di ribellione che gli è costato caro: la Commissione gli ha revocato l’accredito di lobbista nel 2023 e ora due banche gli hanno chiuso i conti bancari. Una sanzione economica e simbolica insieme, quest’ultima, che sa di vendetta e di messaggio a chiunque volesse seguire le sue orme. La rappresaglia economica è la versione finanziaria della censura: il “debanking” è divenuto, infatti, il nuovo strumento di esclusione sociale dei dissidenti. Non servono più scomuniche o tribunali, basta un algoritmo di compliance o una decisione del “risk management”. In nome di qualche codice etico si eliminano le voci fuori dal coro o fastidiose per il Sistema. Baldan lo scrive con amara ironia: «Il diritto di resistere agli abusi del potere, oggi, passa per il diritto di avere un conto corrente». Dietro la freddezza burocratica delle lettere bancarie che precedono la chiusura dei conti si intravede il messaggio politico: chi accusa la Commissione rischia di essere cancellato anche come cittadino economico.

La chiusura dei conti bancari non è un dettaglio: in Belgio, come altrove, la libertà economica è precondizione della libertà d’opinione. Quando il sistema bancario decide chi può operare e chi no, la democrazia diventa condizionata. Le prime avvisaglie le abbiamo avute in Canada, quando il governo Trudeau ha congelato i conti dei camionisti del Freedom Convoy durante le proteste anti-Green Pass. Nel Regno Unito il “debanking” è ormai una realtà: la chiusura di conti correnti per motivi ideologici colpisce cittadini, imprese e giornalisti. Il caso più noto è quello di Nigel Farage, a cui la banca Coutts – controllata in parte dal governo – ha chiuso il conto non per ragioni economiche, ma per le sue opinioni sulla Brexit e i legami con Trump. Secondo un’inchiesta del Daily Mail, nel Paese vengono chiusi circa mille conti al giorno. Le banche giustificano le decisioni con l’“etica aziendale” o con la definizione di “politically exposed person”, ma di fatto esercitano un potere censorio che limita la libertà individuale. Non solo privati, ma anche aziende, enti di beneficenza e giornalisti vengono colpiti per il reato di opinione. Tra le vittime figurano il giornalista Simon Heffer e il blogger scozzese Stuart Campbell. Questa deriva, aggravata dalla progressiva eliminazione del contante, mette a rischio la democrazia, trasformando le banche in arbitri delle opinioni politiche e strumenti di censura economica. In Germania è accaduto ad Alina Lipp, giornalista divergente e corrispondente dal Donbass, in Italia la scure finanziaria ha colpito l’emittente Visione TV e l’associazione Vento dell’est con l’accusa di “filoputinismo”.

La reazione delle istituzioni finanziarie nei confronti di Baldan non può che suscitare preoccupazioni tra coloro che vedono in questo comportamento un tentativo di silenziare le voci divergenti. La chiusura dei conti e le ritorsioni subite dall’autore sono state interpretate come un segnale di come le lobby possano influenzare non solo le politiche, ma anche la vita privata e professionale di chi osa sfidarle. Il caso Baldan mette a nudo un cortocircuito tra potere finanziario e governance europea. L’autore di Ursula Gates aveva invocato la trasparenza sui contratti Pfizer e sulla catena di decisioni che, dal World Economic Forum all’OMS, hanno condizionato le politiche sanitarie dell’Unione. Oggi viene trattato come un paria. Nel suo ultimo messaggio su X scrive: «L’intimidazione non funziona. Rafforza solo il nostro impegno». La solidarietà che chiede non è ideologica ma civile: acquistare il libro, diffondere la notizia, rompere il silenzio. Perché la libertà d’espressione, privata di mezzi e voce, si spegne nell’indifferenza. Il Pfizergate non è soltanto uno scandalo di contratti segreti, ma il simbolo di un nuovo ordine in cui le istituzioni che predicano l’inclusione praticano, invece, l’esclusione. Baldan diventa così il volto di una resistenza che attraversa l’Europa: quella di chi rifiuta di essere silenziato per via bancaria e che pretende verità e trasparenza. La vicenda belga dimostra che questa battaglia non è finita: è appena iniziata. E si combatte oggi sul terreno più fragile, quello della libertà economica, ultimo baluardo della libertà politica e civile.

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Un commento

  • Non si capisce il paragone. Criticare Israele come stato e come acquiescenza di troppi ebrei non è né antisemitismo e non c entra con l antifascismo Perchè sempre confondere? Fare riferimento a un altro male o a un altro bene psicologicamente indebolisce il discorso e devia il tema… Israele infame si condanna ad un lento suicidio

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