Maranza: il mostro comodo

Riflessioni attorno al cosiddetto “decreto anti-maranza” di Alessandro Bianchi (*)
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Ogni epoca ha bisogno di un mostro. Il nostro tempo se n’è fabbricato uno in tuta e marsupio. Lo chiama maranza. È un mostro comodo: ha un nome, un abbigliamento, una colonna sonora. Soprattutto, ha un’età. È minorenne, quindi si può legiferare su di lui senza chiedergli niente.

 

Il governo ha appena approvato la sua risposta.
Si chiama inversione dell’onere della prova: un sedicenne che commette un reato si presume capace di intendere e di volere, e tocca a lui dimostrare il contrario. Il ministro della Giustizia ha spiegato con encomiabile franchezza il senso politico della norma: facilitare le indagini. Non ridurre i reati. Facilitare le indagini. È la prima volta, forse, che una legge sulla sicurezza dichiara apertamente di occuparsi della burocrazia del dopo e non della vita del prima.
Vale la pena, allora, guardare i numeri.
La sociologia ha un difetto professionale: conta.
E quando conta, il mostro si sgonfia. Secondo il rapporto Antigone sulla giustizia minorile, i minorenni denunciati in Italia sono 363 ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea. Sono responsabili dell’1,5 per cento dei reati denunciati nel Paese.
Le serie storiche mostrano un calo lungo trent’anni.
Certo, alcuni reati violenti tra i giovanissimi sono cresciuti nell’ultimo decennio, e sarebbe disonesto negarlo. Ma un Paese che ha uno dei tassi di criminalità minorile più bassi d’Europa e si racconta assediato dalle baby gang non ha un problema di ordine pubblico. Ha un problema di racconto.
Stanley Cohen lo chiamava panico morale: la costruzione sociale di un diavolo popolare su cui scaricare ansie che vengono da altrove. Il maranza è il nostro folk devil, e come tutti i diavoli serve soprattutto a chi lo evoca.
C’è però un dato, dentro le statistiche, che nessun talk show cita mai.
Tra i ragazzi in carico ai servizi sociali minorili gli stranieri sono il 23 per cento. Tra i reclusi negli istituti penali sono quasi la metà. La selezione penale non segue la gravità del reato: segue la disponibilità di risorse familiari e sociali. A parità di sbaglio, chi ha una famiglia alle spalle ottiene la messa alla prova. Chi non ce l’ha, entra. Il carcere minorile non fotografa la cattiveria dei ragazzi. Fotografa la solitudine delle loro famiglie. È la povertà, messa in cella con un altro nome.
Il reato, insegna la criminologia, è l’ultimo anello di una catena. La politica seria si distingue da quella teatrale per il punto in cui decide di afferrarla. E qui il mondo ci offre esperimenti già fatti, pagati e misurati da altri. Basterebbe copiare.
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Glasgow, 2005: capitale europea degli omicidi, 137 morti ammazzati in Scozia in un anno. La polizia fa una cosa strana per una polizia: smette di pensare alla violenza come a un crimine e comincia a trattarla come un’epidemia. Nasce la Violence Reduction Unit. Si lavora con scuole, ospedali, quartieri, si mappano le zone più violente e si scopre, sorpresa, che coincidono con le più povere.
Risultato: reati violenti più che dimezzati in tredici anni, ricoveri per ferite da coltello a Glasgow giù del 65 per cento. Tra il 2011 e il 2016 nessun ragazzo sotto i vent’anni è morto accoltellato in città. Nessuno. La violenza si cura come una malattia perché è una malattia: ha fattori di rischio, vettori di contagio, e soprattutto ha una prevenzione.
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Reykjavik, anni Novanta: gli adolescenti islandesi sono i più ubriachi e fumati d’Europa. L’Islanda non vara decreti. Fa una cosa quasi offensiva nella sua semplicità: chiede ai ragazzi cosa vogliono e gliene dà una versione che non li distrugga. Sport gratuito, musica, spazi aperti, orari scolastici estesi, genitori coinvolti come impegno collettivo, e un censimento biennale dell’intera popolazione adolescente per misurare rischi e protezioni. Quindici anni dopo, quei ragazzi sono i più sobri del continente.
Non hanno vinto la guerra alla droga. Hanno reso la droga meno interessante della vita.
È la forma più elegante di vittoria: rendere irrilevante il nemico.
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Missouri, anni Ottanta: uno Stato americano qualunque smantella i riformatori e apre piccole strutture educative. Trent’anni dopo, la recidiva dei suoi ragazzi è al 16 per cento, contro il 43 del Texas e l’89 delle carceri minorili di New York, dove ogni recluso costa 210 mila dollari l’anno, l’equivalente di quattro anni a Harvard, per fabbricare un criminale adulto. È il paradosso perfetto: il sistema più feroce è anche il più costoso e il meno sicuro. La severità, alla prova dei conti, è un lusso che produce danni.
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E l’Italia? L’Italia è il caso più malinconico di tutti: un Paese che ha ragione e non lo sa. Il nostro processo penale minorile del 1988 è studiato all’estero come modello. La messa alla prova, che sospende il processo e affida il ragazzo a un progetto educativo, chiude con esito positivo l’85 per cento dei casi. Recidiva al 22 per cento, contro il 31 dei percorsi tradizionali. Nove punti di differenza, misurati su una coorte seguita per sei anni. Nessuna riforma penale al mondo può vantare un effetto simile.
Eppure il bilancio pubblico si muove in direzione contraria: crescono le voci per polizia penitenziaria e nuove carceri minorili, cala del 17 per cento la spesa per il reinserimento. Stiamo definanziando ciò che funziona per finanziare ciò che fallisce ovunque sia stato tentato. In qualsiasi azienda si chiamerebbe distruzione di valore.
In politica si chiama fermezza.
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Perché il punto, alla fine, è economico prima ancora che morale, e questo dovrebbe convincere anche chi la morale la trova un ingombro. James Heckman, premio Nobel, ha dimostrato che il rendimento dell’investimento pubblico su una persona decresce con la sua età: un euro speso su un bambino di tre anni rende più di uno speso su un adolescente, e incomparabilmente più di uno speso su un detenuto.
L’istituto di valutazione dello Stato di Washington, che da trent’anni fa i conti in tasca a ogni politica pubblica, ha calcolato che i programmi di terapia familiare per ragazzi a rischio restituiscono dai tre ai venti dollari per ogni dollaro investito, mentre i campi di rieducazione militare ne restituiscono quarantadue centesimi: un investimento in perdita che genera, in più, nuovi reati.
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La prevenzione non è buonismo. È l’unica politica di sicurezza in attivo di bilancio.
E lo strumento della prevenzione ha un nome antico: scuola.
È l’unica istituzione che incontra tutti i bambini, ricchi e poveri, prima che la vita li divida. Save the Children ha documentato che nei quartieri di disagio delle nostre città metropolitane un ragazzo su cinque è a rischio dispersione e più di un under 30 su tre non studia e non lavora.
E ha documentato anche il paradosso italiano: proprio dove la povertà minorile è più forte, la scuola è più povera, senza tempo pieno, senza mense, senza palestre. Dove servirebbe di più, c’è di meno. Ma quando l’offerta educativa viene potenziata, i divari si riducono, perfino nei territori più difficili. La scuola funziona. Va solo aperta, allungata, riscaldata, dotata di un campo da pallone. Sono le riforme meno fotogeniche della storia. Sono anche le uniche che la letteratura scientifica certifichi.
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Nessun bambino nasce maranza. Si nasce, semmai, in un quartiere dove il campetto è chiuso e il tribunale è aperto. La destra promette sicurezza attraverso la paura, e la paura, essendo infinita, garantisce domanda infinita di sicurezza: è un modello di business, non di società. L’alternativa progressista non è l’indulgenza.
È la precisione: certezza e rapidità della risposta quando il reato c’è, mai la sua ferocia; e prima del reato, molto prima, uno Stato che ai suoi ragazzi si presenti con un registro di classe e non con un casellario. Perché il mostro comodo ha un difetto di fabbrica che nessun decreto potrà correggere: smette di esistere appena qualcuno lo prende sul serio da bambino.
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(*) Tratto dalla pagina FB di Alessandro Bianchi.
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