«Terra dove andare»: quant’è politico il personale

Daniele Barbieri (aka Dibbì) fa i conti con un intrigante romanzo (ma anche “non romanzo”?) di Gianluca Ricciato. Le note sono pignolerie, quesiti e dubbi che possono aspettare e duuuuuuuuunque si mettono in coda.

Dopo l’ottantesima Luna (circa 7 anni) «il 10 gennaio 1602… il nuovo guardiano bussò inutilmente alla porta delle torre». Ci vorranno 202 pagine per capire cosa lega il mistero iniziale alle vicende di Marco Santoro, il protagonista di «Terra dove andare» che Gianluca Ricciato ha pubblicato con Protos edizioni, nel novembre 2025.

Se il luogo si chiama Torre Anello (nota 1) forse una ragione c’è. Magari si lega alla «tradizione ermetico-sapenziale» del Sud “magico” ma anche di «un intellettuale, proprio di quel periodo, Tommaso Campanella che descrive la sua utopia politica ne La città del sole con 7 gironi che richiamano la struttura universale ad anelli».

Un salto brusco ed eccoci a Marco. Dopo «15 confusionari anni bolognesi» abbandona la sua casa «meravigliosamente fricchettone» – «giro autonomista quuer&freak» – e torna nel Salento dove è nato e che contraddittoriamente ama e teme. Sta lavorando (forse un po’ pigramente) a una inchiesta sui rifiuti pericolosi ma vuole/deve fare i conti con se stesso, gli amori, la voglia di vivere senza padroni, «il caos che è, che siamo noi». Mica poco. «Non è che cercassi la terra promessa futura o l’età dell’oro passata, ma residui di umanità magari sì».

Potrebbe essere che la vita del protagonista sia «un ingorgo da stappare».

Eppure qualche riferimento Marco ce l’ha. Quel genio di Massimo Troisi «finto leggero che dice cose pesantissime e ci cambia il modo di pensare». Buona musica: dal jazz a Linton Kwesi Johnson, da Renoir di De Gregori a Sergio Caputo, dai Sud Sound System ai Buena Vista. Certe nonne: salentine e cilene. Il sogno collettivo (assassinato? O solo ferito?) che “un altro mondo è possibile”. Pasolini. I testi di Vittorio Bodini (nota 2). E l’utopia concreta che si chiama «Masseria Libera» dove «le (e gli) abitanti fissi si chiamano Libertarie», al femminile (nota 3). Una buona consigliera per Marco sembra «Rita, antropologa femminista» di Bergamo che ora vive da “contadina” nella Masseria; ma chissà se le giuste analisi si ammaccano facendo a cornate con le tradizioni della Puglia patriarcale. Comunque «la lista dei saperi rimossi» che Rita snocciola (nota 4) mi sembra proprio quella che chi passa spesso da questo blog potrebbe appuntare su un’ipotetica lavagnetta.

Nonostante i dubbi, nonostante «gli anni senza amore», il ritorno nel Salento indica al protagonista un cammino possibile: «Il senso del fare in me sta rinascendo e il resto verrà da sé»… e forse basterà «tapparsi le orecchie quando tutti dicono che non è possibile. Se lo fai, è possibile».

Però strada facendo Marco dovrà fare i conti – in solitudine o quasi – con due montagne piuttosto ripide.

La prima è quando scopre un drammatico legame fra l’Emilia-Romagna che ha appena lasciato e la Puglia, fra la sua inchiesta che sta per essere pubblicata da un piccolo editore (il quale, pur se ha l’altosonante nome di «Rosso editore», è spaventato anzichenò) e un delitto legato ai rifiuti tossici che arrivano dal Nord. Il consigliere comunale Marano, «ucciso qualche anno fa ad Avetrana» (nota 5) era un buon amico della Masseria Libera ma anche di un carabiniere “suicida”… forse suo malgrado.

La seconda montagna è il fantasma di Isabel, che lui sta per reincontrare dopo 7 anni (sì, sono cira 80 lune; una coincidenza?) e qui mi atterrò alla regolaccia del no spoiler. Perchè… vorrei che leggeste questo libro anche come un romanzo d’amore e sesso, procedendo a zig zag come il protagonista con tutti gli strippi che Gianluca Ricciato ha saputo raccontare benissimo.

Ci sono ovviamente altri spettri che con l’amore (forse) non c’entrano. Il vivere da schiavi e senza futuro. Il sentirsi un alieno o dover fingere di esserlo. Un pericoloso oscillare fra Essere e Avere, anche nelle relazioni. L’improvviso trovarsi a singhiozzare. «La questione incompresa che saper stare da soli è la condizione primaria della capacità d’amare». Ma anche l’orrore di quel «Maschio del Duemila che uccide ogni tre giorni».

Assai belle le riflessioni di Marco su come si diventa fascisti, poco per volta. Sulle difficoltà di dialogare, su quant’è lunga la strada verso la libertà. Sui «discorsi che si fanno unicamente nella frazione di vita che succede all’orgasmo». Intriganti anche le pagine di sesso “esplicito” (nota 6).

E chissà se anche Isabel qualche ragione non l’abbia, quando denuncia «la mania della psicanalisi» e che tutto questo “scavare dentro” le persone «distrae da quello che succede fuori, nel mondo».

«La natura. Già, la natura».

«Già, la realtà. A capirlo cos’è la realtà».

Mi fermo qui, anche se avrei voglia di continuare perchè è un libro che fa venir il desiderio di grandi discussioni (evitando appunto i monologhi). Chi lo leggerà come un romanzo troverà forse quache lungaggine… ma questo è soprattutto un racconto che si avvita su un maschio che cerca un altro modello di virilità: lo sperimenta, lo trova, lo perde, lo cerca ancora. Forse ogni sconfitta è anche un piccolo passo avanti.

NOTA 1 – Esiste qesto luogo? Un percorso ad anello con una torre costiera (del XVI secolo) si trova a Torre Pozzelle in Puglia, a Santa Maria di Leuca. Chissà.

NOTA 2 – Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è stato un «ispanista, traduttore e poeta» annota Wikipedia. Ma di lui qualcosa in più sapremo nelle pagine del romanzo.

NOTA 3 – se pensate che il luogo somigli molto a Urupia (cfr Trent’anni di Urupia) ci avete azzeccato. Ma quanto sia autobiografico questo romanzo interessa forse gli amici e le amiche di Gianluca Ricciato. Che poi un “vero” romanziere debba trovare la “giusta distanza” da pesonaggi reali e/o immaginari è argomento serio ma pallosetto che metterei da parte.

NOTA 4 – intendo quella fra pagina 40 e 41 ma ovviamente anche in altri punti.

NOTA 5 – non c’è alcun consigliere comunale ucciso ad Avetrana, che è invece il luogo dove fu uccisa Sarah Scazzi nel 2010 e quella tragedia divenne “spettacolo mediatico” per lungo tempo. E non esiste un coraggioso Marano, però gli omicidi impuniti contro politici locali coraggiosi – Renata Fonte, per fare un solo nome – in questi anni non sono mancati in Puglia e in tutto il Sud: per loro quasi mai c’è “spettacolo mediatico” anzi un’indifferenza complice.

NOTA 6 – «succhiare la clitoride» in effetti è una frase (un concetto, una prassi, un atto d’amore) che ancora scandalizza qualcuna/o. In queste pagine si trovano altre scene “esplicite” di amore, sesso e boh. La definizione «scene di sesso esplicito» mi tormentava quando ero piccolo (anche adesso ma la frase si legge più raramente): non capivo soprattutto cosa fosse il sesso implicito e perchè su quello regnasse un accordo universale o “divino”… con una cortina fumogena così fitta da nascondere ogni essere umano. Voi che dite?

 

LE DUE IMMAGINI SOPRA SI RIFERISCONO A URUPIA, vedi nota 3.

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