Carceri italiane: continua la scia di morte
«SUICIDIO» A BIELLA. LA MORTE DI UN GIOVANE EGIZIANO
di Vito Totire (*)
Italia e UE considerano l’Egitto un «paese sicuro» (dimenticando Giulio Regeni). Ma l’Italia è un Paese sicuro per un giovane egiziano provato della liberà? Evidentemente no.
Avevamo appena preso atto del decesso di una persona privata della libertà nel carcere di Ferrara (**) quando è arrivata la notizia di un altro evento mortale a Biella; anche in questa circostanza si tratta di una persona molto giovane, 23 anni, proveniente dall’Egitto; per ora non ne conosciamo il nome. La notizia come spesso accade è stata diffusa e commentata da un sindacato di polizia penitenziaria che insiste sulla carenza di organico; questione senza dubbio fondata, sulla quale tuttavia i sindacati di polizia penitenziaria, a nostro avviso, hanno una strategia rivendicativa sbagliata. Prima o poi dovremo cercare di arrivare ad un confronto , sia pure a partire da visioni alquanto differenti.
Se è vero che per la prevenzione del suicidio sia necessario vigilare attentamente anche nel senso fisico del temine. Ad esempio con una prassi seria nel predisporre i “piantoni” spesso definiti opportunisticamente caregivers anche quando non hanno affatto il profilo professionale adeguato (che comunque con un piano di formazione in carcere si può acquisire). Spesso il piantone, presunto caregiver, è semplicemente il casuale compagno di cella e di sventura, investito di un ruolo che non è in grado di gestire in quanto non ha la formazione e, qualche volta, neppure la motivazione e la empatia necessaria per accudire una persona sofferente. Recentemente è accaduto che il piantone assegnato a un nostro paziente detenuto nel carcere sia Parma sia deceduto notte tempo.
Questo per chiarire la portata delle contraddizioni carcerarie.
Di recente a seguito di una visita nel carcere di Ravenna (da anni non riusciamo ad avere copia del rapporto semestrale della Ausl! Una questione gestita come fosse un segreto di Stato, alla pari dei traffici di armi nel porto della città) i visitatori – esponenti del PD – hanno magnificato l’efficienza di un presunto piano di prevenzione del suicidio elaborato (e attuato?) dalla Regione Emilia-Romagna. Circa l’efficienza di questo presunto piano abbiamo appena visto cosa è successo a Ferrara.
Nel 1990 avemmo un incontro con l’allora dirigente del DAP, Nicolò Amato. All’ epoca era stato appena commissionato uno studio al noto psichiatra Paolo Crepet che sicuramente dette indicazioni utili. Un altro piano fu elaborato dall’allora ministro Andrea Orlando. In altri termini ci sono piani di prevenzione certamente connotati da “buone intenzioni” e forse anche da parziali “buone prassi” ma tutto questo, a fronte di eventi come quelli di Biella e di Ferrara, si scioglie come neve al sole.
Si ha notizia anche della presenza di un «OSSERVATORIO NAZIONALE SUL SUICIDIO A BIELLA» sorto nel 2022 anche sull’onda della constatazione di un alto tasso di suicidi in quella provincia rispetto ai dati regionale e nazionale. Una iniziativa encomiabile sul piano etico e sociale; ma riesce a oltrepassare le mura del carcere?
LA PREVENZIONE DEL SUICIDIO NON DEVE FARE AFFIDAMENTO SOLO SULLA PRASSI CUSTOSIALISTICA NELLE ULTIME 24 ORE DI VITA! Questa è una strategia limitata e inadeguata che peraltro lo Stato non è neanche in grado di garantire materialmente. Dobbiamo ricordare il “suicidio” di qualche anno fa (2017) nella cella della questura di Bologna; si trattò di un giovane uomo di 39 anni proveniente dal Senegal; il quella circostanza mancò persino il mezzo per monitorare visivamente, sia pure in termini meramente custodialistici, le “ultime 24 ore”; eppure nessun rappresentante istituzionale ha pagato per quella morte… Il che ci indusse ad una amara considerazione circa il fatto che dopo il grande contributo critico di Foucault alla prassi delle istituzioni totali (SORVEGLIARE E PUNIRE…) si era giunti ormai al PUNIRE E BASTA !
Ma se le «istituzioni totali» dimenticano, noi abbiamo invece ancora buona memoria e ricordiamo persino il “suicidio” di una giovane donna (J. B.) nel 1986 nel “nuovo” carcere di Bologna: un suicidio pesantemente preannunciato in attesa di trasferimento in clinica psichiatrica che non fu attuato «per mancanza di personale di custodia»…E quindi la carenza del 30% segnalata a Biella è storia vecchia.
LA PREVENZIONE DEL SUICIDIO NECESSITA DELLA CAPACITA’ DI PRESA IN CARICO DEL DISAGIO PSICOLOGICO E DELLA CAPACITA’ EMPATICA DI STRINGERE UN PATTO ANTI-SUICIDIO CON LA PERSONA A RISCHIO. UN PATTO CHE DEVE INCLUDERE LA CAPACITA’ DI DECODIFICARE MESSAGGI E SEGNI PREMONITORI CHE, NELLA RELAZIONE CON PERSONE PROVENIENTI DA ALTRI PAESI, DEVE ESSERE SUPPORTATA DA UNA ADEGUATA CAPACITA’ DI MEDIAZIONE CULTURALE (NON SOLO LINGUISTICA). QUI PURTROPPO SIAMO ALL’ANNO ZERO.
MA NON RIMARREMO MAI IN SILENZIO DI FRONTE ALLA STRAGE
Onorevoli Nordio e Meloni dovreste presentarvi dimissionari ed avviare con urgenza un dibattito parlamentare.
(*) Vito Totire, medico psichiatra, è portavoce del Centro Francesco Lorusso di Bologna e fa parte del gruppo di autoaiuto “per non morire di carcere”
(**) cfr Morte prevista a Ferrara: continua la “lenta” strage…

