Nazisti in prova: Sassonia, Vannacci e non solo

Riflessioni a caldo di Franco Astengo e Maurizio Fantoni Minnella. Recuperando un’analisi di Lavinia Marchetti.

LOTTA AI MIGRANTI: RISULTATI ELETTORALI E SENSO STORICO

di Franco Astengo

Il senso storico complessivo dell’offensiva di destra (o meglio dell”arretramento storico”) è ancora una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il nazismo.

Aspetti fondamentali nel diritto nazionalsocialista, sui quali ci sarebbe da riflettere anche oggi con grande attenzione e che si presentano come di stringente attualità anche nel “caso italiano”.

Nel prossimo secolo, il XXII, la lotta ai migranti potrebbe essere considerata come noi analizziamo le guerre di religione svoltesi in Europa nel XVII secolo ?

Le vicende che si stanno sviluppando appaiono sempre di più come legate a una diversa estrema concezione del possibile sviluppo umano.

Sicuramente gli avvenimenti si susseguono in un contesto diverso da quello che poi emerse dal secolo della formazione degli stati nazionali aperto dal rogo di Giordano Bruno. Poi nel XVIII secolo i lumi e le rivoluzioni borghesi aprirono la strada alla modernità.

Se questa comparazione storica ha un senso allora i risultati elettorali della Sassonia non debbono essere presi come la cifra del futuro che appartiene ancora al “trattato sulla tolleranza” e alla “pace perpetua” come utopie fondative della civiltà.

La contraddizione amico/nemico che porta alla cacciata del diverso quale suo esito naturale, risulta essere epocale come quelle delle grandi transizioni ecologica, digitale, di genere strettamente intrecciate alla sempre viva marxiana “contraddizione principale” dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il senso storico complessivo dell’offensiva di destra (o meglio dell”arretramento storico”) è ancora una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il nazismo. Questa affermazione va sviluppata a chiare lettere.

Ritorna per intero quel concetto di “amico – nemico” teorizzato dal filosofo tedesco Carl Schimtt negli anni centrali del secolo scorso .

Un ritorno all’indietro che vediamo nell’indiscriminato utilizzo della forza verso gli inermi ,nel ritorno ad una concezione della «distruzione totale» del presunto “altro”, nel ritorno al pieno riconoscimento della logica “amico/nemico” della quale si era vanamente cercato di proclamare l’inattualità. Forse si potrebbe ripartire superando il peso del passato e riflettendo sul nesso «pace/diritti, etico/giuridico» per una ridefinizione dei princìpi dell’universalità opponendoci a una vera e propria «restaurazione del primato dei colonizzatori». Una restaurazione attuata nel senso radicale di affermazione di un primato che si basa un dominio tecnocratico figlio di una visione assolutamente assolutistica. La visione assolutistica del «primato della politica» rimane il pericolo maggiore che sta correndo l’umanesimo in questa fase così tormentata.  

Un concetto che si è tentato di estirpare dal dibattito politico e culturale dell’Occidente affermando, per contro, la «fine della storia» all’indomani della caduta del muro di Berlino.

La distinzione “amico – nemico” avviene sulla base del concetto di “altro”, di “straniero”.

Il nemico è un altro, uno straniero, esistenzialmente: con lui sono possibili in caso estremo conflitti esistenziali, come quello teorizzato dallo stesso Schimtt in nome del comando e dell’eguaglianza della stirpe. Aspetti fondamentali nel diritto nazionalsocialista, sui quali ci sarebbe da riflettere anche oggi con grande attenzione e che si presentano come di grande attualità anche nel “caso italiano”.

Lo straniero, colui che ha un altro modo d’essere, può essere presentato così oggettivamente, sotto un velo politico (una “maschera”) per stabilirne la piena mancanza di relazione, l’isolamento assoluto.

Si tratta di negare nell’altro lo stesso modo d’esistenza, imponendo il nostro attraverso il combattimento in modo da affermare esclusivamente la nostra maniera di vivere, quella conforme al nostro proprio essere.

Qual è allora il criterio per distinguere e decidere da che parte stare, da quella dell’amico o da quella del nemico?

Entra in gioco l’altro grande pilastro della riflessione politica tra il ‘700 e il ‘900: quello della «autonomia del politico».

E’ ancora Hobbes che apre la strada, come già nel caso della scaturigine delle riflessioni di Schimtt che si è cercato in questa sede di riassumere.

Hobbes da utilizzare proprio  nel senso della regolazione autoritaria e “esterna” dei rapporti politici.

Sull’attualità del concetto di «autonomia del politico» sarebbe però necessario aprire subito un nuovo livello di riflessione, strettamente collegato – anche in questo caso – con il rapporto realtà/illusione che la mediatizzazione dell’agire politico sta imponendo oggi nella proposta di aggregazione e coinvolgimento dell’opinione pubblica: sono in gioco fattori decisivi che vanno ben oltre la semplice e pur necessaria difesa della democrazia repubblicana.

Europa e Italia in nero: il sol del vannaccismo

di Maurizio Fantoni Minnella

Uno spettro si aggira per l’Europa: l’onda nera della destra estrema!

Mentre le destre italiane (in particolare la Lega Nord di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia) corrono ai ripari di fronte all’ipotetica emorragia di voti da parte della nuova forza politica dell’ex generale Vannacci, a sinistra (se così vogliamo ancora chiamarla) viene purtroppo a mancare una seria riflessione non solo sulla natura politica del fenomeno Vannacci, ma anche su ciò che la sua stessa figura rappresenta rispetto alla situazione presente ed anche al portato storico dell’Italia fascista e post-fascista.

Si dirà innanzitutto che per la prima volta nell’Italia repubblicana, ma anche nell’intera Europa (ma si potrebbe estendere il concetto anche all’America Latina), le destre più estreme non ricorrono più alla pratica cruenta e antidemocratica del colpo di stato per giungere al potere, ma lo ottengono attraverso elezioni democratiche come è recentemente avvenuto in Cile con José Antonio Kast e in Argentina con Javier Milei. Sono lontanissimi i tempi delle bombe fasciste (con le quali si pretendeva, seminando il caos, di frenare la crescente avanzata del partito comunista), ma anche delle minoranze neo-fasciste annaspanti sul terreno del parlamentarismo. Oggi, invece, quelle stesse minoranze ambiscono ad essere maggioranza in virtù di una trasformazione dei rapporti di forza, della fine della lotta di classe e del definitivo asservimento delle masse popolari ridotte a semplici consumatori. E’ evidente che oggi il potere mediatico che agisce globalmente sulle masse popolari sostituisce l’uso strumentale della violenza e della repressione come mezzo di raggiungimento del potere politico. Ci troviamo dunque in una condizione assai differente rispetto al tempo in cui il fascismo prese il potere, pur con l’eccezione della Germania dove il partito nazionalsocialista lo ottenne attraverso elezioni, ponendosi così storicamente come antesignano di una pratica del nostro presente. Nelle leggi italiane sul divieto di ricostruzione del partito fascista non rientrerebbe il nuovo partito di Vannacci perché formalmente non si autodefinisce “fascista”, sebbene sia noto a molti quanto egli lo sia intimamente e in taluni gesti esteriori (tra cui l’ormai innocuo saluto romano) e dichiarazioni pubbliche. Il suo retaggio militare, il suo richiamarsi alla Decima Mas, alla Repubblica di Salò e all’eroismo dei suoi uomini e inoltre l’inserimento di alcuni membri delle forze armate in posizioni chiave del partito, etc. non devono lasciare dubbi sulla sua matrice e fede fascista. Accade tuttavia che rispetto al passato l’idea stessa del partito unico (la forma perfetta di ogni dittatura), della repressione delle sinistre e lo spettro del bolscevismo, vengano prontamente sostituite con l’identificazione dello straniero come principale nemico, attraverso la pratica demagogica della remigrazione, modalità che nel netto rifiuto di una società multietnica e multiculturale, sembra essere ormai accettata da un’ampia massa, per ora, di potenziali elettori, il cosiddetto ventre molle d’Italia, le cui esternazioni razziste e forcaiole sono presenti quotidianamente su tutti i social media. L’idea di nazione o di patria ha come ristretto il cannocchiale visivo con cui guardiano l’altro, lo straniero. L’Italia diviene, per così dire, una sorta di casa in cui non intendiamo, per egoismo o miopia, far entrare chi non è gradito. E’ come se il nostro paese, come ad esempio, la Germania odierna, si preparasse ad una nuova rivelazione che cambierà radicalmente la nazione, questa volta non più con il cavaliere di Arcore che imbonisce le masse con la propria ricchezza, ma il generale nero che al denaro e al lusso (eterno sogno italiano) sostituisce un pensiero assoluto, autoritario, e dunque spaventosamente regressivo, ma non necessariamente destinato a diventare caricatura di se stesso. Tutto questo in un apparente rispetto delle regole della democrazia parlamentare. Ma si tratta pur sempre di una fase di transizione verso l’acquisizione di una forte legittimità politica. I numeri parleranno da soli. La tentazione autoritaria implicita nella figura del leader e nell’essenza ideologia del suo programma elettorale (ormai di pubblico dominio) avrà tempo per manifestarsi in tutto il proprio oscurantismo nei confronti delle minoranze, dei diritti civili acquisti e quelli dei lavoratori, verso gli intellettuali e tutti coloro che non si piegano al pensiero unico che, con buona pace degli anti europeisti di ferro, non è soltanto quello che si manifesta nelle politiche neo-liberiste e guerrafondaie del parlamento europeo (che quest’ultimi seguitano a identificare come il solo nemico, magari strizzando l’occhio al vannaccismo), ma altresì quello che inanella proclami talora demenziali, antistorici e illiberali se si vuole, capaci tuttavia di fare leva nel ventre del paese.

E l’Europa starà a guardare, come è accaduto con l’Ungheria autoritaria di Orban e come potrebbe accadere in una Germania a maggioranza AfD come primo partito, paesi entrambi membri dell’Unione europea, applicando l’immancabile regola dal laissez-faire se la transizione autoritaria di un possibile Vannacci futuro presidente del consiglio (un’ipotesi da non scartare a cuor leggero), si manterrà entro i parametri di un corretto neo-liberismo iper-individualista, ovvero nel rispetto degli attuali, ormai universali parametri dell’economia di mercato.

Ecco dunque avvicendarsi il nemico interno, nazionalista, conservatore e identitario della sinistra del cosiddetto “Campo largo”, forse ancora troppo ingiustamente sottovalutato (soprattutto se si pensa a quale modello di Paese aspiri il suo futuro elettorato), e quello esterno, potente e subdolo, esperto in ricatti politici soprattutto per chi non si mostri allineato ai venti di guerra, in ogni direzione purchè sia in perfetto ossequio al mercato e ai suoi padroni.

Questa ondata nera annunciata in Germania è gia una realtà dal 6 settembre con i neonazisti di AFD al 44,5 nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale in Sassonia. L’avanzata di AFD ha assunto sempre più i contorni di una crociata isterica nel nome della più bieca grettezza umana, della conservazione più reazionaria che prende in prestito (illegittimo) suggestioni del passato, anche il più remoto. E le masse di elettori ringraziano sognando una nuova era oscura.

 

CHE COSA VUOLE LA DESTRA

di Lavinia Marchetti (*)

La destra chiama sicurezza il privilegio economico ed etnico di esercitare la violenza. Nessuna sicurezza: solo il caos che favorisce diseguaglianze e aumenta il privilegio di pochi con una polizia connivente con il privilegio di pochi, ancora più di prima

La destra italiana pronuncia la parola “sicurezza” con la mano sul cinturone. Promette protezione mentre prepara una società nella quale il proprietario armato riceve comprensione, l’uomo in divisa ottiene fiducia anticipata e chi vive ai margini deve dimostrare la propria innocenza perfino se lo uccidono.
Mario Roggero ha inseguito tre rapinatori ormai in fuga, ne ha uccisi due e ha ferito il terzo. Dopo una condanna definitiva a quattordici anni e nove mesi, la “maggioranza” (si fa per dire) di governo ha chiesto per lui la grazia, ventilando perfino una candidatura politica. Il furto viene elevato a qualcosa di sacrilego, così la proprietà acquista un diritto di sangue. Date queste premesse è ovvio che il colpo sparato alla schiena diventa una forma di cittadinanza esemplare. La sentenza a questo punto non ha alcun valore. Funziona solo il tribalismo dell’affinità sociale fra chi governa e chi ha premuto il grilletto.
A Bologna Abderrahim Fakir è morto mentre veniva immobilizzato sull’asfalto. Chiedeva aiuto. Prima dell’autopsia, Fratelli d’Italia aveva già definito adeguato e professionale l’intervento. Il cadavere perde così la capacità di porre domande. Gli autori dell’uccisione appargono alla categoria alla quale questa politica attribuisce una presunzione morale di innocenza, e devono farlo, perché le divise servono più di ogni cosa quando si governa un mondo ingiusto e squilibrato.
Rogoredo aveva già mostrato dove possa condurre tale indulgenza. Abderrahim Mansouri fu ucciso con un colpo alla testa. L’agente Carmelo Cinturrino sostenne di essersi difeso e Salvini si schierò immediatamente dalla sua parte. Secondo la Procura, Mansouri era disarmato e stava fuggendo; la pistola ritrovata accanto al corpo sarebbe stata collocata successivamente. Cinturrino ha ammesso quella messinscena e si trova in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Il processo stabilirà la responsabilità definitiva. La sentenza politica, invece, era arrivata prima di ogni prova. La qualifica di spacciatore bastava a diminuire il valore della vittima e l’essere poliziotti, a quanto pare, rende innocenti a priori. Da cui il famoso “scudo penale”.
La paura dell’uomo bianco e proprietario viene accolta come un’esperienza interiore degna di attenuanti. Aver paura del povero razzializzato appare ragionevole, “normale”, perché la sua stessa presenza viene percepita come minaccia. La forza esercitata dall’alto si chiama difesa; quella che tenta di risalire dal basso riceve il nome di devianza, “
maranza”, “feccia” e altri simpatici epiteti. Se un bianco benestante (non “deviante” secondo la definizione, Cucchi insegna) ha una crisi psicotica lo si cura, ci si prova almeno. Se ce l’ha un marocchino lo si può uccidere tranquillamente. Rientra nelle categorie “speciali” di governo.
La destra colpisce il povero e conserva le condizioni che continuano a produrlo (e la sinistra ahinoi, propone le stesse politiche, ma un linguaggio “progressista”). Il problema vero è che ciascun essere umano strappato alla marginalità sarebbe però un nemico in meno da offrire alla propaganda. Attendo ancora le dichiarazioni articolate di qualcuno della sinistra istituzionale del più grande partito di finta sinistra italiano, magari la sua segretaria…
La povertà deve dunque restare visibile, minacciosa quanto basta e priva di potere. Le sue cause vengono protette; i suoi effetti diventano materia penale. Il deviante serve come figura su cui il potere può esibire la propria forza, mentre il ceto medio, spaventato, accetta di rinunciare all’uguaglianza in cambio della promessa di trovarsi dalla parte giusta della pistola e immune da una legge comune.
Che cosa vogliono? Vogliono il privilegio, nel senso esatto della parola: privata lex, la legge ritagliata su una persona sola. Per secoli in Europa il nobile rispondeva a un tribunale e il villano a un altro, e la modernità comincia il giorno in cui quella distinzione viene abolita. Nelle aule dei nostri tribunali la frase sta scritta sopra la testa del giudice: la legge è uguale per tutti. La stanno smontando dal basso, un morto e un foglio di via alla volta.
Il caos costituisce la materia prima di questo ordine. Senza il
senzatetto nella stazione, senza il migrante trasformato in emergenza permanente, la politica securitaria rivelerebbe la propria sostanza: difesa armata del privilegio. Perciò il disordine viene alimentato attraverso l’abbandono sociale e poi proiettato senza sosta, finché il singolo episodio di cronaca sembra descrivere l’intera società.
È “
per un pugno di dollari” amministrato da un ministero. La città viene consegnata alla paura, il pistolero assume la funzione del giudice e la politica arriva dopo lo sparo per congratularsi. Del western rimane il piacere infantile della soluzione balistica, ma scompaiono le rovine lasciate da una comunità nella quale la legge dipende dalla velocità con cui qualcuno estrae l’arma.
Lo Stato moderno era nato per sottrarre la vita alla vendetta privata. Questa destra percorre la strada inversa, restituendo al proprietario una piccola sovranità domestica e concedendo all’uomo in divisa un credito quasi feudale. Una sicurezza democratica richiede invece che la forza pubblica sia prevedibile e controllabile. Chi entra vivo nella custodia dello Stato deve uscirne vivo. La proprietà può essere restituita; la vita, una volta soppressa, resta fuori da qualsiasi risarcimento.
Il fascismo (e su questo coincide con il capitalismo, che però fa finta di non farlo) comincia da tre tipi di classificazione dell’essere umano:
– Censo
– Morale
– Etnia
Questo avviene al di là delle camicie e delle parate. Decide quale paura meriti ascolto e quale morte possa essere accolta con una risata. Fakir e Mansouri vengono ridotti a una condotta etnica; Roggero viene innalzato come ceto medio che si difende. Per il dominato, un atto cancella tutta la vita. Per il dominante, tutta la vita viene chiamata a giustificare l’atto.
Una sinistra che si limita a chiedere “accertamenti” (che sono ovvi, la fiera della banalità) lascia intatta questa sentenza sociale. La magistratura non potrà che stabilire le responsabilità individuali. Starebbe alla politica deve nominare il progetto che le precede, ma in questo Paese non c’è più una “politica”.
La destra difende chi uccide quando riconosce nell’uccisore il proprio elettore ideale, l’uomo che possiede e teme di perdere, il ceto medio razzista e violento. Con questa ideologia reclama il diritto di decidere sulla vita altrui. Chiama tutto questo “ordine”, il loro “ordine”, l’ordine di chi ha tutto da perdere perché sfrutta, affama, disumanizza, razzializza e si fa complice dei peggiori assassini internazionali. Alla maggioranza spaventata promette protezione; in realtà la sta addestrando ad applaudire il colpo.
Finché prima o poi, compariranno anche le loro schiene con un ginocchio sopra o con una pallottola del buonissimo poliziotto di turno, succederà perché è la Storia che lo dice con una probabilità altissima.

Nessuna “sicurezza”, solo il caos che favorisce diseguaglianze e aumenta il privilegio di pochi con una “polizia” connivente col privilegio di pochi, ancora più di prima

(*) Queste lucide riflessioni di Lavinia Marchetti erano di luglio ma restano valide ancor oggi. Magari ampliandole con l’ultimo suo scritto (6 settembre) Psicopolitica dell’Unione Europea: la fabbrica della paura e il governo dell’inquietudine  

LE IMMAGINI sono, come sempre, scelte dalla Bottega. In alto Emanuele Del Rosso, poi Elkok Parilla e TieerdRovaards.

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Un commento

  • Astengo al solito se la conta e se la suona parlando di antifascismo per stare nel salotto buono, ma la realtà che in Germania come in Italia la dx vince non per uno sghiribizzo psico-culturale del popolo bue, ma perchè gli altri e soprattutto i partiti di sx , se ne fregano di cosa pensa e vuole la gente e la allontanano oggettivamente

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