A Gaza non ci sono più università, quasi 350 scuole distrutte

di Nicola Perugini (*)

Cancellato lo spazio dell’istruzione palestinese.
Uccisi 94 accademici, 4.327 studenti, 231 insegnanti.
Il campus di Israa tramutato in centro di detenzione. E nelle accademie israeliane sospesi o espulsi i docenti che hanno chiesto il cessate il fuoco.
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L’11 ottobre l’aviazione israeliana ha pubblicato con orgoglio un video dell’attacco contro l’Università islamica di Gaza, il più antico istituto di istruzione superiore creato nella Striscia nel 1978. Il bombardamento ha provocato la distruzione di quattro edifici del campus e danni ingenti alle attrezzature, ai laboratori e agli arredi dell’università.

Uno degli edifici dell’Università di Al-Azhar. Foto Ap/Omar Ishaq.

Il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio dell’attacco di Israele a Gaza: le istituzioni educative palestinesi vanno distrutte.

Nella Giornata internazionale dell’istruzione, dovremmo pensare a misure e azioni tangibili da intraprendere per contrastare l’aggressione di Israele contro il sistema educativo palestinese, un’aggressione senza precedenti nella storia dell’area.

All’inizio di novembre, gli attacchi aerei hanno preso di mira l’Università di Al Azhar, la seconda più grande università di Gaza, a cui è seguita la distruzione dell’Università di Al Quds più tardi nello stesso mese. Israele ha giustificato questi attacchi rimandando al presunto uso di infrastrutture civili da parte di gruppi armati palestinesi per schermare «campi di addestramento militare». Questa è la giustificazione usata, senza prove, per legittimare anche la devastazione di ospedali, scuole, edifici civili e altre infrastrutture a Gaza.

Ma dall’inizio di dicembre la bugia della «schermatura» nel settore dell’istruzione è stata ulteriormente smascherata. Le truppe di terra israeliane hanno iniziato a occupare e utilizzare gli edifici universitari palestinesi come postazioni militari, prima di riempirli con centinaia di mine e di effettuare detonazioni controllate delle università davanti alle telecamere. Non c’era alcuna minaccia militare che emergesse dagli edifici, l’intento dell’esercito era la pura eliminazione per il gusto di eliminare.

I soldati israeliani hanno poi condiviso online i video che li ritraevano mentre commettevano questi crimini e polverizzavano le infrastrutture di istruzione superiore palestinesi. Ad esempio, il caso della Facoltà di Medicina dell’Università islamica a dicembre e più recentemente la distruzione dell’Università Israa a Gaza City.

L’edificio di Israa, che ospitava anche 3mila rari manufatti saccheggiati dai soldati israeliani, è stato utilizzato come centro di interrogatorio e di tortura con cecchini per colpire i civili nelle aree adiacenti, prima di essere fatto saltare in aria.

La distruzione sistematica dei centri di istruzione palestinesi (un processo che la studiosa palestinese Karma Nabulsi ha definito «scolasticidio») e gli attacchi agli spazi palestinesi di produzione e circolazione della conoscenza e della cultura (ciò che gli studiosi chiamano «epistemicidio») sono una caratteristica strutturale del regime di espropriazione coloniale di Israele.

In Cisgiordania, Israele ha represso l’istruzione palestinese e attaccato studenti, personale educativo, scuole e università per decenni. Anche a Gaza scuoleuniversità, studenti e personale sono stati sottoposti allo stesso trattamento fino al «disimpegno» del 2005, per poi essere bombardati in tutti i cicli di aggressioni israeliane che hanno seguito l’inizio dell’assedio di Gaza nel 2007.

Dal video sulla distruzione dell’Università Islamica di Gaza.

Tuttavia, gli ultimi attacchi hanno superato la soglia dell’immaginazione. Le cifre sono terrificanti. Secondo EuroMed Human Rights Monitor e il ministero palestinese dell’istruzione superiore, dal 7 ottobre sono stati uccisi 94 accademici, 4.327 studenti, 231 insegnanti e amministratori. Tutti gli edifici universitari di Gaza sono stati completamente o parzialmente distrutti.

Circa 281 scuole pubbliche e 65 scuole delle Nazioni unite sono state completamente distrutte o danneggiate. In altre parole, lo spazio palestinese dell’istruzione a Gaza è stato cancellato, al punto che quando il genocidio sarà finito, non ci sarà un sistema educativo a cui tornare.

In un appello aperto, gli accademici palestinesi hanno invitato i loro colleghi all’estero ad agire contro il genocidio e la distruzione delle istituzioni educative.
Ma come ha reagito il mondo accademico israeliano allo sterminio dei propri colleghi e alla distruzione senza precedenti delle infrastrutture educative? Finora non abbiamo sentito alcuna condanna istituzionale dello scolasticidio e dell’epistemicidio palestinese.

Al contrario, questo silenzio assordante è stato accompagnato da attacchi sistematici all’interno delle istituzioni accademiche israeliane, principalmente contro gli studenti e il personale palestinese, ma anche contro i dissidenti ebrei israeliani interni, per la loro solidarietà con Gaza.

La British Society for Middle Eastern Studies (Brismes) ha riferito come, dall’inizio degli attacchi in ottobre, le istituzioni accademiche israeliane abbiano represso la libertà accademica e di parola sospendendo, indagando ed espellendo studenti per aver espresso solidarietà con il popolo palestinese.
Inoltre, la Hebrew University ha pubblicato una lettera pubblica di potenziale incitamento alla violenza verbale e fisica contro Nadera Shalhoub-Kovorkian, una professoressa palestinese che ha firmato una petizione a sostegno del cessate il fuoco a Gaza.

La professoressa Nurit Peled Elhanan.

Nel frattempo, il David Yellin Academic College ha sospeso Nurit Peled Elhanan, professoressa ebrea e vincitrice del Premio Sakharov, per aver criticato un paragone tra Hamas e i nazisti in una chat Whatsapp dei colleghi.
Questa ondata di repressione ha portato anche al licenziamento del dottor Uri Horesh dall’Achva Academic College a causa dei suoi post su Facebook in solidarietà con Gaza.

Questo quadro fa parte di una tendenza storica di complicità delle istituzioni accademiche israeliane con la repressione e l’espropriazione dei palestinesi, sia all’interno di Israele che nei territori palestinesi occupati. Le università israeliane collaborano allo sviluppo di armi, dottrine militari e discorsi ideologici che facilitano e normalizzano la pulizia etnica coloniale dei coloni e il genocidio dei palestinesi.

Per citare un esempio recente, strettamente legato agli eventi in corso a Gaza, Joel Roskin, geografo della Hebrew University e esperto di geolocalizzazione che lavora con l’esercito israeliano, ha scritto un articolo di opinione sul Jerusalem Post in cui sostiene lo spopolamento di Gaza e l’espulsione dei palestinesi nel Sinai come «soluzione umanitaria». Uno dei suoi colleghi, Meir Masri, che insegna politica e relazioni internazionali alla Hebrew University, ha recentemente scritto che Gaza deve essere distrutta e «rasa al suolo».

La professoressa Nadera Shalhoub-Kovorkian.

Questa è davvero una situazione senza precedenti in cui dobbiamo capire che l’epistemicidio e lo scolasticidio a Gaza non sono una metafora.
Fanno parte della distruzione della vita collettiva palestinese e sono in definitiva atti genocidiari che richiedono la nostra azione e mobilitazione immediata. Cosa si può fare?

A livello istituzionale internazionale, l’Unesco dovrebbe onorare questa Giornata internazionale dell’educazione adottando misure concrete per proteggere il diritto umano all’istruzione degli studenti e del personale palestinese e, più in generale, l’esistenza del settore dell’istruzione palestinese che a Gaza è sotto minaccia esistenziale.

Dovrebbe inoltre escludere immediatamente Israele dai suoi Stati membri.
Una misura di esclusione di Israele dai gruppi regionali dell’Unesco è stata presa nel 1974, nello stesso anno in cui l’organizzazione ha emanato la «Raccomandazione sull’educazione alla comprensione internazionale, alla cooperazione e alla pace e sull’educazione ai diritti umani e alle libertà fondamentali», un documento chiave che ispira le celebrazioni odierne.

A livello individuale e accademico istituzionale, dovremmo onorare l’appello dei nostri colleghi palestinesi per un boicottaggio accademico completo delle istituzioni accademiche israeliane, intensificando gli sforzi di boicottaggio esistenti. Questo è l’unico strumento concreto che abbiamo per agire immediatamente come colleghi responsabili che si preoccupano di coloro che vengono eliminati con il loro sistema educativo, nello sforzo coloniale israeliano di cancellare le condizioni di possibilità di trasmissione della cultura, della memoria e della presenza palestinese a Gaza.

Dovremmo chiedere alle nostre università di rompere il silenzio e di porre fine a ogni forma di complicità con ciò che sta accadendo a Gaza, revocando le loro collaborazioni istituzionali con le università israeliane e i loro investimenti in aziende complici del regime di espropriazione di Israele.

Dobbiamo organizzarci e chiedere alle nostre associazioni accademiche, alle società e ai sindacati di votare per il boicottaggio e di unirsi alle numerose associazioni e società nazionali e internazionali che hanno deciso di sospendere i loro rapporti con le università israeliane. Il boicottaggio è istituzionale e non è diretto a singoli individui, e significa un impegno concreto contro il razzismo, l’anticolonialismo e i diritti umani dei nostri colleghi palestinesi.

(*) Tratto da Il Manifesto.
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alexik

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