Afghanistan: cosa dopo il disastro Usa?

L’analisi di Tariq Ali, le riflessioni di Giorgio Beretta e Francesco Vignarca sul permanente impero delle armi. A seguire due link.

Afghanistan: una sconfitta annunciata

La caduta di Kabul è una grande sconfitta politica e ideologica per l’impero americano, prevedibile e prevista. In vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione.

di Tariq Ali

La caduta di Kabul del 15 agosto è una grande sconfitta politica e ideologica per l’impero americano. Gli elicotteri stipati che trasportano il personale dell’ambasciata americana all’aeroporto di Kabul ricordano in modo incredibile la Saigon – oggi Ho Chi Minh City – dell’aprile 1975. La velocità con cui le forze talebane hanno preso d’assalto il Paese è sorprendente; il loro acume strategico notevole. Un’offensiva durata una settimana si è conclusa trionfalmente a Kabul. L’esercito afgano, forte di 300 mila uomini, è crollato. Molti si sono rifiutati di combattere. In migliaia si sono rivolti ai talebani, i quali hanno subito chiesto la resa incondizionata del governo fantoccio. Il presidente Ashraf Ghani, molto amato dai media statunitensi, è fuggito dal Paese e ha cercato rifugio in Oman. La bandiera del redivivo Emirato sventola ora sul suo palazzo presidenziale. Per certi versi, l’analogia più stretta non è con Saigon, ma con il Sudan del XIX secolo, quando le forze del Mahdi irruppero a Khartum e martirizzarono il generale Gordon. William Morris celebrò la vittoria del Mahdi come una battuta d’arresto per l’Impero britannico. Eppure, mentre gli insorti sudanesi uccisero un’intera guarnigione, Kabul ha cambiato padrone con poco spargimento di sangue. I talebani non hanno nemmeno tentato di conquistare l’ambasciata statunitense, figuriamoci prendere di mira il personale.

Il ventesimo anniversario della “Guerra al terrore” si conclude quindi con una sconfitta prevedibile e prevista per gli Stati Uniti, la Nato e gli altri che hanno seguito la corrente. Comunque, guardando alle politiche dei talebani – di cui sono un severo critico da molti anni – il loro successo non può essere negato. In un periodo che ha visto gli Stati Uniti distruggere un Paese arabo dopo l’altro, non è mai emersa alcuna resistenza che potesse sfidare gli occupanti. Questa sconfitta potrebbe essere un punto di svolta. Ecco perché i politici europei si lamentano: hanno appoggiato incondizionatamente gli Stati Uniti in Afghanistan, e hanno subìto anch’essi un’umiliazione, nessuno più della Gran Bretagna.

Biden non ha avuto scelta. Gli Stati Uniti avevano annunciato che si sarebbero ritirati dall’Afghanistan nel settembre 2021 senza aver realizzato nessuno dei loro obiettivi “liberazionisti”: libertà e democrazia, pari diritti per le donne e annientamento dei talebani. Sebbene imbattuti militarmente, le lacrime versate dai liberali amareggiati confermano la profonda entità della sconfitta. La maggior parte di loro – Frederick Kagan sul New York Times, Gideon Rachman sul Financial Times – pensa che il ritiro avrebbe dovuto essere rimandato per tenere a bada i talebani. Ma Biden ha semplicemente ratificato il processo di pace avviato da Trump, con il sostegno del Pentagono, che ha visto un accordo raggiunto nel febbraio 2020 alla presenza di Stati Uniti, talebani, India, Cina e Pakistan. L’establishment della sicurezza americano sapeva che l’invasione era fallita: i talebani non potevano essere soggiogati, a prescindere da quanto tempo gli Usa fossero rimasti. L’idea che il ritiro frettoloso di Biden li abbia in qualche modo rafforzati è un po’ una fesseria.

Il fatto è che in vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione. La Green Zone illuminata a giorno è sempre stata circondata da un’oscurità che gli zoner non riuscivano a capire. In uno dei Paesi più poveri del mondo, miliardi sono stati spesi ogni anno per l’aria condizionata delle caserme che ospitavano soldati e ufficiali statunitensi, mentre cibo e vestiti venivano regolarmente trasportati in aereo dalle basi in Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Non è stata una sorpresa la crescita di un enorme slum ai margini di Kabul, di pari passo con il radunarsi di poveri alla ricerca di avanzi nei bidoni della spazzatura. I bassi salari pagati ai servizi di sicurezza afgani non sono riusciti a convincerli a combattere contro i loro connazionali. L’esercito, messo su in due decenni, è stato infiltrato in una fase iniziale da sostenitori talebani, i quali da un lato hanno ricevuto una formazione gratuita nell’uso di moderne attrezzature militari e dall’altro hanno agìto da spie per la resistenza afgana.

Questa era la miserabile realtà dell’“intervento umanitario”. Anche se è giusto dare a Cesare quel è di Cesare: il Paese ha assistito a un enorme aumento delle esportazioni. Durante gli anni dei talebani, la produzione di oppio era rigorosamente controllata. Dall’invasione degli Stati Uniti è aumentata sensibilmente e ora rappresenta il 90% del mercato globale dell’eroina, facendo sorgere la domanda se questo prolungato conflitto debba essere visto, almeno in parte, come una nuova guerra dell’oppio. Migliaia di miliardi di dollari sono stati realizzati e condivisi tra i settori afgani che hanno servito l’occupazione. Gli ufficiali occidentali sono stati generosamente pagati al fine di consentire questo commercio. Un giovane afgano su dieci è ora dipendente dall’oppio. Le cifre per le forze della Nato non sono disponibili.

Per quanto riguarda la condizione delle donne, non molto è cambiato. C’è stato poco progresso sociale al di fuori della Green Zone invasa dalle ong. Una delle più importanti femministe afgane in esilio ha osservato che le donne avevano tre nemici: l’occupazione occidentale, i talebani e l’Alleanza del Nord. Con la partenza degli Stati Uniti, ha detto, ne avranno due. (Al momento in cui scriviamo possiamo forse dire uno, dato che l’avanzata dei talebani nel nord ha eliminato fazioni chiave dell’Alleanza prima della caduta di Kabul). Nonostante le ripetute richieste di giornalisti e attivisti, non sono stati rilasciati dati affidabili sull’industria del lavoro sessuale, cresciuta per servire gli eserciti occupanti. Né ci sono statistiche credibili sugli stupri, sebbene i soldati statunitensi abbiano usato frequentemente la violenza sessuale contro i “sospetti terroristi”, stuprato civili afgani e dato via libera agli abusi sui minori compiuti da milizie alleate. Durante la guerra civile jugoslava, la prostituzione si moltiplicò e la regione divenne un centro per il traffico sessuale. Il coinvolgimento delle Nazioni Unite in questa redditizia attività era ben documentato. In Afghanistan, i dettagli devono ancora emergere.

Oltre 775 mila soldati statunitensi hanno combattuto in Afghanistan dal 2001. Di questi, 2.448 sono stati uccisi, insieme a quasi 4 mila contractors statunitensi. Secondo il Dipartimento della Difesa, circa 20.589 sono stati feriti in azione. Le cifre delle vittime afgane sono difficili da calcolare, dal momento che le “morti dei nemici”, che includono i civili, non vengono conteggiate. Carl Conetta del Project on Defense Alternatives ha stimato che almeno 4.200-4.500 civili siano stati uccisi entro la metà di gennaio 2002 come conseguenza dell’attacco degli Stati Uniti, sia direttamente come vittime della campagna di bombardamenti aerei sia indirettamente nella crisi umanitaria che ne seguì. Secondo l’Associated Press, al 2021 sono 47.245 i civili morti a causa dell’occupazione. Gli attivisti afgani per i diritti civili danno un totale più alto, insistendo sul fatto che siano morti 100 mila afgani (molti dei quali non combattenti) e siano stati feriti tre volte quel numero.

Nel 2019, il Washington Post ha pubblicato un rapporto interno di 2 mila pagine commissionato dal governo federale degli Stati Uniti per analizzare i fallimenti della sua guerra più lunga: “The Afghanistan Papers”. Il documento si basava su una serie di interviste a generali statunitensi (in pensione e in servizio), consiglieri politici, diplomatici, operatori umanitari e così via. Il quadro che emerge dall’insieme delle loro testimonianze è fortemente negativo. “Eravamo privi di una comprensione fondamentale dell’Afghanistan, non sapevamo cosa stavamo facendo…”, ha confessato il generale Douglas Lute, lo “zar della guerra afgana” sotto Bush e Obama: “Non avevamo la più pallida idea di ciò in cui ci stavamo imbarcando… Se il popolo americano conoscesse l’entità di questa disfunzione…”. Un altro testimone, Jeffrey Eggers, un Navy Seal in pensione e membro dello staff della Casa Bianca sotto Bush e Obama, ha evidenziato l’enorme spreco di risorse: “Cosa abbiamo ottenuto? Valeva mille di miliardi di dollari? […] Dopo l’uccisione di Osama bin Laden, ho detto che quest’ultimo probabilmente stava ridendo nella sua tomba d’acqua considerando quanto abbiamo speso per l’Afghanistan”. Avrebbe potuto aggiungere: “E abbiamo pure perso”.

Chi era il nemico? I talebani, il Pakistan, tutti gli afgani? Un soldato americano di lungo corso si è detto convinto che almeno un terzo della polizia afgana fosse tossicodipendente e che un’altra fetta consistente fosse costituita da sostenitori dei talebani. Ciò ha rappresentato un grosso problema per i soldati statunitensi, come ha testimoniato un anonimo capo delle forze speciali nel 2017: “Pensavano che sarei arrivato con una mappa per mostrare loro dove erano i buoni e dove i cattivi […] Ci sono voluti diversi scambi per far capire loro che non avevo quelle informazioni. Continuavano a chiedere: ‘Ma chi sono i cattivi, dove sono?’”.

Donald Rumsfeld ha espresso la stessa sensazione nel 2003. “Non ho chiarezza su chi siano i cattivi in Afghanistan o in Iraq”, scriveva. “Ho letto tutte le informazioni, sembra che sappiamo molto, ma in realtà, andando più a fondo, scopri che non abbiamo nulla che sia utilizzabile”. L’incapacità di distinguere tra un amico e un nemico è un problema serio, non solo in senso schmittiano, ma a livello pratico. Se non riesci a distinguere tra alleati e avversari dopo un attacco bomba in un affollato mercato cittadino, rispondi scagliandoti contro tutti, creando così sempre più nemici.

Il colonnello Christopher Kolenda, consigliere di tre generali in servizio, ha indicato un altro problema della missione statunitense. La corruzione è stata dilagante fin dall’inizio, ha detto: il governo Karzai era “auto-organizzato in una cleptocrazia”. Ciò ha minato la strategia post-2002 di costruzione di uno Stato che potesse sopravvivere all’occupazione. “La piccola corruzione è come il cancro della pelle, ci sono modi per affrontarla e probabilmente starai bene. La corruzione all’interno dei Ministeri, di livello superiore, è come il cancro al colon: è peggio, ma se lo prendi in tempo probabilmente stai bene. La cleptocrazia, invece, è come il cancro al cervello: è fatale”. Naturalmente, lo Stato pakistano – dove la cleptocrazia è radicata a tutti i livelli – è sopravvissuto per decenni. Ma le cose non erano così semplici in Afghanistan, dove gli sforzi di costruzione della nazione erano guidati da un esercito di occupazione e il governo centrale aveva scarso sostegno popolare.

E che dire dei falsi rapporti secondo cui i talebani erano stati sbaragliati? Una figura di spicco del Consiglio di sicurezza nazionale ha riflettuto sulle bugie messe in giro dai suoi colleghi: “Gli attacchi [talebani] peggioravano? ‘Dipende dal fatto che ci sono più bersagli su cui sparare: più attacchi sono un falso indicatore di instabilità’, era la riposta. Tre mesi dopo gli attacchi erano ulteriormente peggiorati? ‘È perché i talebani sono disperati, quindi in realtà stiamo vincendo’. E si è andati avanti così per due motivi: per far apparire buoni tutti i soggetti coinvolti e per far passare il messaggio che le truppe e le risorse messe in campo stessero dando frutto, per cui una loro rimozione avrebbe deteriorato la situazione del Paese”.

Tutto questo era un segreto di Pulcinella nelle cancellerie e nei Ministeri della Difesa della Nato in Europa. Nell’ottobre 2014, il segretario alla Difesa britannico Michael Fallon ha ammesso che “gli errori sono stati commessi militarmente, dai politici del tempo, 10-13 anni fa […] Non manderemo truppe da combattimento in Afghanistan, in nessun caso”, diceva. Quattro anni dopo, il primo ministro Theresa May ha dispiegato nuovamente le truppe britanniche in Afghanistan, raddoppiando i soldati “per aiutare ad affrontare la situazione, fragile sotto il profilo della sicurezza”. Ora i media britannici fanno eco al Foreign Office e criticano Biden per aver fatto la mossa sbagliata al momento sbagliato, con il capo delle Forze armate britanniche Sir Nick Carter che suggerisce che potrebbe essere necessaria una nuova invasione. I sostenitori dei Tory, i nostalgici colonialisti, i giornalisti tirapiedi e gli adulatori di Blair si stanno mettendo in fila per chiedere una presenza britannica permanente nel Paese devastato dalla guerra.

La cosa sorprendente è che né il generale Carter né i suoi collaboratori sembrano aver riconosciuto la portata della crisi affrontata dalla macchina da guerra statunitense, così come emersa dagli Afghanistan Papers. Mentre i pianificatori militari americani si sono lentamente resi conto della realtà, le loro controparti britanniche si aggrappano ancora a un’immagine fantasiosa dell’Afghanistan. Alcuni sostengono che il ritiro metterà a rischio la sicurezza dell’Europa, al riunirsi di al-Qaida sotto il nuovo Emirato islamico. Ma queste previsioni sono ipocrite. Usa e Regno Unito hanno passato anni ad armare e assistere al-Qaida in Siria, come hanno fatto in Bosnia e in Libia. Questo far leva sulla paura può funzionare solo in una palude di ignoranza. Almeno nel caso del pubblico britannico non sembra aver fatto breccia. La storia a volte fa emergere verità urgenti attraverso una vivida dimostrazione di fatti o uno smascheramento delle élite. L’attuale ritiro sarà probabilmente uno di questi momenti. I britannici, già ostili alla Guerra al Terrore, potrebbero rafforzarsi nella loro opposizione a future conquiste militari.

Cosa riserva l’avvenire? Replicando il modello sviluppato per l’Iraq e la Siria, gli Stati Uniti hanno annunciato un’unità militare speciale permanente, composta da 2.500 soldati, di stanza in una base kuwaitiana, pronta se necessario a volare in Afghanistan e bombardare, uccidere e mutilare. Nel frattempo, lo scorso luglio, una delegazione talebana di alto livello ha visitato la Cina, promettendo che l’Afghanistan non sarà mai più usato come trampolino di lancio per attacchi contro altri Stati. Si sono avute cordiali discussioni con il ministro degli Esteri cinese, che secondo quanto riferito hanno riguardato le relazioni commerciali ed economiche. Il vertice ha riportato alla memoria incontri simili tra mujaheddin afgani e leader occidentali negli anni Ottanta: i primi apparivano con i loro costumi wahhabiti e le loro barbe regolamentari sullo sfondo spettacolare della Casa Bianca o al numero 10 di Downing Street. Ma ora, con la Nato in ritirata, gli attori chiave sono Cina, Russia, Iran e Pakistan (che senza dubbio ha fornito assistenza strategica ai talebani, e per cui questo è un enorme trionfo politico-militare). Nessuno di loro vuole una nuova guerra civile, in netto contrasto con gli Stati Uniti e i suoi alleati dopo il ritiro sovietico. Le strette relazioni della Cina con Teheran e Mosca potrebbero consentirle di lavorare per garantire una fragile pace per i cittadini di questo Paese traumatizzato, con l’aiuto della permanente influenza russa nel Nord.

Molta enfasi è stata posta sull’età media degli afgani: 18 anni, su una popolazione di 40 milioni di persone. Di per sé questo non significa nulla. Ma c’è la speranza che i giovani afgani combattano per una vita migliore dopo quarant’anni di conflitto. Per le donne la lotta non è affatto finita, anche se rimane un solo nemico. In Gran Bretagna e altrove, tutti coloro che vogliono combattere devono spostare la loro attenzione sui rifugiati che presto busseranno alle porte della Nato. Offrire loro rifugio è il minimo che l’Occidente possa fare: una piccola riparazione per una guerra non necessaria.

(*) ripreso da micromega.net; traduzione dall’inglese di Ingrid Colanicchia. Uscito originariamente su Sidecar, il blog della New Left Review, il 16 agosto scorso, con il titolo “Debacle in Afghanistan

 

Affari armati e «guerra permanente»

di Francesco Vignarca e Giorgio Beretta

 Boom in borsa e mega profitti per le aziende militari. L’offensiva sull’Afghanistan ha spianato la strada ai conflitti successivi e sdoganato l’uso dei contractors. Tutti i dati degli ultimi 20 anni: affari armati e «guerra permanente»


La missione militare in Afghanistan è stata un fallimento. Ma non per tutti. Non lo è stata per chi la lanciato l’offensiva militare e l’ha sostenuta per 20 anni: il complesso militare-industriale americano e i suoi alleati. Partiamo dall’andamento in borsa.

Secondo un’analisi condotta da The Intercept, l’acquisto di 10mila dollari in azioni equamente divise tra i principali fornitori militari del governo Usa (Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics) effettuato il 18 settembre 2001 – giorno dell’autorizzazione di George W. Bush all’intervento militare in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre – varrebbe oggi, con utili reinvestiti, oltre 97mila dollari.

I rendimenti delle aziende

Un rendimento dell’872%, ben superiore a quello realizzato nello stesso periodo dalle aziende del listino Standard & Poor’s 500 che si ferma al 516% (dai 10mila dollari iniziali se ne sarebbero ricavati “solo” 61mila). Il «boom» in borsa è sotto gli occhi di tutti. Un’azione Lochkeed Martin (famosa in Italia per la produzione degli F-35) è passata da 44,6 a 356,6 dollari; una di Raytheon (la compagnia che inserisce le guide laser sulle bombe MK prodotte in Sardegna e poi usate dai sauditi in Yemen) valeva 30,8 dollari nel 2001 ed è ora quotata a 85,4.

Lo stesso vale per Northrop Grumman (da 42,8 a 363,16) e General Dynamics (da 41,2 a 196,8). Queste quattro aziende ricevono la maggior parte delle loro entrate dal governo degli Stati uniti. Ma la crescita è evidente anche per Boeing. Con un portafoglio più differenziato anche sul civile, ha sperimentato un balzo delle proprie azioni da 33,1 a 219 dollari.

L’elemento chiave della profittabilità delle aziende del complesso militare-industriale non è principalmente legato alle loro performance azionarie. Queste possono essere influenzate dai giochi di Borsa degli investitori o da scelte strutturali ed errori dei manager. Ad esempio questo è avvenuto nel caso dell’italiana Leonardo/Finmeccanica che, a differenza delle aziende americane, ha più che dimezzato il proprio prezzo di listino. Il cuore del successo economico dei produttori di sistemi militari risiede invece nel «fatturato sicuro» e nella conseguente capacità di garantire dividendi sempre più alti, che contribuiscono per oltre un terzo del rendimento finale.

Il fatturato sicuro

La già citata Lockheed Martin garantiva un dividendo di 0,44 dollari ad azione nel 2001, mentre l’anno scorso ne ha distribuiti 9,80 (massimo storico). Raytheon è passata da 56 centesimi all’anno a oltre due dollari, mentre Northrop Grumman da 72 centesimi a ben 5,67 dollari all’anno per azione. Tutto questo grazie proprio al «fatturato sicuro» garantito anche dal conflitto in Afghanistan.

Gli 83 miliardi di dollari investiti nelle forze afghane sono quasi il doppio del budget annuale per l’intero corpo dei marines. Superano i fondi stanziati l’anno scorso da Washington per l’assistenza in buoni pasto a circa 40 milioni di americani.

Ovviamente le aziende produttrici di armamenti non hanno venduto i propri prodotti solo ed esclusivamente per la guerra in Afghanistan. Ma proprio questo conflitto è alla base della crescita poderosa e inarrestabile delle spese militari mondiali. Comprese quelle dedicate a nuove armi, dopo il calo post Guerra fredda. L’infinita «guerra al terrorismo», emersa come mantra politico nelle relazioni internazionali dopo l’attacco alle Torri gemelle ha fornito agli Stati di tutto il mondo e alle lobby transnazionali degli armamenti il pretesto e la giustificazione politica per dedicare sempre più risorse e fondi a eserciti e armamenti.

I dati SIPRI

Lo testimoniano i dati del Sipri di Stoccolma, che evidenziano l’enorme crescita delle spese militari. Quasi un raddoppio tra il 2001 e il 2020 (da 1.044 a 1.960 miliardi di dollari a valori costanti comparabili) con un trend in aumento che è destinato a rafforzarsi negli anni a venire. E che ha garantito in questi ultimi due decenni risorse e contratti facili ai produttori di armamenti.

Non a caso i dati dello stesso Sipri relativi al fatturato militare delle prime quindici aziende del settore registrano un aumento complessivo del 30% tra il 2002 e il 2018 (ultimo dato disponibile). Da 199 a 256 miliardi di dollari. Lockheed Martin è la compagnia che è riuscita ad approfittare maggiormente di questa congiuntura favorevole quasi raddoppiando il proprio fatturato militare (da 26,3 a 47,2 miliardi di dollari a valori costanti) seguita da General Dynamics (da 13,7 a 22 miliardi) e Raytheon (da 16,7 a 23,4 miliardi).

In questo senso anche le aziende non statunitensi sono riuscite a seguire la scia di denaro aumentando di molto i propri ricavi armati. La britannica BAE Systems è passata da 18,2 a 21,2 miliardi di dollari mentre l’italiana Leonardo (in precedenza Finmeccanica) è passata da 6 a 9,8 miliardi di dollari.

I contractors

Il conflitto in Afghanistan ha dato il via a questa dinamica di profitto armato permettendo di giustificare costosi interventi internazionali e dispiegamenti di truppe fino a quel momento non previsti e comunque non tollerabili dalle opinioni pubbliche e dai parlamenti. Dopo il dispiegamento contro Kabul è stato più semplice intervenire militarmente in Iraq e in tutte le altre zone di tensione che vedono attualmente impegnati gli eserciti occidentali con nuovi armamenti, logistica e servizi.

Ma c’è di più. Il conflitto afghano ha permesso anche di sdoganare l’utilizzo su ampia scala delle compagnie private non solo di natura militare, ma anche e soprattutto con funzioni logistiche e di ricostruzione. Il tutto iscritto però in un sistema impostato in modo da permettere ai cosiddetti contractors di frodare a piacimento il Pentagono che spesso firmava i cosiddetti accordi «costo zero»: qualunque fosse l’ammontare per un progetto presentato, il governo avrebbe pagato.

Attirando dunque chiunque cercasse un profitto facile, ma con un prezzo alto: in Afghanistan sono morti più dipendenti di queste compagnie che soldati americani. Anche questo è servito a rendere sempre più «accettabile» la guerra ai decisori politici e ai portatori di interessi economici.

DUE LINK PER APPROFONDIRE

WikiLeaks e i segreti della guerra in Afghanistan | di STEFANIA MAURIZI
Negli “Afghan War Logs” rivelati dall’organizzazione di Julian Assange uno squarcio di verità senza precedenti sul conflitto afgano. Un estratto dal libro “
Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks” di Stefania Maurizi (Chiarelettere).

serenoregis.org/2021/08/24/contro-la-guerra-oggi

di ELENA CAMINO

Hale andò in Afghanistan nel 2012. Quando tornò in USA l’anno successivo aveva già profondi dubbi sul lavoro che aveva svolto (esperto informatico addetto a operazioni con i droni). Durante un recente processo a suo carico affermò …

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Francesco Masala

    Il 30 agosto 2021, Large Movements, insieme a varie associazioni, ha lanciato ufficialmente un appello ai governi europei, soprattutto a quello italiano, affinché:

    venga tempestivamente aperto un canale di dialogo con il Pakistan affinché si attivino degli strumenti efficaci ed immediati per l’evacuazione dei familiari degli Afghani che si trovano in Italia e che hanno raggiunto il Paese a seguito della presa di Kabul da parte dei Talebani;
    vengano attivati strumenti efficaci per garantire l’uscita dall’Afghanistan delle persone che sono esposte ad un rischio per la loro incolumità e per il godimento delle libertà democratiche anche dopo il 31.08.2021;
    venga convocato con estrema urgenza il G20 straordinario proposto dal Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi affinché si elaborino immediatamente degli strumenti finalizzati a garantire il diritto di movimento dei cittadini afghani verso l’Europa, non essendo possibile ricorrere allo strumento dei corridoi umanitari per far evacuare in sicurezza tutti coloro che avrebbero diritto alla protezione internazionale;
    vengano interrotti i rimpatri dall’Europa in Afghanistan, tuttora in via di attuazione da parte di alcuni Stati Membri, e contemporaneamente si garantisca l’accoglienza degli Afghani che stanno già percorrendo la rotta balcanica;
    l’Unione Europea dialoghi con le organizzazioni delle Nazioni Unite attualmente operanti in Pakistan ed in Iran affinché si organizzi un sistema di accoglienza efficiente, in grado di far fronte all’emergenza umanitaria che si profilerà a breve ai confini con l’Afghanistan;
    l’Unione Europea avvii un’interlocuzione con il governo del Pakistan affinché lo Stato riapra i suoi confini con l’Afghanistan il più presto possibile.
    Attualmente l’appello è stato sottoscritto da:

    Large Movements;
    La Comunità Afghana in Italia;
    UNIRE – Unione Nazionale Italiana per i Rifugiati ed Esuli;
    Associazione Le Reseau; Agenzia Habeisha;
    Essere Umano;
    Scuola di Italiano “By piedi” Marina Gherardi;
    Pensare Migrante;
    In cammino con Gustamundo;
    Alterego Fabbrica dei Diritti;
    Binario 15 ;
    Misto Storie Migranti;
    ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione
    Nove Onlus
    Unione forense per la tutela dei diritti umani (UFTDU)
    Cittadinanzattiva
    Associazione medici di origine straniera in Italia(Amsi)
    Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai)
    Movimento internazionale transculturale interprofessionale -Uniti per Unire (UXU)
    l’Osservatorio antiviolenza del movimento UXU
    Dipartimento #DonneUnite
    Unione Medica Euro Mediterraneo (UMEM)
    Confederazione Internazionale Laica interreligiosa (CILI-Italia)
    Diritto Diretto
    Pro-Rights
    Rete Legalità per il Clima
    Humanae Vitae
    Artisti Resistenti Roma
    La nostra associazione (su cui potete trovare maggiori informazioni su http://www.largemovements.it) sta cercando diffondere questo appello con lo scopo di trovare nuove associazioni interessate ad aderire e di aumentare la portata del nostro appello. Uno dei nostri scopi è quello di non limitarci solamente al territorio nazionale ma anche quello di raggiungere associazioni europee. In ogni caso le associazioni interessate potranno aderire o chiedere maggiori informazioni scrivendo una email a redazione@largemovements.it

    In caso di diffusione del nostro appello attraverso articoli di giornale o di blog vi chiediamo la cortesia di inserire il link all’appello originale (dove aggiorniamo costantemente la lista delle associazioni aderenti) e di inoltrarci il link del vostro articolo all’email redazione@largemovements.it

    Il testo integrale dell’appello è disponibile al seguente LINK: https://www.normativa.largemovements.it/appello-diritto-movimento-afghani/
    Il testo in Inglese dell’appello:

    https://www.normativa.largemovements.it/guaranteeing-afghan-citizens-right-of-movement/

    In attesa di un vostro cortese riscontro vi ringrazio e vi auguro buon lavoro,

    Rainer Maria Baratti
    Vice-Presidente Large Movements APS
    Via Cinigiano n. 65
    00139 – Roma
    C.F. 96471240588

  • https://www.agoravox.it/Non-abbiamo-paura-siamo-unite-50.html
    di DORIANA GORACCI
    “Non abbiamo paura, siamo unite”. Questo giovedì, 2 settembre 2021, nella cittadina di Herat, capitale cosmopolita dell’Afghanistan occidentale, cinquanta donne hanno manifestato per rivendicare il proprio diritto al lavoro e chiedere la partecipazione al nuovo esecutivo.
    “È nostro dovere avere istruzione, lavoro e sicurezza”, hanno cantato all’unisono le manifestanti. Le manifestanti portavano striscioni con il testo “Un governo senza donne non è sostenibile”. Dunque dozzine di donne, ad Herat, sono andate oggi 2 settembre 2021, a dimostrare in piazza ma con tanto tanto coraggio e vorrei che tutti ne parlassero.
    Oggi i talebani hanno annunciato che stanno per formare un nuovo governo in Afghanistan, che deve affrontare enormi sfide economiche. Le manifestanti esprimono la loro insoddisfazione per la posizione delle donne in Afghanistan, ora che i talebani hanno preso il potere. Dimostrano contro il fatto che attualmente le donne non possono lavorare e sembrano essere escluse dalla formazione di un nuovo governo. Gli attivisti per i diritti delle donne hanno chiesto che le donne siano coinvolte nei colloqui della formazione del nuovo governo. Le manifestanti hanno gridato durante la protesta che hanno diritto all’istruzione, al lavoro e alla sicurezza. Invitano inoltre la comunità internazionale a non dimenticare le donne afghane.
    Ma quello che sembra chiaro, secondo un alto funzionario talebano, è che “potrebbero non esserci” donne a capo di ministeri o in posizioni di responsabilità.Durante il loro periodo al potere tra il 1996 e il 2001, segnato dalla rigorosa applicazione della legge islamica, le donne sono scomparse dallo spazio pubblico afghano.
    “Ci sono colloqui per formare un governo, ma (i talebani) non stanno parlando della partecipazione delle donne”, ha detto ad AFP una delle organizzatrici della protesta, Basira Taheri.”Vogliamo che i talebani accettino di parlare con noi”, ha aggiunto. Questo tipo di manifestazione pubblica o espressione di malcontento è qualcosa di inaudito per i talebani, che durante il loro governo hanno represso spietatamente qualsiasi opposizione.
    “Non mi permetti di andare a scuola. / Allora non diventerò una medica. / Ricorda questo: / un giorno anche tu ti ammalerai”.
    di Lima, ragazzina afghana di 15 anni (raccolta a Kabul nell’associazione letteraria, “Mirman Baheer”)
    https://www.paudal.com/2021/09/02/dozens-of-women-demonstrate-in-afghan-city-herat/
    https://goodwordnews.com/afghanistan-awaits-new-government-women-protest-for-their-rights-afghanistan-taliban-returns-to-power/
    https://today.in-24.com/News/330818.html

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