Alla capanna porteremo bombe

di Dionisio Pinna

Siamo già nel cosiddetto clima natalizio. Non so se anche quest’anno a Sestu le consuete luminarie di circostanza rimarranno spente, come lo scorso anno, per le note restrizioni finanziarie ai comuni. Vedremo. In attesa di verificarlo osserviamo che nei grandi magazzini e nei centri commerciali sulla ex 131 le luminarie la fanno da padrone, in barba a tutte le campagne sul risparmio energetico. E i resistenti commercianti delle nostre strade cittadine già si sentono figli di un dio minore, cullando la speranza che un po’ di luce in più potrebbe fare da stella cometa per indicare ai moderni pastori-consumatori i giusti sentieri della rinascita commerciale. Nulla di nuovo sotto l’albero (non cristiano) in tempi difficili soprattutto per la gente comune.

Non intendo affrontare la questione dell’attuale crisi economica che ha investito soprattutto l’evoluto Occidente. Il modello economico capitalistico, dopo aver sconfitto quello comunista e statalista dell’Unione Sovietica, ha voluto strafare, liberalizzando il mercato delle merci e riducendo il potere di controllo e di indirizzo della politica. I capitali sono andati liberamente in giro per il mondo alla ricerca di investimenti senza regole in una competizione forsennata tesa esclusivamente alla loro crescita illimitata. E in questo disegno paranoico la guerra è stata utilizzata cinicamente nel tentativo di controllare le risorse energetiche del pianeta, mettendo in campo il solito apparato di falsità diffuso da una rete propagandistica organizzata in maniera capillare e assolutamente scientifica attraverso l’utilizzo dei più diffusi mezzi di informazione di massa.

Ovviamente anche l’Italia, che difende il crocifisso nei luoghi pubblici e si vanta delle sue radici cristiane, non è da meno. Non c’è bisogno di ricordare le precedenti “missioni di pace” e le sublimi “operazioni di polizia internazionale”. La guerra alla Libia, da sola, basta e avanza per farci capire che è stata una sporca operazione di moderna e cinica neo-colonizzazione.

E per non essere da meno rispetto ad altre nazioni europee del sempre oliato sistema NATO (Stati Uniti in testa), riconvertito all’ideale della democratizzazione forzata dei sistemi dittatoriali che non stanno alle nostre condizioni e che, quindi, sono o diventano nemici, la nostra cara nazione si doterà di cacciabombardieri F35, di velivoli Eurofighter, di Fregate Fremm, di elicotteri NH90, di sommergibili U-212, di nuovi sistemi d’arma e di chissà quanto ancora. Alla faccia della crisi e dei tagli previsti per scuola, università, ricerca, stato sociale, servizi pubblici. Chi mai propone di ridurre la spesa militare? Non già la classe politica nel suo insieme, ma un povero prete, sconosciuto ai più, un certo padre Zanotelli, comboniano, che lancia un appello perché nella finanziaria si taglino le spese per la guerra. Un povero illuso, come tutti coloro che credono che le politiche di guerra sono inaccettabili non solo per lo spreco di risorse pubbliche che comportano ma soprattutto perché vengono uccise migliaia di vittime innocenti, perché viene alimentata la violenza e perché l’ambiente viene contaminato per decenni. E cosa dire del dramma dei profughi in mare e nelle nostre coste?

Molte volte mi sono chiesto il perché del fallimento della cultura della pace. Non già quella pace (persino diventata liturgia con lo scambio di un segno di pace in tutte le chiese del mondo) astratta e generica spesso abbinata ad un’idea di pace interiore, quanto quella legata alla fiorente industria delle armi che deve continuamente essere alimentata e aggiornata con conflitti armati in ogni angolo della terra per ovvie considerazioni di politica internazione ( tra l’altro la guerra come strumento di controllo e di dominio delle risorse energetiche planetarie). Perché il ripudio della guerra previsto nell’articolo 11 della nostra Costituzione non ha impedito all’Italia di partecipare attivamente ai cruenti conflitti degli ultimi decenni?

Che dire poi della condizione della Sardegna il cui territorio è abbondantemente sacrificato da un numero impressionante di servitù militari? La maggioranza della popolazione è rassegnata a tal punto che le poche associazioni che si battono per denunciare sia l’occupazione militare del territorio che le conseguenze sulla salute per l’uso di sostanze tossiche nelle esercitazioni belliche (a Quirra per esempio) vengono addirittura accusate di danneggiare l’economia delle zone interessate. Si è persino arrivati a denunciare qualche coraggioso che ha escogitato azioni di nonviolenza attiva per protestare contro l’uso delle basi militari sarde per le esercitazioni di eserciti stranieri (israeliani, arabi, ecc.). Nella coscienza collettiva (educata in prevalenza alla fede cattolica) del popolo sardo la cospicua presenza militare non rappresenta una contraddizione con il desiderio di pace. La politica poi non si pone questo problema. I suoi interessi non prevedono il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, né tanto meno il taglio delle spese militari.

Consoliamoci comunque con la retorica del Natale. Siamo tutti per la pace, tutti la vogliamo. Alla capanna porteremo bombe, mitra e uranio impoverito al canto di stille nacht, anzi di silent night, dal momento che l’inglese e non il tedesco è la lingua che affratella gli eserciti che amano la pace e si impegnano a promuoverla ovunque ce ne sia bisogno.

NOTA

Con il titolo “Le nostre pacifiche guerre” questo articolo è apparso nell’ultimo numero del mensile di Sestu “L’occhio del cittadino”.

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