Amalgrab, lo specchio nero delle brame

«Qualcosa da dichiarare?» chiede l’ufficiale di dogana e non si aspetta che Zoe risponda «tre casse di tempo raffermo». Siamo quasi alla fine del romanzo «Amalgrab» e chi legge dovrebbe aver imparato a non farsi sorprendere, eppure resta imbambolato di nuovo. Proprio come quel doganiere: «l’ermeticità della risposta gli si attorcigliò fulminea attorno ai testicoli, stringendo come una cinghia di cuoio». Il dialogo successivo sconvolge l’addetto alla dogana («era vergine, non sognava mai») e addirittura «la Città stessa trasalì insieme a lui, spegnendo per 12 secondi tutte le luci dell’aeroporto».

E’ una Città vivente con «afrore inconfondibile», con «accento incancellabile» che «da sempre flirtava con i venti» e che «sciolta nel jazz» da nera diventa «malva, rosa, violetto». La tranquilla onnipotenza dell’autrice fa vivere specchi, scacchi, vampiri, piercing vegetali, ragni albini, rubini, sementi rari, numeri, sfere celesti e rumori.

Siamo in un rebus, un labirinto, di qua e di là dello specchio, dentro ostriche che inconsapevolmente custodiscono perle. Gli astrologi «chiamano la pars celati amalgrab, che è la virtù interiore». E di virtù questo romanzo del tutto immorale ne ha tantissime. E’ raro trovare favole moderne e «nere» così riuscite: come cadere in certe canzoni di De Andrè mentre si guarda un quadro di Bosch, o viceversa.

Se il tempo marcisce, se  «le colpe delle madri compongono l’ordito per trame delle figlie secondo geometrie non euclidee» ci si può aspettare che l’autrice prima o poi fabbrichi universi. E infatti…  nello scontro fra la Genesi e Jean-Paul Sartre pare vinca il secondo ma nel finale («il lieto fine è una prerogativa del Carnevale») la faccenda si complica anche perchè dal sesto giorno in poi Iddio «si addormentò» per millenni, «pisolino di fronte all’eternità». Del resto le anime «si smagliano» e il Cantaombre vende ogni notte «fisicità diverse».

Le gru «rugginose» del porto sembrano «giganteschi scorpioni di ferro» a una bimba ma che gli orologi siano un’invenzione del demonio non è l’idea solo di un vecchio contadino toscano, «curvo e poroso, simile a un porcino». Strada facendo troveremo rose dei venti, cimiteri, vergini puttane, presagi, occhi gialli, «il sale delle lacrime e lo zucchero dei sogni», acqua e mestruo. La metamorfosi di Theo («frequentatore assiduo delle aste di terz’ordine») fa il paio con Luz che sa leggere i colori. Mobili che d’improvviso aumentano di peso e bambini che spariscono «nel varco di Carnevale». Amori incestuosi, ombre che seguono la tabellina del tre e una Vecchia «dai piedi palmati». Ogni nome è «un condizionamento», c’è chi «si rende utile» prendendosi «le zone d’ombra altrui», anche «cani lievitano sopra i tetti scompigliando nugoli di gatti volanti». Stupefacente come Guergana Radeva controlli ogni parola, trovando sempre quella giusta, senza aggrovigliare i cento fili della trama.

Questa maga dov’era nascosta sinora? Nel risvolto di copertina è presentata così: nata in Bulgaria, laureata in ingegneria elettronica, dal ’91 in Italia, domestica, pizzaiola, sposata, vive in Maremma con tre cani e quattro gatti. E’ «in cerca dell’Opera, un romanzo alternativo». L’ha trovata anzi l’ha creata (o rubata in qualche isola volante):  difficile ricordare un’opera prima così ammaliante e priva di pecche. E allora grazie alla Radeva per «il dono infantile della meraviglia».

Amalgrab

di Guergana Radeva

Michele Di Salvo-Mangrovie
pp. 248, euri 11

Questa mia recensione è stata pubblicata ( 08/07/08) sul quotidiano “Liberazione

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