Amore negli infiniti mo(n)di anche alieni

db su «La muta» di Aliya Whiteley

«C’è chi l’amore lo brucia e chi lo seppellisce. C’è chi lo tiene chiuso a chiave o lo nasconde sotto il letto. C’è chi lo vende». Si apre  così «La muta» di Aliya Whiteley pubblicato da Carbonio (224 pagine per 15,50 euri) nella traduzione di Olimpia Ellero.

Dunque l’amore. Finalmente. Non banale. Nell’epoca del sesso ovunque purchè sia solo ginnastica o merce. Invece abbiamo bisogno di amori e sessualità. Più x, l’incognita (*). Allora… grazie ad Aliya Whiteley. Un piccolo passo.

Pur evitando il maledetto spoiler dovrò pur dire che “la muta” del titolo non fa riferimento a una donna che non può parlare ma a uno dei significati del sostantivo italiano cioè il cambio (il mutare) della pelle o della pelliccia in alcuni animali (il titolo inglese era «The Loosening skin» ovvero “la pelle che si scioglie”). E quasi subito l’autrice ci fa capire che siamo in un mondo dove gli umani cambiano pelle ogni 7 anni (toh, proprio 7) perdendo «quell’attrazione a sfondo sessuale che chiamiamo amore» ma anche emozioni e ricordi connessi. Dovendo dunque ripartire dall’albetizzazione sentimentale. Naturalmente alla muta si relazionano imprevisti, eccezioni, malattie, paure, finzioni, feticismi… Per esempio che succede delle “vecchie” pelli? Alla vicenda più “gialla” dove domina Rose si intrecciano le altre parti con Mik che deve, fra l’altro, spiegare come funziona «un gruppo di 5 persone che vivono insieme e si amano.[…] Quali parole avrebbe usato? Una comune? Una gang-bang? Un’orgia tra conquilini?». Loro sono l’assoluta anomalia o invece succede spesso «di nascosto»?

Niente fantascienza dunque ma solo un punto di partenza differente (in un mondo sostanzialmente identico a quello dei nostri giorni) con molte interessanti metafore a partire dal binomio amore-pelle e dal morire-rinascere e/o smemorarsi in ogni cambiamento.

L’autrice mette al centro una radicale muta(zione) però non si connette ai mutanti cari a tanta fantascienza. E’ interessata a mostrare come sia difficile parlare di amori che si trasformano – mutano pelle appunto – e lo fa benissimo.

A chi chiuso il libro (o prima, incorrendo però nella maledizione dello spoiler auto-inflitto) volesse approfondire segnalo queste due interviste all’autrice: https://youtu.be/SMzREx_CIn0 

https://www.sololibri.net/Intervista-ad-Aliya-Whiteley-libreria-La-muta.html

Per la serie “i dibattiti veri cioè impossibili nel tempo dei manichei” sarebbe bellissimo se la Whiteley dialogasse con un duetto del mondo cosiddetto reale, per esempio con Paola Binetti (una sostenitrice della mortificazione corporale) e con qualche partecipante del Polyamory Pride; discutere per capire, non per imporre o vietare ad altre persone. Ci si dividerebbe certo ma – rubando la frase a un precedente romanzo dell’autrice – «queste divisioni sono sempre esistite. E’ il fondamento stesso della vita. Le divisioni non portano solo discordia ma anche speranza. Chissà cosa può accadere quando le regole continuano costantemente a cambiare?». Ma oggi sia la libertà filosofica diffusa che il vero mutamento sociale suonano moooooooooolto più impossibili di qualsiasi romanzo visionario.

Abbandono la strana coppia poliamori-cilici (già meglio che parlare di libertini e talebani, vero?) e torno ad Aliya Whiteley: in “bottega” avevo scritto di due suoi libri: «La bellezza», favola dura e necessaria e «L’arrivo delle missive» (cfr Due buoni frutti sull’albero del fantastico). «La muta» conferma che si muove bene dalle parti del fantastico, ricondandoci che chi ha paura dell’immaginazione sarà (è) condannato a vivere nell’asfissia quotidiana condita da terrori senza veri desideri.

(*) forse non dovrei farlo – ma la modestia è una virtù o un’infamia? – però rimando a «Sesso, amore più X», il sesto sentiero del libro «Di futuri ce n’è tanti» che ho scritto (nel preistorico 2006) con Riccardo Mancini.

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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