Ancora per – e con – zia Ursula (Le Guin)

1 – Una lettera di Bianca Menichelli con una poesia di Adriana Langtry; 2) il link a «Il giorno prima della rivoluzione»

Cara Ursula, ricordi quando un paio di anni fa indicavi a Horty e David-E – cfr in bottega  RRS 4 – A che gioco giochiamo? (quarta puntata di una Round Robin Story)– i diversi modi di passare da un universo ad un altro?

Voglio riprendere il tuo particolare metodo, portato come esempio in quell’occasione.

E tu come fai a passare da un mondo all’altro?” si informa cautamente Horty

A me basta pensare fortemente ad una parola, qualsiasi essa sia, basta che abbia lo stesso significato in tutti i mondi.”

Ad esempio?”

Ad esempio guerra.”

E’ uguale dappertutto?”.

Sì, come morte, sofferenza, fame, genocidio, intollenza, terrorismo, femminicidio.”

Ma sono tutte orrende. E poi che parola è femminicidio?”

Ogni cosa a suo tempo. Comunque ce ne sono altre” sorride Ursula “amicizia, stelle, accoglienza, atomi, musica. Ma sono comunque sempre troppo poche…”.

Vorrei fare con te, Usula un esperimento con la parola “muro”, sei d’accordo? «C’era un muro. Non pareva importante…. Ma l’idea era reale. E importante. Da sette generazioni non c’era nulla di più importante, al mondo, di quel muro» (1).

Quando hai scritto queste parole c’era, ad esempio, un muro che divideva in due l’Europa, un simbolo pesante da una parte e dall’altra, ma scommetto che mai avresti pensato che “il muro” si sarebbe moltiplicato ancora e ancora e ancora, ricordando non solo fili spinati e armi puntate, ma assumendo le forme più diverse. Distrutto quel muro di mattoni ne sono sorti molti altri, uno fra i tanti, sempre più attuale: l’acqua; il mare con la sua materna liquidità è diventata la forma stessa della reclusione e della morte. Invece di essere il tramite naturale fra persone e culture è diventato per migliaia di esseri umani la disperazione.

E’ vero, Ursula, con una parola possiamo passare da un mondo all’altro, perché i mondi – qui dove abitiamo – sono tanti, buoni o cattivi, quanti siamo noi che ci viviamo.

Sono sicura che tu sia d’accordo con me.

Ma ci resta sempre la speranza. Ad esempio con la parola “reciprocità” potremmo trovare un mondo come Gethen (2) dove ognun*, pur nell’asprezza della quotidianità, si lascia andare a sentimenti gentili, delicati e dove ognun* sperimenta e vive una sessualità ermafrodita senza traumi. Certo, i bravi terrestri avrebbero bisogno di una immersione totale in quella cultura per un tempo lunghissimo, ma sono sicura che si potrebbe arrivare a un buon risultato, che dici? Siamo o non siamo mutanti? Potremmo così iniziare a cancellare la parola “femminicidio” e perché no, “diversità” nel significato negativo.

E con la parola “amore” potremmo ricordare quello che ci confida Sov «Non avevo pensato molto al kemmer, prima. A che sarebbe servito? Finché non si diventa adulti non si ha sesso né sessualità; i nostri ormoni non ci creano nessun problema… Sono passati quasi cinquant’anni e devo ammettere che non ricordo tutti quelli del mio primo kemmer: …Berre con cui mi ritrovai alla fine a fare l’amore sonnolenta, tranquilla, beata.. e quando ci svegliammo non eravamo donne. Non eravamo uomini. Non eravamo in kemmer. Eravamo giovani persone adulte e stanchissime… Vecchi tempi o tempi nuovi, somer o kemmer, l’amore è amore» (3).

Lo senti anche tu, amica mia, che scompaiono per sempre le parole “violenza” e “sopraffazione”, semplicemente perché l’amore è amore! Punterei quindi tutto su quel “giovani persone adulte” perché questa deve essere la giovinezza, un passaggio sereno verso la maturità.

Già che ci siamo eccoci alla parola “vecchiaia” per concludere la parabola del ciclo vitale, identica in tutti i mondi. «Si mise in piedi con un gemito di disapprovazione e di sforzo; si accostò all’armadio e indossò la vestaglia. I giovani circolavano per i locali della Casa con piacevole immodestia, ma lei era troppo vecchia per farlo. Non voleva rovinare la colazione di qualcuno di loro mostrando la propria vecchiaia». Ecco come la vecchiaia diventa saggezza; no, forse è meglio dire consapevolezza; ma, attenzione, è anche disincanto «Lei aveva quella grande stanza tutta per sé soltanto perché era una vecchia che aveva avuto un colpo apoplettico. E forse perché era Odo. Se non fosse stata Odo ma soltanto una donna che aveva avuto un colpo apoplettico, l’avrebbe ottenuta lo stesso? Era probabile. Dopotutto chi avrebbe voluto spartire la stanza con una vecchia bavosa?… Intanto quella stanza era bella, spaziosa, soleggiata; proprio quanto ci voleva per una vecchia bavosa che aveva messo in moto una rivoluzione mondiale». (4)

Questa è la rivendicazione orgogliosa delle proprie scelte, ciò che ogni persona alla fine del proprio percorso dovrebbe fare, ciò che rende una vita realmente degna di essere stata vissuta; guai a rinnegare il proprio passato.

Eccoci nel mondo realizzato da Laia Asieo Odo, quel mondo di odoniani che tu hai anche definito “un’ambigua utopia” ma del quale così hai valutato l’impatto: «L’odonianismo è anarchia. Non quella roba tipo bomba in tasca, che invece è terrorismo puro e semplice; non il libertarismo socio-darwinista dell’estrema destra; ma l’anarchia prefigurata dal taoismo delle origini ed esposta da Shelley e Kropotkin, da Goldman e Goodman. Il principale bersaglio dell’anarchia è lo Stato autoritario, capitalista o socialista che siano; la sua principale componente morale-pratica è la collaborazione (solidarietà, aiuto reciproco). Di tutte le teorie politiche è la più idealistica e per me la più interessante» (5).

Questo è il tuo manifesto politico; devo dire, carissima Ursula, che è stato e sarà sempre una stimolante forma di allenamento mentale ricercarlo e ripensarlo nei tuoi scritti, come nella nostra vita di tutti i giorni. E sarà sempre un enorme piacere ripercorrere assieme a te tutti quei mondi che bene o male ci indicano qualcosa. Sta a noi capire la strada giusta per la collaborazione, la solidarietà, l’aiuto reciproco. Una sfida stimolante, oltre che necessaria.

Questo ci porta a una parola che è implicita in tutti i tuoi pensieri (come dovrebbe essere per tutte/i). “Scelta” è la parola che ci catapulta in mille mondi diversi e possibili, più o meno compatibili, più o meno fragili, più o meno controversi. Il più o il meno dipenderà da noi, poveri esseri talmente gonfi di hybris da considerarci gli unici e inimitabili padroni di tutto e spesso di tutti.

Gli dèi accecano coloro che vogliono perdere.

Dovremo quindi cercare per prima cosa gli occhiali da sole (e da vista, per non avere visioni appannate) che ci riparino adeguatamente e con continuità, perché noi si possa proseguire attraverso le parole la ricerca nei e tra i mondi.

A te, cara amica, questa poesia di Adriana Langtry piacerà, ne sono sicura.

Con tutto il mio affetto, grazie e arrivederci.

Bianca Menichelli

PAROLE

di Adriana Langtry (6)

Dalle rovine
nascono
altre parole.
Spuntano come germogli
tra i mattoni crollati
colmando ogni fessura
di radici,
spaccano le macerie
con la fragilità
incombente
dei fili d’erba,
irrequiete e sinuose
come stelle filanti.

Non sono quelle
di ieri
né quelle del passato,
ambigue,
incrociate,
le parole sono altre.
Nascono
dalle rovine
di una lingua
bifolca,
dallo sguardo
bifronte
di un Giano stanco.

Si affannano,
balbettano, traballano,
si rincorrono
nel doppio destino
che le affligge,
doppio come
lo specchio
che riflette
e osserva,
doppio come
le rive
opposte
dell’oceano.

Nascono
dalle rovine
le altre parole.
Affiorano ridondanti
picchiettando fra i denti
la loro melodia
di suoni disparati.
Sorgono dalle macerie
a colmare l’oblio,
a dar voce
al silenzio
nella lingua
sbagliata.

Si scontrano,
si mescolano, si contagiano,
il loro vigore primigenio
copre di simboli
alterati
i muti resti
del tracollo.
Sorgono dalle macerie
con un ricordo antico
di partenze e addii.
Risplendono
come stelle filanti
nell’ibrido cangiante
del tramonto.

Dalle rovine
nascono
altre parole.
Né le prime né le ultime,
altre.

 

QUI POTETE LEGGERLO TUTTO: www.libros.am/book/read/id/182744/slug/il-giorno-prima-della-rivoluzione

 

NOTE

(1) “I reietti dell’altro pianeta” Editrice Nord 1976, traduzione di Riccardo Valla; il sottotitolo – spsso omesso nelle copertine delle edizioni italiane – è “Un’ambigua utopia”.

(2) “La mano sinistra delle tenebre” Libra Editrice 1977, traduzione di Ugo Malaguti

(3) “Diventare adulti in Karhide” da Millemondi Urania inverno 2009, traduzione di Piero Anselmi

(4) “La vigilia della rivoluzione” da «I dodici punti cardinali» Editrice Nord 1979, traduzione di Roberta Rambelli. Altrove anche con il titolo “Il giorno prima della rivoluzione”.

(5) Ursula Kroeber Le Guin, premessa a “La vigilia della rivoluzione”, ibidem

(6) Adriana Langtry (www.el-ghibli.org) cfr anche www.enciclopediadelledonne.it  e www.compagniadellepoete.it

LE IMMAGINI SONO LE DUE MAPPE – di Anarres e Urrras – CHE APRONO il romanzo «I reietti dell’altro pianeta».

NEL LIBRO «L’occhio dell’airone», pubblicato da Eleuthera,  oltte al breve romanzo omonimo c’è anche il racconto «Il giorno prima della rivoluzione».

Redazione
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