Anderson, Malzberg, Mc Master Bujold

Ad agosto il blog ha un po’ riposato ma l’insonne lettore (di fantascienza e non) in me non ha avuto tregua.

Dalle parti della science fiction ho riletto un po’ di miei storici amori (Ursula Le Guin e Thedore Sturgeon) ma non ne parlerò qui. Poi ho guarducchiato alcuni italiani al debutto o quasi; ne dirò un’altra volta. Infine ho doverosamente assolto i doveri da edicola dove Urania proponeva: a luglio «Il mondo di Herovit» (del 1973, traduzione di Giuseppe Lippi: numero 114 dei Classici) di Barry Malzberg; ad agosto una novità ovvero «La criocamera di Vorkosigan» (Urania 1585, traduzione di Flora Staglianò) di Lois McMaster Bujold e «Crociata spaziale» (1960, traduzione di Antonio Bellomi: Classici 115) di Poul Anderson. Non ho preso – e penso che questa mano passerò – il Millemondi estate con «L’evoluzione del vuoto/1» del ridondante Peter Hamilton.

C’è chi «di colpo si blocca nel mezzo del 93° romanzo»: problemi di creatività e/o di attività sessuale al lumicino. Forse la soluzione è farsi guidare (nella scrittura e nell’amore) da qualche fanta-eroe. Di recente qui in blog ho parlato di Malzberg: i suoi pregi e difetti, il narcisismo e lo sberleffo che usa come kriss sono noti a chi frequenta la fantascienza. La ristampa di «Il mondo di Herovit» non aggiunge granché.

Analogo discorso per «La criocamera di Vorkosigan»: ho scoperto in ritardo la “space opera” che intreccia guerre, intrighi e ironia della premiatissima McMaster Bujold e la trovo piacevole. Non è però la mia fantascienza preferita.

Alla fine la (ri)lettura più arpionante è stata «Crociata spaziale» che non mostra rughe e anzi potrebbe tutt’ora essere preso a modello per il ritmo e la scrittura come per l’ironia.

Il primo maggio «dell’anno di grazia 1345» sir Roger de Tourneville ha radunato «un esercito di liberi camerati» ad Ansby per unirsi a re Edoardo III e a suo figlio «nella guerra di Francia». Con i guerrieri anche frate Parvus che è destinato a narrare – ovviamente in latino – ogni genere di prodigi. Poul Anderson non è autore che perda tempo: neanche 4 pagine e sulla stupefatta Ansby piomba «un nave tutta di metallo», forse una stregoneria pensa Parvus. La nave atterra e ne scende un essere «alto 5 piedi» con la pelle azzurra e «una coda corta e spessa». Di fronte agli sconvolti soldati inglesi lo sconosciuto solleva «un tubo» e lancia «una fiammata bianca e accecante». Mal gliene incoglie però perché Red John gli lancia una freccia e lo uccide. Tubi o no, i “demoni” sono mortali: così al grido di «Hurrà per san Giorgio e per la felice Inghilterra» il piccolo esercito assale l’astronave (il recensore si permette di usare un termine sconosciuto a Parvus) sgominando i nemici “pelleazzurra”: gli inglesi ne catturano uno che sarà l’involontario artefice delle mirabolanti imprese successive. Senza troppo svelare della trama – è un godimento vedere la spudoratezza con la quale Anderson tesse la tela che imprigionerà chi legge – si può solo dire che per un furbo-folle guerriero inglese del 1300 risulta irresistibile l’idea che ci sia un nemico peggiore dei saraceni da sconfiggere (con relativo bottino) e un sepolcro ben più grande di Gerusalemme da liberare.

La bravura di Anderson è anche nel giocare sull’ingenuità religiosa di Parvus: il demonio azzurro viene sorvegliato dalle reliquie («il femore di sant’Osberto e il sedicesimo molare di san Guidubaldo»); il Pater Noster può essere interpretato dai miscredenti come una magia; un errore di traduzione induce gli alieni a credere che la fede sia un avanzatissimo computer. Così la Chiesa cattolica si trova davvero a sostenere le armate «in partibus infidelium» mentre sir Roger si conferma un abilissimo stratega: riesce a ingannare i nemici anche perché «sulla Terra noi siamo stati costretti dalle circostanze ad apprendere tutte le furfanterie». A sentirlo pare che all’epoca gli italiani fossero maestri di inganni. Il finale super-ironico chiude degnamente un romanzo che merita un posto in biblioteca. Completa il volume il racconto «Non gli occhi di suo padre» di Sergio Donato.

Per chi non conosce Anderson vale aggiungere che non è sempre a quest’altezza: accanto a romanzi (pochi) e racconti (molti) memorabili ha scritto anche storie mediocri e talune che gridano vendetta; al riguardo si può vedere – qui in blog: Dick di lunedì… – la presa in giro di un giovane e perfido Philip Dick.

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