Angela Bersani:”Non lo fo per piacer mio”

 

 Aveva pensato di ucciderlo offrendogli cocaina. Tagliata con eroina purissima. Un cocktail letale. Sul come fare aveva già qualche idea.

Già l’idea. L’idea di farlo fuori aveva cominciato a frullarle per la testa quando lui l’aveva rifiutata per l’ennesima volta e senza lasciare il benché minimo spazio a un futuro insieme, anche soltanto come amanti, perfino l’amicizia le lesinava.

Allora doveva morire, Adele aveva deciso. Ma in che modo?

Non era facile far fuori un uomo giovane, forte, intelligente e anche diffidente per natura come Gianni. Ma con un punto debole, la droga.

Doveva escogitare un piano.

Se gli avesse offerto un po’ di neve, dopo tutto quello che era successo fra di loro, si sarebbe potuto insospettire, anche se in passato non badavano a chi se la procurava. Immaginava già quello che le avrebbe risposto: “Alla botta ci penso io, so io dove prendere la roba!”. Quindi l’avrebbe lasciata prendere a lui.

Poi Adele avrebbe approfittato di un momento di distrazione di Gianni per preparare lo speedball.

Ma come intervenire? E quando? E come farlo senza destare sospetti?

Soltanto il momento le era ben chiaro: subito dopo che lui avesse fatto le righe e subito prima che iniziasse a tirarle. Se lei fosse riuscita a farlo allontanare per pochi minuti, avrebbe potuto ricomporre il mucchietto, aggiungere l’eroina e rifare le linee come prima.

E se non fossero venute perfettamente come le aveva fatte lui? E se lui si fosse accorto di qualcosa?

Ebbe un’idea: lo avrebbe mandato in cucina a fare qualcosa e al suo ritorno si sarebbe alzata barcollando e avrebbe urtato il tavolino, smuovendo un po’ la polvere e le sue perfette geometrie.

E se Gianni non si fosse seduto sul divano, bensì a tavola?

Per non correre rischi avrebbe finto un capogiro. “Mi gira la testa… è meglio che mi sdrai… poi mi dà un gran fastidio la luce… stammi vicino, per favore”.

Il tutto sarebbe avvenuto nella penombra della lampada a stelo del salotto, che proiettava il suo cono di luce verso il basso.

Ma come fare ad allontanarlo al momento giusto?

–  Mentre lui fa le righe sullo specchietto -pensò – gli chiedo: “Senti, mi è venuto un gran mal di stomaco , non è proprio serata, sento che non ho digerito; andresti in cucina a prepararmi un canarino? nella cassetta in fondo al frigo ci sono i limoni, il resto lo sai dov’è”-

Lui forse avrebbe risposto impaziente: “Non puoi aspettare un minuto?”.

“No, ti prego, aspettami, così non resisto, ho dolori lancinanti. Non potrei neanche tirare dal gran che sto male. Vedrai che starò subito meglio”.

Così lei avrebbe avuto tutto il tempo per tagliare la coca.

Dopo il canarino Adele gli avrebbe detto di andare avanti perché lei voleva aspettare mezz’ora che le facesse effetto. Conoscendolo, era certa che lui avrebbe cominciato a tirare anche da solo.

Poi, di scusa in scusa, gli avrebbe fatto consumare tutta la dose.

E il seguito?

Quando lui si fosse sentito male, lei semplicemente non avrebbe fatto niente, si sarebbe ubriacata, addormentata e solo al risveglio avrebbe chiamato il 118, quando lui fosse già morto.

La polizia avrebbe indagato, sarebbero stati fatti esami tossicologici su entrambi, dai quali sarebbe risultato che lui era morto per overdose e che lei aveva il suo bel livello etilico nel sangue. Quando le avessero chiesto come mai non aveva cercato aiuto prima, lei avrebbe semplicemente detto: “Io non sono abituata a drogarmi”, un po’ era vero, da più di un anno non si faceva, “preferisco bere e così ho fatto; prima di addormentarmi lui stava benissimo, soltanto al mio risveglio mi sono accorta che stava male e ho telefonato”.

-Bene – pensò- ora che il piano è dettagliato, devo solo procurarmi l’eroina e la “bigiotteria” giusta.

Adele invitò Gianni a casa sua per quel venerdì sera, gli suggerì di procurarsi una buona dose e lui accettò.

Lei uscì la sera precedente il loro incontro per procurarsi l’eroina. Aveva bisogno di roba buona. E sapeva dove andare. A cosa le sarebbero valsi se no quei dieci anni di lavoro come segretaria alla narcotici, a battere verbali su verbali delle riunioni operative della squadra, sui controlli e sugli appostamenti? Conosceva perfettamente la mappa del vizio di Bologna. Sapeva che i pusher sarebbero stati interrogati: doveva quindi risultare che la droga l’aveva comprata lui.

Per rendersi irriconoscibile si sarebbe vestita con una panta nera, maglioncino e trench pure neri, si sarebbe messa una parrucca scura, lei che era bionda, si sarebbe truccata vistosamente, si sarebbe agganciata catene al collo e ai polsi per sembrare una dark o un trans e avrebbe parlato con la voce più roca possibile. Il tutto in maniera tale che il pusher si ricordasse di lei, dell’eroina, ma desse informazioni che, di fatto, avrebbero depistato le indagini.

Non poteva uscire di casa conciata così, qualche vicino avrebbe potuto vederla. Perciò mise tutto l’occorrente in una anonima busta di plastica e, verso le undici, uscì, prese l’autobus e scese alle Due Torri.

Nell’anfratto di uno stradellino del quartiere ebraico, si travestì, mise i suoi vestiti nella busta di plastica e si incamminò verso via Zamboni. Al ritorno, in quello stesso posto, come un rito, si sarebbe cambiata e avrebbe buttato la busta, i vestiti, la parrucca, i monili in differenti, lontani, bidoni.

I lampioni della strada facevano poca luce e bisognava stare attenti a non pestare qualche merda. La puzza di piscio chiudeva le narici. Il suono squillante dei suoi tacchettini risuonò sui sanpietrini prima e sulla graniglia dei portici, poi.

Scandiva il tempo di quella musica che la accompagnava verso la missione che si era data: liberare il mondo da quel pusillanime.

E pensare che c’era stato un tempo in cui di Gianni si era presa una gran cotta, in parte ricambiata. Ma lui non si sapeva come prenderlo, sfuggiva a tutti i canoni da lei conosciuti. Una volta l’aveva anche baciata, poi si era tirato indietro. Aveva cominciato a recitare quello che poi sarebbe diventato il leit motiv del loro rapporto “io sono da lasciar perdere, sono da evitare, la cosa più intelligente che puoi fare è starmi lontana, per quello che sono, per quello che dico e per quello che penso, ne trarrai un gran beneficio”.

E lei si era incaponita sempre più. Quando lui si sentiva pressato, tagliava i ponti non facendosi più vivo, fino a che lei non riusciva a riagganciarlo. Questa storia si era ripetuta diverse volte.

L’ultima volta in cui lei, decisa a concupirlo, lo aveva riavvicinato e quasi aggredito, lui si era nuovamente arrabbiato e lei l’aveva mandato a fanculo, facendolo incazzare ancora di più.

Dopo un paio di mesi in cui si era fatto di nebbia, lo aveva convinto a trascorrere quella serata da buoni amici, con una sniffata come ai vecchi tempi.

Ad Adele rodeva che Gianni non le permettesse di amarlo e farsi amare. Il dolore e la lacerazione del suo animo dovevano essere colmati: lui non meritava di vivere facendo soffrire così le donne.

Ci avrebbe pensato lei.

Chissà se anche “le altre”, perché ce n’erano state tante in quegli anni, se avessero saputo, sarebbero state solidali con lei?

Visto che le cose andarono esattamente come lei aveva progettato. 

BREVE PRESENTAZIONE DI ANGELA BERSANI

Questo racconto esce dal laboratorio di Armonie (associazione di donne, con sede a Villa Paradiso, via Emilia Levante138, a Bologna) condotto da Alessandro Castellari e Tiziana Cassini.

Angela si presenta così.

Nel 2004 ho frequentato il mio primo corso di scrittura (per bambini) alla Primo Levi. Poi sono stata ferma per diversi anni, per motivi familiari. Dopo qualche sprazzo di ripresa (per adulti) due anni fa, ho ripreso a pieno ritmo frequentando corsi e gruppi di tutti i generi.Mi piace molto scrivere, è diventato il mio modo di vivere. Nel laboratorio che sto facendo all’associazione di donne (ma non solo per donne) Armonie, abbiamo affrontato la scrittura per generi: noir (il risultato è quello che avete appena letto qui sopra), erotico, fantastico, comico…

Una delle mie prime cose è PERCHE’ SCRIVERE.

Piove, piove  e piove, piove.

Ti svegli nel cuore della notte

e un fiume di parole pian piano

entra nella tua mente

e ingrossa sempre più.

Vorresti fermarle, ordinarle,

non dimenticarle.

Allora pensi di scriverle.

E ti prende la foga di metterle giù,

il più in fretta possibile,

per non perderle.

E non ce la fai più a stare nel letto,

tanta è l’ euforia e il desiderio di scrivere.

Piano piano, per non svegliare il tuo amore,

ti alzi e vai in cucina,

prendi i fogli

e butti giù tutto.

Più riesci a scrivere esattamente ciò che vuoi dire,

più ti prende un’emozione incontenibile,

il batticuore,

e , quando capisci che ce l’hai fatta,

subentra la pace.

In casa c’è ancora lo stesso silenzio di prima.

E adesso lo senti.

Redazione
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Un commento

  • ginodicostanzo

    Brava, devo dire. Lineare la scrittura, ben congegnato l’omicidio. Forse un filino di approfondimento psicologico dei personaggi manca, giusto un filino, ma il risultato a me sembra molto buono. Complimenti.

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