Luigi Cavallaro: sul calcio, il comunismo e l’Inter

La leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza. (Italo Calvino) 

«Comunismo è una parola indicibile. Se fermi qualcuno per strada e gli dici: “io sono comunista”, quello non ti capisce».

Così si è espresso Fausto Bertinotti nell’agosto 2008, nel corso di una conversazione riportata nell’ultimo libro di Bruno Vespa. L’avesse detto Silvio Berlusconi, nessuno se ne sarebbe meravigliato. Ma detto da chi è stato per più di dieci anni il segretario del Partito della Rifondazione Comunista ha destato impressione e suscitato polemiche (e di lì a poco scissioni): è come se il Papa avesse detto che Dio non esiste.

Qualche mese prima di quella conversazione, Massimo Cacciari veniva intervistato a proposito del ventesimo anniversario dello scudetto del Milan di Sacchi. Dopo aver sostenuto che Sacchi doveva ritenersi il simbolo di quella stagione e che nel suo gioco «non conta l’individuo, ma il sistema» («Contano certamente gli interpreti adeguati, ma devono sapere che non sono assolutamente dei solisti, ma parte di un’orchestra»), all’intervistatore che gli chiedeva se si trattasse di una lezione utile anche per la politica italiana ha risposto: «Ci sono teorie politiche che sostengono esattamente quello che Sacchi ha realizzato col Milan».

Quali fossero queste “teorie politiche” Cacciari si è ben guardato dal dirlo, ma nel corso dell’intervista ha disseminato indizi gravi, precisi e concordanti. Che poi non abbia tirato le conclusioni può spiegarsi solo supponendo che anche per lui – come per Bertinotti – “comunismo” sia una parola indicibile.

Ci sono molte buone ragioni per pensarla così e tutte si riannodano alla pesantezza e all’opacità di quel mondo che, fino al 1989, ha preteso di nominarsi con quella parola: un mondo che prima di sgretolarsi e dissolversi si era come pietrificato e ancora minaccia di pietrificare chiunque osi evocarlo, proprio come lo sguardo inesorabile della Medusa.

Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino racconta il mito di Perseo, che per tagliare la testa alla Medusa senza lasciarsi irretire dal suo sguardo cavalca i venti e le nuvole, fino a posare lo sguardo sull’immagine della Gorgone catturata da uno specchio. Così, vedendo la Medusa senza però guardarla direttamente, Perseo riesce ad averne ragione; e la sua testa mozzata da lì in avanti porterà sempre con sé, nascosta in un sacco: arma micidiale da mostrare ai nemici che meritano di diventare la statua di se stessi.

La forza di Perseo – spiega Calvino – sta nel rifiuto della visione diretta della Medusa, ma il suo rifiuto non equivale a una fuga nel sogno e nell’irrazionale: quella realtà fatta di mostri, al contrario, egli l’assumerà a proprio perenne fardello. Piuttosto, Perseo comprende che bisogna guardare il mondo con un’altra ottica, avvalendosi di altri metodi di conoscenza e di verifica: ciò che del mondo appare terribile bisogna prima guardarlo attraverso uno specchio.

Come il calcio. Del mondo umano esso riproduce anzitutto la dimensione conflittuale: il confronto e il conflitto fra i giocatori è sempre mediato dalla presenza e dal possesso di una “cosa” (la palla, che – va da sé – sta per simbolo di tutte le cose) e, pur svolgendosi secondo una logica intelligibile, è sempre incerto, “aperto” nei suoi esiti ultimi (l’ultima in classifica può battere la prima o magari strapparle un pareggio). Ma del mondo umano il calcio rispecchia anche la potenza e inesorabilità della regola (incluso l’errore di quanti son chiamati ad applicarla) e soprattutto la bellezza: quella bellezza che, come sosteneva Roland Barthes, consiste nel dare ritmo alla fatalità, nel fare di un atto difficile un gesto grazioso, nel dare alla necessità la forma della libertà.

Non è dunque un caso che il calcio abbia assunto quella funzione sociale che in passato ha svolto il teatro: perché nell’uno come nell’altro caso di altro non si tratta che di riunire tutta la cittadinanza in un’esperienza comune – la conoscenza delle forme e delle passioni della propria vita. «Tutto ciò che accade al giocatore accade anche allo spettatore» concludeva perciò Barthes prima ancora che la scoperta dei “neuroni-specchio” desse una fondazione neurofisiologica alle sue parole: e in effetti, il calcio esprime, libera e brucia quelle stesse forze, quegli stessi conflitti e quelle stesse angosce che tutti noi sperimentiamo nella nostra esistenza. La partita di calcio riduce la lotta per la vita a pura forma, ma ne conserva intatto il significato; detto altrimenti, nel calcio c’è l’intero universo sociale umano.

Incluso il comunismo. Lontano dalla pietrificante pesantezza del Gosplan, della burocrazia statale e del Gulag, i suoi “rapporti di produzione” ispirano la struttura dei moduli a zona che si sono affermati dopo la definitiva vittoria del “calcio totale”: moduli in cui, per dirla proprio con Cacciari, «non conta l’individuo, ma il sistema» e che possono funzionare solo a patto che tutti i calciatori, in ogni momento, siano capaci di pensare allo stesso modo, cioè di interpretare la partita in base ad una visione collettiva tale per cui nessuno è indipendente dagli altri. Pianificando ex ante i loro movimenti, ma facendo attenzione a rimodularli a partita in corso per tener conto della mutevolezza e contingenza delle situazioni concrete.

L’idea che sorregge queste pagine è che osservare, studiare e analizzare il modo in cui questi rapporti funzionano nel calcio possa scansare il rischio di essere immediatamente schiacciati dal peso della materia storica, politica ed economica che ne costituisce il normale contesto di riferimento. E che, sottratti a quest’ultimo, essi possano mostrare ciò che finora non hanno potuto dire. Un modulo in cui non esistono più ruoli fissi e in cui ciascun giocatore è insieme difensore, centrocampista e attaccante non presuppone soltanto organizzazione, programmazione e inquadramento, ma favorisce il massimo della libertà espressiva, nel senso che ogni giocatore acquisisce la libertà di seguire la propria ispirazione purché abbia la copertura di uno o più compagni di squadra. È un modo di giocare che è fatto di schematizzazione non meno che d’invenzione, di “gabbie” non meno che di “libertà”. Come ha scritto Sandro Picchi, l’essenza del calcio a zona è che «puoi fare ciò che vuoi, ma non puoi farlo senza gli altri».

Che poi la fantasia di gruppo possa diventare gruppo senza fantasia dipende dalla scarsa qualità dei suoi interpreti: pressing, possesso palla prolungato e sincronia nei movimenti collettivi richiedono non soltanto bravi calciatori, ma soprattutto atleti polivalenti, che sappiano correre, giocare il pallone e avere senso tattico. Si tratta di qualità che sempre più spesso vengono esaltate dai giocatori neri, in un felice connubio tra velocità e resistenza, potenza e agilità. E il fatto che molti di coloro che vestono le maglie dei club (e delle nazionali) occidentali arrivino adesso non più soltanto dal Sudamerica ma anche dall’Africa può costituire un salutare antidoto contro la xenofobia dilagante dei nostri tempi di crisi.

Non lo capiscono quanti – come Toni Negri – “sonnecchiano” di fronte a un calcio fatto di «22 piccoli Materazzi, 22 automi, 22 giocatori di un videogioco di media qualità», e sognano «i padri e i nonni del funambolico Maradona», che negli anni ’30 ci avrebbero insegnato «“il metodo”: una difesa dura e un attacco che rilanciava sulle ali, lento e preciso come in un tango». Per non parlare di quegli altri che – come Marco Revelli – lamentano per contro che «le squadre non hanno più alcuna relazione coi luoghi che rappresentano» («sono piene di mercenari, basta pensare all’Inter che è fatta solo di latinoamericani»). Gli uni a dolersi che non c’è più métissage, gli altri a lamentare che ce n’è perfino troppo e che «la globalizzazione ha fatto perdere identità al calcio». Gli uni a sperare che si possa “involvere” tatticamente agli anni ’30, gli altri a rimpiangere i “bei tempi” in cui la giocata del singolo valeva più dell’organizzazione di squadra.

Non sono maestri “cattivi”, ma ormai inutili. Del ’68 hanno assunto fino in fondo la spinta anarchica e spontaneista e la declinazione che calcisticamente ne danno è coerente con l’antistatalismo feroce che esibiscono sul versante politico. L’una e l’altro essendo oggettivamente in ritirata, non varrebbe la pena nemmeno di menzionarli se non fosse che la loro longevità pubblica (specie nell’ambito dell’industria culturale) costituisce uno tra i principali puntelli ideologici alla crisi del capitalismo. Ma più di questo qui non possiamo dire: l’insegnamento che si può trarre dalla spiegazione materialistica del calcio a zona sta nella letteralità del racconto, non nelle glosse a margine.

Max Ernst ha parlato di “spaesamento sistematico” a proposito di certi quadri di De Chirico in cui si vede un armadio moderno nel bel mezzo di un paesaggio classico, tra alberi d’ulivo e templi greci. Spiegare l’evoluzione della tattica calcistica dall’uomo alla zona ricorrendo alla concezione materialistica della storia è un azzardo che può riuscire a patto di indurre nel lettore uno straniamento del genere e proprio per ciò questo libro esibisce fin nel titolo un “binomio fantastico” dalle incerte origini (ma dal solido presente): come spiegava Gianni Rodari, una singola parola “agisce” solo quando ne incontra una seconda che la provoca, che la costringe a uscire dai binari dell’abitudine, fino a scoprirsi nuove capacità di significare.

Quali significati susciti l’accostamento di due parole così distanti si vedrà nell’ultimo capitolo di questo “breve corso”. Qui resta da dire che anche noi, prendendo le mosse da due milanisti come Bertinotti e Cacciari, abbiamo di fatto riprodotto il mito della fondazione dell’Inter, quel mito che finora si è fatto carico di spiegare l’inspiegabile: che cioè in cent’anni di esistenza l’Inter è sempre stata capace di alternare partite fantastiche a cadute rovinose, imprevedibili le une e le altre e sempre maturate in un brevissimo torno di tempo.

La storia è nota: la sera del 9 marzo 1908, una quarantina di dissidenti del Milan, in polemica con la decisione della società di non far giocare gli stranieri, si diedero appuntamento in un ristorante milanese e fondarono un’altra squadra. «Nascerà qui, al ristorante “L’Orologio”, ritrovo di artisti, e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro, sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo»: così narra il documento fondativo, e poco importa stabilire se il nero e l’azzurro furono scelti per eternare il cielo di quella magica notte o perché il pittore che disegnò lo stemma era a corto di colori.

Peppino Prisco, indimenticato dirigente nerazzurro per circa mezzo secolo, soleva ironizzarci su: esser generati da una costola del Milan, diceva, era come ammettere che si veniva fuori dal nulla. Ma sul piano del mito, la cosa ha ben altre implicazioni. Da una costola (di Adamo) nacque la donna, secondo il racconto della Bibbia. E una donna nata di 9 marzo è indiscutibilmente Pesci, cioè aggiunge alla fascinosa eleganza del femminile l’instabilità e la volubilità del carattere, che connotano quel segno zodiacale.

In effetti, si è detto spesso che l’Inter è una squadra “femmina”, con ciò maliziosamente contrapponendola a squadre “maschie” (cioè “dominatrici”) come il Milan o la Juventus. Non importa qui stabilire le origini storiche di quell’appellativo. Il punto indiscutibile è che il carattere “femminile” dell’Inter non rimanda affatto alla sposa-madre-angelo del focolare di democristiana memoria, col suo carico di frustrazioni e nevrosi piccolo-borghesi, ma piuttosto alla donna emancipata che si afferma durante la Sexual Revolution degli anni ’60. Forse non è un caso che siano proprio quelli gli anni in cui nasce il mito della “Grande Inter”: quel mito, infatti, rimanda a una donna finalmente padrona della propria sessualità e del proprio corpo, che si è liberata della schiavitù dell’amore per un uomo e perciò non assicura al proprio compagno nessuna di quelle “certezze” che permeavano il dominio maschile nell’età vittoriana. L’Inter è come una compagna che ti ama e che nondimeno ti può “tradire”, perché la sua capacità di amare eccede necessariamente la tua persona. Per questo l’interista è sempre, inevitabilmente, un innamorato un po’ disilluso e un po’ voyeur: il suo rapporto d’amore non è mai in discussione, ma lui sa sempre che la sua amata, pur amandolo, può amare e darsi a un altro. E mai con la meschinità del sotterfugio, ma sempre nella folle gioia del baccanale, della dépense.

Non sappiamo se questo libro potrà offrire una spiegazione razionale della ricorrente “pazzia” dell’Inter, ma non importa molto: Horkheimer e Adorno dissero che il mito era già illuminismo e l’illuminismo sarebbe tornato dialetticamente a rovesciarsi in mitologia. Raccomandiamo solo di non indugiare ancora nelle rievocazioni del glorioso passato della “Grande Inter”: non solo perché l’Inter 2009/2010 è una squadra più che mai in fieri e Mourinho ha già ricordato che l’evoluzione non procede mai nella stessa direzione («Arriva sempre un momento nel quale non si gioca bene e non si vince»: l’evoluzione «ha bisogno di errori e difficoltà»), ma soprattutto perché Marx ci ha insegnato che, se è vero che i grandi eventi si ripetono sempre due volte, la seconda, di solito, è una farsa. E dunque, compagni interisti, guardiamo al futuro (e tocchiamo ferro). 

Senza alcuna autorizzazione dell’autore (Luigi Cavallaro), come chiarisco nel commento che potete leggere qui sotto, ho riprwso queste pagine – quelle iniziali, «in luogo d’introduzione» –  di «Interismo leninismo. La concezione materialistica della zona: breve corso» pubblicato da manifestolibri (144 pagine per 15 euri). Ove seguisse dibatito sulla utilità del copyright non mi sottrarei alla discussione ma – sino a che non mi si convinca del contrario – resto favorevole alla più ampia circolazione delle idee e degli scritti, miei (per quel poco che possano valere) e altrui. Capisco che, mentre si cerca di brevettare persino il cibo o i colori, ciò possa appatire strano ma in effetti io sono un ornitorinco e (quasi sempre) me ne vanto. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

6 commenti

  • care e cari che leggete questo blog,
    devo darvi atto di un equivoco e di una correzione che vado a effettuare).
    Quando ho avuto da un amico il testo della introduzione di Luigi Cavallaro al suo libro non ho tenuto in alcun conto la precisazione che la proprietà fosse della manifesto-libri: non per scortesia o disistima (tut’altro) ma perchè francamente non credo nel copyright, tantomeno nel giro del manifesto e sono un po’ sorpreso che una piccola citazione, fatta senza fini di lucro, costituisca un problema invece di ricevere un “grazie per aver fatto circolare la notizia che esiste un libro del genere”.
    Prendo atto di quel che Luigi Cavallaro mi scrive e lo incollo qui sotto.
    Non mi pento (a parte il ritardo ma ero in fretta e impicciato in faccende che considero assai più urgenti e serie) nè mi dispiaccio ma registro solo che senza dubbio il mondo è un po’ meno brutto perchè è assai vario.
    db
    (ex collaboratore del quotidiano il manifesto)

    Caro Barbieri, sul Suo blog continua a figurare un’autorizzazione alla pubblicazione online
    dell’introduzione al mio “Interismo-leninismo” che io non ho dato, né mai avrei potuto dare. E quel che è peggio, il Suo post è stato ripreso da altri siti,
    che parimenti riferiscono di una mia inesistente autorizzazione. (…) Per parte mia, Le chiedo formalmente di precisare sul Suo sito che io non ho mai dato alcuna autorizzazione alla pubblicazione online dell’introduzione e che si è trattato di una Sua scelta.
    (…)
    Luigi Cavallaro

  • Una riflessione decisamente off-topic come si dice nei blog di quelli che contano Una riflessione di destra? inattuale? giurassica? Giudicate voi: che ne è della firma? L’anonimato che e’ possibile mantenere scrivendo nei blog non ha forse permesso una deresponsabilizzazione dello scrittore nei confronti del suo scritto (nel senso: io scrivo la prima cavolata che mi viene in mente, tanto il mio nickname e’ Margheritinasbocciata76 e il mio avatar -ma che parole oscene!- e’ un teschio con una carota marcia nell’orbita)? Firmare un articolo non significa forse assumersi la responsabilità -non solo quella penale, che è certo importante, na quella culturale e POLITICA- di ciò che si è scritto? Firmare non è un gesto pedagogico? E soprattutto citare, chiedere l’autorizzazione di riportare pensieri altrui, rispettare il lavoro di altri (va beh,le idee sono di tutti, sono nell’aria, sono nell’Iperuranio, ma ci sara’ differenza tra chi fa la fatica FISICA di tirarle giù e chi sta solo seduto in poltrona e fa un copia-e-incolla) è un gesto borghese-e-fascista oppure un passo verso una civiltà in cui ognuno è chiamato a rispondere di quello che fa? E ancora: qualcuno tra gli amici di questo blog ha letto ultimamente una tesi di laurea? Sa quale livello infimo per non dire nullo ha raggiunto la competenza dei ragazzi nel citare e quale sia invece la diffusione capillare della copiatura pura e semplice, pratica permessa da quell’immondezzaio del web? Sono preistorico? Fascista? Reazionario? Forse, pasolinianamente, una forza del passato…voglio la penna d’oca e la firma in calce con il sigillo rosso. Da rompere, ovviamente, il sigillo: ma rompere un sigillo di ceralacca e’ ben diverso -come gesto appunto di rottura- dal fare un banale, semplice e innocuo copia-e-incolla. O no?

    PS: Daniele, sii politically correct e spiega quanro guadagna un autore dai cosiddetti Diritti d’Autore…perché c’é chi crede che ci costruiamo la villa al mare.

    • Forse perchè sono stanco ma capisco solo in parte cosa mi obietta Raffaele…. Se però mi si chiede di confermare che gli autori e le autrici(salvo pochi-e)non vivono dei diritti, spesso neppure ricevono il misero 6, 7, 8 per cento sulle vendite che in teoria spetterebbe loro, certo confermo. Confermo e mi firmo, ma senza ceralacca (preferisco cera-una-volta dove non c’è l’acca).
      Anche la Siae difende solo i boss. E bla-bla-bla. Non per caso i grandi editori sempre più strangolano e/o pappano i piccoli (e ora anche i medi).
      Pe me il sapere è un bene comune, dunque di tutte e tutti: diffondere (senza scopi di lucro) uno scritto mi sembra giusto, purchè si citi la fonte. Ma sono disposto a entrare in una discussione articolata sulle forme più opportune di questa socializzazione.
      Quanto al livello basso delle tesi di laurea (ma anche degli editoriali di Repubblica, Corriere della sera eccetera, no?) per quel poco che mi “arriva” – poco, visto che non insegno all’università – concordo in pieno con Raffaele come con Reazionario Rodin che su questo blog ne ha scritto tempo fa parlando di licei. Ci sono, è ovvio, lodevoli eccezioni o, se preferite, sacche di resistenza all’offensiva della GipdA, cioè la Grande Ignoranza pilotata dall’Alto. Come sempre l’Alto ha molti alleati in Basso che, contro i loro interessi, lo riveriscono. Ma questo è un altro discorso, come dice sempre il barista del film “Irma la dolce”; un film che magari stasera potreste rivedere – voi bipedi del pianeta, cioè della mia stessa razzaccia con pretese di “sapiens” – così sorridete un pochino in una giornata che purtroppo mi pare oscilli fra il drammatico e l’uggioso. (db)

  • Caro DB,
    sono anni che ricevo la tua newsletter, ne ho sempre apprezzato
    la varietà di notizie, suggerimenti culturali, politici e letterari
    anche quando molto distanti da me (e a sinistra le distanze e le differenze ci sono…).

    Sono anche l’amico comune in questione che, su richiesta, ha fornito l’introduzione di
    “Interismo-leninismo”, sono anche l’amico che ha fatto da tramite per richiedere
    l’autorizzazione dell’autore alla pubblicazione.

    A questa richiesta, dopo essermi consultato con Luigi Cavallaro,
    ho avuto una risposta molto semplice che ho riferito a DB molto chiaramente:
    chi non detetiene i diritti di qualcosa, non è in condizione di autorizzare alcunchè,
    indipendentemente se si crede o no al copyright.

    E’ stato fatto presente che è la casa editrice a dover dare l’autorizzazione
    indipendentemente che l’autore sia favorevole oppure no.
    Nulla impediva che lo stesso Cavallaro “perorasse la causa” con manifestolibri,
    ma la via scelta è stata la peggiore: assolutamente in buona fede,
    forse anche con un po’ di leggerezza, è stato dichiarato il falso e cioè che
    l’autore aveva autorizzato qualcosa che non poteva autorizzare.

    Se poi l’autore in questione è anche un magistrato, qual è Cavallaro,
    si capisce bene che (per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti di vista)
    egli è il primo a dover rispettare una legge.

    Buttarla sul dibattito pro o contro il copyright significa far sembrare Luigi Cavallaro,
    sicuramente involontariamente, come una persona avidamente gelosa della
    proprietà intellettuale delle sue opere. E io so che non è così. Anzi.
    Questo fatto è può sembrare la dissimulazione
    di un gesto quantomeno poco carino: che senso ha chiedere un’autorizzazione all’autore
    e poi fare di testa propria indipendentemente dalla risposta (che conoscevi già prima di pubblicare l’intro sul tuo blog)?
    Tanto vale non chiedere niente a nessuno e “sfidare” la legge a nome proprio
    come sicuramente io, tu e tanti militanti abbiamo fatto in varie occasioni
    per scelta precisa e consapevole.

    Con l’occasione, su cosa è sinistra e cosa non lo è, invito te e i tuoi lettori a dare
    un’occhiata anche agli altri libri di Cavallaro che meritano sicuramente di essere
    divulgati.
    Un abbraccio, Luca

    p.s. ormai da tempo non compro più Il Manifesto perchè secondo me non è un giornale di sinistra!

  • caro Luca,
    questa discussione mi sta sfiancando ma per buona educazione provo a risponderti: pensavo a Luigi Cavallaro (che non conosco di persona ma solo per la bella scrittura)come una persona e non come magistrato, docente, postino o fioraio; pensavo che il suo humor politico-sportivo fosse interessante e ho creduto di far bene a divulgare qualche brano di un libro che vale la pena leggere; pensavo ancora che nei dintorni del “manifesto” (che io invece difendo e sostengo, pur pensando che abbia molti difetti) e della manifesto-libri non ci fossero problemi di copyright, almeno rispetto a chi – come me – si muove fuori dal lucrare sul lavoro e/o sulle idee altrui: pensavo… Pensavo. Forse penso troppo. Magari farò come dice una vecchia battuta tedesca: “lasciate pensare i cavalli che hanno la testa grossa”. Mi spiace SOLO di aver fatto perdere tempo a persone che probabilmente hanno di meglio da fare che leggere di quanto sia stupido Barbieri a non chiedere il permesso… (db)

  • Avevo impostato un commento scherzoso ma mi son reso conto che nel fin troppo serio contesto avrei solo disturbato.
    Perciò mi limito a ringraziare anticipatamente chiunque, senza fine di lucro, prenda qualcosa di mio per riportarne il contenuto in altra sede.
    Quanto alla vita di stenti di un autore, esempio uno scrittore, ho molte lamentele da sottoporre a chiunque le voglia ascoltare. L’indirizzo però è unico. Gli editori. I maledetti editori. I quali non pagano, pagano sempre meno o addirittura chiedono di essere pagati. Gente senza scrupoli, capace di elargire, quando si degnano, un articolo anche solo 5 euro!
    Il resto è silenzio.
    Mam
    http://miglieruolo.wordpress.com/

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