Giancarlo Biffi: fra Inter e Internazionale

L’urlo liberatorio segna la fine di un digiuno durato quarantacinque anni: l’Inter è campione d’Europa! Due prodezze di Milito e per i tedeschi non c’è niente da fare, fischio conclusivo dell’arbitro e scoppia la festa. Mezzo stadio esulta, l’altro mezzo tramortito resta in silenzio, i giocatori paiono impazziti con la coppa stretta tra le braccia, con i figli e le bandiere nazionali messe sulle spalle corrono ancor più ardimentosi che non durante la partita. Bandiere del Ghana, Camerun, Serbia, Portogallo… E quella italiana? Non se ne vede neppure una. In campo d’italiano a gioire c’è, oltre a qualche dirigente, solo un Materazzi con mezzo sangue sardo nelle vene e un Balotelli dalla pelle non proprio bianca. Dico a chi mi sta vicino: “Ma questa squadra, è proprio l’Internazionale!” Sudamericani, africani… tanti extracomunitari tutti assieme, uniti che fanno grande il calcio italiano. Chissà quanti “sinceri” padani, sabato sera hanno perso la voce, si sono spellati le mani nell’incitare, nel sostenere questi giocatori arcobaleno. Per un momento, il tempo della partita, per milioni di persone la patria è stata il mondo intero. E allora? Mi torna alla mente Tommie Smith alle olimpiadi del Messico del 1968: “Quando vinco, vince un americano. Quando perdo, perde un negro”. La saliva appiccicosa delle parole s’incolla a una realtà che col passare degli anni non è molto mutata. La costante regressione culturale è ancor più tangibile e lo è ancora di più quando si assiste a certi fenomeni. Tifare qualcuno, non tanto perché è italiano o di Brescia ma in quanto bravo dovrebbe essere la norma, così come dovrebbe essere normale assumere un lavoratore e pagarlo il giusto non tanto per la nazionalità del suo passaporto ma in quanto lavora il giusto. Ma la retorica demagogica fa strillare alcuni che il lavoro, la casa, i servizi devono essere elargiti prima di tutto agli italiani e non come sarebbe normale a quelle donne o uomini che ne hanno bisogno. In effetti, “l’internazionalismo” è molto più interessante e innovativo della globalizzazione, è un concetto che parla di genere umano e non di razze, di diritti per tutti gli uomini della terra, di pari dignità per ogni essere vivente, di medesima paga per medesimo lavoro in qualunque angolo del mondo. E allora: “Viva l’Internazionale!”.

Notarella aggiuntiva. Ignoro se Giancarlo Biffi sia appassionato di storia sportiva ma queste sue considerazioni si intrecciano con «Interismo-leninismo», appena pubblicato dalla manifestolibri; così domani con l’autorizzazione dell’autore  ne pubblico un brano per riprendere e allargare le suggestioni finali di questo articolo. (db)

Redazione
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2 commenti

  • Sono interista
    Sono contento
    Ho gioito come un cobra
    Ma attenzione
    Qui si parla di miliardari
    Internazionale sì ma certamente non interclassista
    Il calcio interclassista forse si trova nei campetti di periferia tra i ragazzini che giocano con i magloni a fare i pali cosicchè non si sa mai dov’è la traversa e quando è goal.
    Oppure nelle squadrette del CSI con l’allenatore che schiera 3 italiani 3 cinesi 1 thailandese e 4 senegalesi con la maglietta double-face e i pantaloncini “fateveli comprare dalla mamma perché la società non ha i soldi)
    O in alcune associazioni di volontariato e/o associazioni culturali di stranieri che cercano di utilizzare il calcio come ponte tra le culture.
    Il calcio di vertice è interculruta (?) classista. Internazionalismo di miliardari.
    Continuerò a tifare Inter
    E spero a gioire
    Ma attenzione a non confodere le cose
    E francamente l’Italia ai Mondiali, no, quella non riesco proprio a tifarla.

  • Ovviamente era
    – maglioni
    – intercultura

    Ah la fretta!

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