Morti sul lavoro (e nelle strade): cosa fare?

l’articolo di Massimo Franchi (*) sulla tragedia di Arena Po, il commento di Vito Totire (**) e le riflessioni di Marco Caldiroli per Medicina Democratica

QUATTRO MORTI AFFOGATI IN MEZZO AI LIQUAMI

di Massimo Franchi

La lunga striscia di sangue non si arresta. Continua ad allungarsi, soprattutto nella civile e avanzata Lombardia a guida leghista, giunta al non invidiabile record di 103 morti sul lavoro dall’inizio dell’anno.
Gli ultimi quattro hanno perso la vita in una enorme vasca di compostaggio per creare fertilizzanti dagli escrementi delle 500 mucche della stalla adiacente ad Arena Po, Oltrepò pavese. Sono tutti di nazionalità indiana, etnia punjabi a cui la cura delle fattorie e delle aziende agricole – sempre più in disarmo in Italia – è affidata in maniera massiccia da imprenditori spesso senza scrupoli sulla sicurezza e il rispetto dei diritti dei lavoratori.

I FRATELLI SINGH Prem e Singh Tarsem, di 47 e 45 anni, però erano un caso a parte. Fra i primi ad essere diventati proprietari di un’azienda usando i risparmi di decenni di lavoro da dipendenti. Avevano rilevato la grande azienda alle porte del comune pavese in via San Rocco: oltre 500 capi — di cui la metà vacche da latte – con foraggio intorno.
Gli altri due morti Harminder Singh di 29 anni e Manjinder Singherano loro dipendenti «con regolare contratto – precisano i carabinieri contattati dal manifesto – il più giovane era stato assunto da 20 giorni». I due fratelli indiani avevano anche un terzo dipendente, sempre di etnia punjabi, che lavorava per loro: è l’unico rimasto in vita.

Polemiche dei parenti sui ritardi nei soccorsi. «Il medico è arrivato dopo tre ore, hanno fatto prima i nostri parenti da Cremona», protestava una nipote di uno dei morti. I carabinieri però spiegano che il medico legale aveva già accertato il decesso del primo corpo, poi il procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, ha chiesto di attendere lo svolgimento delle operazioni prima di far arrivare altri medici.

PER RECUPERARE GLI ALTRI TRE corpi i Vigili del fuoco hanno dovuto svuotare l’intera vasca. Un’operazione molto lunga e delicata per la presenza nell’area di biogas (idrogeno solforato e metano), avvenuta sotto gli occhi e le urla disperate dei familiari delle vittime. I tecnici della Azienda socio-sanataria territoriale (Asst) di Pavia hanno fatto i primi rilievi. Toccherà ad un esperto nominato dalla procura stabilire come i miasmi del letame abbiano ucciso i quattro. Un fascicolo è stato aperto dalla magistratura, ma senza ipotesi di reato. «I fatti sono chiari, i proprietari sono morti con i dipendenti», spiegano ancora i carabinieri.
La ricostruzione, avvalorata dalle prime testimonianze raccolte, è questa: «Verso le 12 e 15 non trovando i parenti si sono recati alla vasca vedendo la gamba fuoriuscire dai liquami. È stato dato l’allarme, ma i corpi potevano essere lì da molte ore. Evidentemente una prima persona è caduta e gli altri hanno cercato di soccorrerla, decedendo dentro la vasca». Pare che due dipendenti stessero caricando un’autobotte con i liquami da spargere nei campi: per un problema nell’aspirazione, un operaio si è calato nella vasca.

NEL 2016 Singh Prem e Singh Tarsem erano stati intervistati dal Corriere della Sera come esempio virtuoso di integrazione. Tarsem, ritratto in una foto fiero nel suo turbante, aveva detto: «Ho iniziato come mungitore nel Cremonese, non avevo nemmeno 20 anni. Adesso con mio fratello abbiamo una nostra attività. È faticoso, ma ci regala soddisfazioni. Facciamo i turni, ma a moglie e figli non manca nulla: studiano, giocano in paese, sono integrati. Mio figlio grande sta facendo Agraria e poi si iscriverà a Veterinaria. Quest’anno una settimana di ferie ce la meritiamo. Faremo i turni anche per quello: le mucche hanno la priorità!».

LA TRAGEDIA HA PROVOCATO la reazione della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo: «La prossima settimana con Inail e Inl aprirò un tavolo per il piano straordinario di prevenzione e sicurezza già inserito nel programma di governo coinvolgendo anche parti sociali e attori istituzionali».

Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana invece applica subito lo scaricabarile delle responsabilità in chiave «autonomia differenziata». «La risposta strutturale a questa emergenza sarebbe un incremento sensibile del personale specializzato per i controlli. Tutto questo però non è possibile se a livello nazionale non vengono garantite risposte e risorse adeguate.

(*) Ripreso dal quotidiano «il manifesto»

ANCORA UNA STRAGE OPERAIA

di Vito Totire

La storia si ripete, e sempre in forma di tragedia. Ancora una strage operaia. Le istituzioni diranno anche questa volta : “mai più” ?

Ennesima strage operaia; finirà dimenticata come quella di Modugno del 2015? Questa volta la strage non è connessa a una merce la cui produzione deve essere eliminata alla radice (fuochi artificiali) ma al comparto zootecnico. Non è la prima volta che gruppi di operai rimangono asfissiati e che si consuma una strage evitabile con una semplice valutazione del rischio e con una spesa irrisoria (maschere per le vie respiratorie). Non a causa di liquami ma per gas metano si verificò una strage simile a Bologna nel 1990 (tre morti, compreso “l’imprenditore”).

Ora stessa tragica dinamica (muore anche il soccorritore!). Nella tragedia di Arena Po c’è una contraddizione in più: si tratta di immigrati. Essi vanno meglio supportati nella valutazione e gestione del rischio aziendale. Spesso ritroviamo immigrati al lavoro in campagna in condizioni schiavitù (vedi Casamassima e Brindisi di recente). Non è la situazione di Arena Po ma è un’altra questione da affrontare. Anni fa abbiamo fatto una proposta alla Regione Puglia per la vigilanza nelle campagne: nessuna risposta. Giriamo la proposta alla ministra Bellanova: formare equipes ispettive con funzioni di vigilanza e di formazione (una specie di medici-ispettori). Però non possiamo attendere risposte che difficilmente arriveranno: dunque proponiamo di costituire consulte popolari territoriali per la prevenzione (certo aperte alle istituzioni, se vorranno ascoltare). Partiamo immediatamente, da Bologna: basta lacrime di coccodrillo.

(**) Vito Totire è medico del lavoro

LA BANALITA’ DEL MALE: DAGLI OMICIDI SUL LAVORO ALLE RELAZIONI DI STATICITA’ TAROCCATE

di Marco Caldiroli (*)

Il titolo del saggio di Hanna Arendt sui tanti “piccoli” esecutori anonimi e autoassolventi ingranaggi della macchina dello sterminio nazista ben si presta, con le differenze del caso (non di genocidio parliamo ma sicuramente di stragi) a inquadrare diverse notizie che ci colpiscono anche nella nostra quotidianità.
Il taroccamento dei risultati delle prove (o delle prove stesse) sulla tenuta di viadotti autostradali (ma potremmo parlare anche di molti altri manufatti come le scuole e gli edifici crollati durante terremoti di magnitudo inferiore a quella “certificata” dai collaudatori) porta in superficie un mondo di tecnici prezzolati e marchettari pronti ad ogni evenienza (incluso farsi “capri espiatori”) pur di accontentare il “committente”.
Come Medicina Democratica l’abbiamo visto ripetute volte nelle aule di giustizia dove grandi professori negano l’evidenza della correlazione tra infortuni, malattie professionali e disastri ambientali con processi produttivi inquinanti quanto obsoleti e vetusti con l’unico scopo di spremerne il profitto residuo e poi abbandonarli (quanti sono i siti industriali inquinanti dismessi finiti a “carico” del pubblico ?).
Per dirla come Luigi Mara, arrivavano a “negare la formula chimica dell’acqua” pur di sostenere le ragioni del padrone di turno.
Professoroni che poi firmano letteratura scientifica internazionale e si presentano come la “neutra scienza” oggettiva (“non democratica”) e il rinnovamento anche tecnologico dei processi (la green economy farlocca, troppo spesso una riverniciata di verde alla ruggine dei vecchi impianti e produzioni).
Il tutto, per dirla come nella chiusa del rinvio a giudizio per il processo di Porto Marghera, dall’allora PM Felice Casson : “con l’aggravante del futile motivo : il profitto”.
Di questo andazzo fanno parte l’approccio diffuso di “non manutenzione” (tanto ci sono le assicurazioni, se succede qualcosa, come in un noto documento Montedison degli anni ’70 che giustificava i mancati interventi sugli impianti chimici e quindi la voluta messa a rischio dei lavoratori pur avendo ben presenti gli interventi da fare per prevenire infortuni e malattie). Vale per i viadotti come le macchine operatrici e i luoghi di lavoro stessi.
Se ci si pensa bene anche gli ultimi infortuni (per restare a quelli mortali) che siano dovuti a asfissia in luoghi confinati, ribaltamento di mezzi di movimentazione, macchine che si “muovono” apparentemente da sole e schiacciano vite operaie, sono tutti “figli” di questa filosofia che non soltanto una questione monetaria, di mancata volontà di investire, ma parte proprio da una incapacità di vedere oltre la produzione/profitto immediato e da una deresponsabilizzazione a priori (“fanno tutti così”).
E in questa “economia circolare” della morte (la mancata individuazione dei rischi ne incrementa la probabilità, la morte operaia non “insegna” alcunché né ai padroni né ai politici ma, spesso, neppure ai lavoratori che sono precari e hanno un modo unico per “scamparla”, fuggire dal posto di lavoro per sperarne in un altro, sempre sottopagato, ma meno rischioso) che il ruolo dei “tecnici” trova la sua celebrazione. Ai rari casi di resistenza individuale vi sono lunghi elenchi di sottomessi o anche di “più realisti del re” nella speranza di “cavarsela” in caso di guai grazie alla farraginosità giudiziaria e al sostegno dei vegli “ultimi utilizzatori” di queste “prestazioni”.
Relazioni “modificate”, prove non condotte in modo corretto, sottovalutazioni ecc si innestano in un contesto di norme “semplificatorie”, autocertificazioni e mancati controlli (anzi, oramai, letteralmente mancanza di controllori non stipendiati dai controllati).
E possiamo continuare: valutazioni del rischio aziendali “a fotocopia”, pagate profumatamente ma di nessun aiuto per individuare i rischi e i modi per intervenire, o anche ben fatte e lasciate in un cassetto. Formazione dei lavoratori lasciata a soggetti “pirata” senza reali qualifiche e conoscenze.
Su tutto questo la prospettiva di condanne lievi (v. caso Lamina di Milano, 4 morti per 1 anno e 8 mesi) e, al più, qualche esborso economico prontamente recuperabile (anche in questo caso il caso Lamina “insegna”: 4 milioni alle famiglie per farle uscire dal processo e così permettere il patteggiamento da parte del responsabile): appunto non manutenere, uccidere e poi far pagare le assicurazioni se la “sfortuna” si accanisce sul povero imprenditore (assicurazioni che a loro volta fanno un calcolo alla rovescia, contano sul non superamento di una soglia infortunistica tale da garantire loro comunque e sempre un profitto, avanzi di bilancio dell’INAIL docet). E via daccapo contando sulla “buona sorte” (e attrezzandosi con professoroni e avvocati in caso contrario).

In questi eventi così apparentemente diversi tra loro vi è un filo comune che è indispensabile aver sempre presente ai fini di una reazione da parte dei soggetti interessati che sia efficace ovvero produca prevenzione (se i lavoratori non vogliono continuare ad essere le vittime sacrificali al più in qualche modo “risarcite” o cercare di “sfangarla” individualmente) : l’informazione e l’appropriazione di una conoscenza per modificarla dal proprio punto di vista e per gli obiettivi di autotutela. La costruzione di una conoscenza dei lavoratori (una volta avrei scritto “operaia”) dei cicli produttivi e dei relativi rischi per evitare di essere presi in giro dal primo “professionista” di passaggio (responsabile del servizio di prevenzione e protezione, consulente, medico competente) e poter riprendere l’iniziative su propri obiettivi e non solo quelli (pur da attuare) del rispetto della norma cui non vanno oltre (nei rari casi in cui ciò è reso possibile) gli enti preposti (USL/ASL, ispettorati, polizie, vigili del fuoco).
Si tratta di attualizzare una pratica diffusa dagli anni ’70 (ancorché allora comunque ristretta ma che ha fatto tremare i padroni e ha prodotto una riforma sanitaria, nel 1978, che andava in questa direzione come anche ha prodotto condanne come quella di Porto Marghera ed in modo intermittente in altri casi come l’esposizione all’amianto). Non remano contro solo l’affievolirsi di una “coscienza civile” (dei tecnici) e di lotta (dei lavoratori/lavoratrici) ma anche un contesto di lavoro ben diverso, ben più “povero”, rispetto ad allora dove è difficile il solo riconoscimento di sè stessi e tra lavoratori quale “gruppo omogeneo” sottoposto ai medesimi rischi e quindi il soggetto centrale per individuare e imporre interventi efficaci.
E’ una pratica da costruire, con fatica e impegno individuale, non basterebbe un venerdì alla settimana e gli obiettivi non sono (solo) generali ma puntuali, in ogni singolo luogo di lavoro, e implicano non solo la protesta ma la lotta quotidiana (“cumulativa”) contro altri soggetti in carne ed ossa; ma non ci sono scorciatoie né angeli custodi che intervengono solo perché è palese da che parte sta la ragione.
Alla banalità (inerzia) del male necessita contrapporre la “originalità” del pensiero e dell’azione del movimento dei lavoratori (di qualunque genere e forma : quello che un tempo si definiva proletariato non è sparito si è in realtà esteso e diversificato comprendendo anche molte “professioni intellettuali”). Una nuova alleanza tra tecnici e lavoratori è parte della via di uscita ovvero di imposizione, in ogni luogo di lavoro, di politiche di prevenzione degli infortuni e malattie che vedono, necessariamente, la componente tecnica (impiantistica) in primo piano. Sempre che si voglia davvero ridurre le morti sul lavoro (ma anche sulle strade e nelle case) e non ridurre il tutto a una questione assicurativa o di definizione del livello del “risarcimento” alle vittime che, in questo modo, continuerebbero ad essere tali riproducendo un meccanismo che verrebbe alimentato da nuove vittime …. la banalità del “sacrificio” imposto e subìto.

(*) Marco Caldiroli è presidente protempore di Medicina Democratica

 

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